La battaglia di Kostyantynivka mette alla prova la strategia occidentale in Ucraina

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La città di Kostyantynivka, nell’Ucraina orientale, continua a essere contesa, non soltanto per il suo enorme valore strategico quale “porta d’accesso” verso Kramatorsk e Slovjansk – le ultime grandi roccaforti ucraine del Donbass – ma anche perché è diventata il terreno di uno scontro narrativo tanto acceso quanto quello combattuto sul campo. Se la sua caduta aprirebbe a Mosca la strada verso il controllo pressoché completo della regione di Donetsk, il modo in cui essa viene raccontata rivela molto anche dello stato della guerra.

I russi sono entrati a Kostyantynivka, questo è ormai difficilmente contestabile. 

Che la città sia già stata «completamente conquistata», come rivendica Mosca, o che al suo interno resistano ancora reparti ucraini, come sostiene Kiev, rischia ormai di essere una distinzione più politica che militare. Il Kyiv Post scrive che 21 militari di unità appartenenti al 19esimo corpo d’armata ucraino hanno diffuso un video per dimostrare che a Kostyantynivka si continua ancora a combattere. Ma una battaglia urbana non si misura dal numero degli ultimi difensori (peraltro, nel video che ne doveva dimostrare l’irriducibile esistenza sono ben pochi): conta la capacità di rifornirli, sostituirli e mantenerli operativi. Anche qualora i combattimenti proseguissero ancora per giorni o settimane, l’esito della battaglia appare ormai difficilmente reversibile. Eppure, proprio questo possibile rovescio militare è rimasto, di fatto, ai margini del dibattito politico e mediatico occidentale, probabilmente perché poco conciliabile con la narrativa di un’Ucraina ancora in grado di ribaltare l’andamento del conflitto. 

Ma come intendono reagire gli alleati di Kiev davanti a una guerra che continua a consumare risorse e tempo?

Negli Stati Uniti Donald Trump continua a ondivagare fra ingaggio e prese di distanza. Come osserva il New York Times, dopo aver più volte sostenuto che gli Stati Uniti non avessero «nulla a che fare» con la guerra in Ucraina, il presidente USA ha annunciato a sorpresa l’intenzione di concedere a Kiev la licenza per produrre i sistemi di difesa aerea Patriot. L’annuncio è stato accolto con prudenza dagli stessi ucraini: da tempo Zelensky chiede i Patriot per contrastare i missili balistici russi, ma la loro produzione richiede tempi, due anni più o meno (se va bene), incompatibili con le necessità del fronte. Si tratta, dunque, di una prospettiva strategica, o di una trovata propagandistica, più che di una risposta immediata.

Volenterosi, è vera unità?

Nel vuoto operativo, l’attivismo dell’Europa. La cosiddetta “coalizione dei volenterosi” – espressione che richiama volutamente quella creata dai neocon del 2003 per l’invasione dell’Iraq con la scusa delle inesistenti armi di massa di Saddam Hussein – ha annunciato a Parigi un progetto di difesa antimissile destinato a rafforzare lo spazio aereo ucraino. Francia, Danimarca, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia e Regno Unito hanno promesso di accelerare la produzione di intercettori e sistemi integrati, mentre Parigi ha autorizzato la fabbricazione in Ucraina di missili a lungo raggio SCALP e altri armamenti destinati a integrarsi nel sistema franco-italiano SAMP/T. A ciò si aggiungono i sedici caccia Rafale promessi nei prossimi anni (anni…) e l’estensione del prestito europeo da 90 miliardi di euro, cui aderirà anche Londra. Da ultimo, la chiamata a un’esercitazione degli eserciti europei ai confini ucraini, una vera e propria improvvida sfida a Mosca.

Ma l’unità esibita a Parigi appare molto meno solida di quanto suggeriscano le fotografie di rito. Secondo quanto riportato dal sito ucraino Strana, la Germania non parteciperà alle esercitazioni citate, ritenendole di portata troppo limitata. Francia e Regno Unito restano invece favorevoli all’ipotesi di dispiegare rapidamente un contingente europeo in Ucraina in caso di cessate il fuoco, prospettiva che Mosca considera da tempo una linea rossa. Già alla fine dello scorso anno il ministro degli Esteri Sergej Lavrov aveva avvertito che qualsiasi presenza militare europea sul territorio ucraino sarebbe stata considerata «un obbiettivo legittimo».

Anche sul fronte economico e diplomatico l’Occidente fatica a mantenere una posizione perfettamente unitaria. Il 21esimo pacchetto di sanzioni dell’Unione europea continua infatti a incontrare resistenze legate agli interessi di alcuni Stati membri. Negli Stati Uniti, invece, dopo la morte improvvisa dell’ex senatore repubblicano Lindsey Graham, alcuni dei suoi principali alleati al Congresso hanno rilanciato il progetto di legge sulle cosiddette “sanzioni infernali”, destinato a colpire non solo la Russia, ma anche i Paesi che continuano ad acquistarne energia e altre materie prime attraverso pesanti sanzioni secondarie.

Come ricostruisce Politico, la Casa Bianca avrebbe espresso un consenso di massima alla nuova versione del provvedimento. Il New York Times, tuttavia, osserva come Donald Trump non sembri considerare il dossier una priorità della propria agenda politica, lasciando così aperti interrogativi sui tempi e sulla reale volontà di procedere.

Al di là dei singoli annunci, una tendenza appare ormai evidente: l’evoluzione del fronte condiziona sempre più le scelte politiche di Washington e delle capitali europee. Per questo Kostyantynivka conta ben oltre il suo valore militare: la posta in gioco, ormai, supera i confini dell’Ucraina e investe direttamente la tenuta dell’intero fronte occidentale, chiamato a dimostrare di poter sostenere una guerra di logoramento sempre più lunga e costosa, che gli ucraini stanno pagando col sangue.