Il campo profughi di Jenin, simbolo tragico della crisi palestinese, torna a essere teatro di violenti scontri. Questa volta, però, il conflitto non coinvolge direttamente le forze israeliane, ma si consuma all’interno dello stesso tessuto palestinese. Da sabato, le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese si scontrano con le Brigate Jenin, in un’escalation che non solo mette in ginocchio i residenti del campo, ma sottolinea ancora una volta la fragilità di una leadership politica incapace di proteggere il proprio popolo.
Una situazione insostenibile
Il Commissario Generale dell’UNRWA, Philippe Lazzarini, ha lanciato un allarme che suona quasi come una litania ormai nota: scuole chiuse, assistenza sanitaria interrotta, civili bloccati in un ciclo perpetuo di violenza e abbandono. Ma chi ascolta davvero? La verità è che il campo di Jenin è diventato un luogo simbolico di fallimento collettivo: dell’Autorità Palestinese, incapace di governare; delle forze internazionali, che promettono di spezzare il ciclo della violenza ma non riescono a incidere; e di una comunità internazionale che condanna ma non agisce.
Le promesse di pace o di “interruzione del conflitto” si rivelano ridicole se confrontate con la realtà sul terreno. Cosa significa davvero “spezzare il ciclo della violenza” in un luogo come Jenin? Per gli abitanti del campo, questa frase suona vuota, un esercizio retorico ripetuto ogni volta che la situazione degenera, senza mai portare a soluzioni tangibili.
Un conflitto che implode
La particolarità di questa nuova ondata di violenza sta nella natura interna dello scontro. Le Brigate Jenin, milizie locali nate come risposta alla crescente militarizzazione dei campi, si trovano ora in conflitto con le forze dell’Autorità Palestinese. È il segno di un’ulteriore frattura all’interno del panorama politico palestinese, dove l’AP, sempre più delegittimata, è percepita come complice delle potenze occupanti piuttosto che come un’istituzione al servizio del popolo.
Le accuse che le forze dell’AP abbiano circondato un ospedale e perquisito ambulanze rappresentano un ulteriore schiaffo ai diritti umani e al diritto internazionale. In che modo queste azioni possono essere giustificate in nome della “sicurezza”? E quale sicurezza si può garantire in un contesto dove i civili pagano il prezzo più alto? È chiaro che l’AP sta cercando di riaffermare il controllo, ma lo fa attraverso metodi che non fanno altro che alimentare ulteriori tensioni.
La farsa delle promesse di pace
Ogni volta che Jenin torna al centro dell’attenzione, sentiamo parlare di “soluzioni imminenti”, di “iniziative di pace” e di “impegni internazionali”. Ma quanto valgono queste promesse? La realtà è che il campo di Jenin è un microcosmo che riflette il più ampio fallimento della comunità internazionale nel gestire il conflitto israelo-palestinese. Le dichiarazioni di rispetto del diritto internazionale suonano ipocrite in un contesto dove questo stesso diritto viene sistematicamente violato.
La verità scomoda è che nessuno sembra realmente interessato a risolvere il problema. L’AP lotta per la propria sopravvivenza politica, Israele mantiene una politica di controllo serrato, e le potenze internazionali offrono aiuti economici e dichiarazioni formali senza mai affrontare le cause profonde del conflitto: l’occupazione, la frammentazione del territorio palestinese, e l’assenza di una leadership unitaria.
Il peso sui civili: una crisi umanitaria senza fine
Chi paga il prezzo di tutto questo sono i civili, intrappolati in un campo che è diventato simbolo della sofferenza palestinese. I residenti di Jenin vivono in condizioni che l’UNRWA stesso definisce “praticamente inabitabili”. I bambini non vanno a scuola, gli ospedali non funzionano, e ogni scontro armato si traduce in vite spezzate, infrastrutture distrutte, e un senso di disperazione che si aggrava di giorno in giorno.
Philippe Lazzarini ha ragione quando afferma che è tempo di spezzare il ciclo della violenza. Ma chi può farlo? Non certo un’Autorità Palestinese in crisi di legittimità, né una comunità internazionale che continua a considerare Jenin come una pedina nel più ampio gioco geopolitico del Medio Oriente.
Conclusione: promesse vuote e una speranza fragile
Jenin non ha bisogno di altre dichiarazioni di principio o di promesse che non saranno mantenute. Ha bisogno di azioni concrete che affrontino le cause strutturali del conflitto: il diritto all’autodeterminazione, la fine dell’occupazione e un piano reale per il futuro della Cisgiordania. Senza questo, qualsiasi tentativo di “spezzare il ciclo della violenza” sarà solo l’ennesima promessa infranta, lasciando i più vulnerabili a soffrire in un conflitto che nessuno sembra avere davvero intenzione di interrompere.

