Guerra /

Aviano, in provincia di Pordenone, è una delle basi più importanti dell’Usaf, l’aeronautica americana, in Europa ed è anche uno dei due siti italiani ad avere in deposito le bombe atomiche a caduta libera tipo B-61. Nella base friulana sono infatti presenti 20 ordigni di questo tipo, che insieme a quelli della base dell’Aeronautica Militare di Ghedi (Bs), portano a 40 il numero di bombe nucleari utilizzabili col noto meccanismo della “doppia chiave”, che prevede l’autorizzazione americana congiuntamente a quella del Paese ospitante.

In questi giorni sta girando la notizia, lanciata da Il Gazzettino e poi ripresa da altri media nazionali, che le B-61 attualmente presenti nella base americana di Incirlik, in Turchia, possano venire trasferite proprio ad Aviano, ed il motivo va ricercato proprio nella condotta di Ankara nei riguardi della Nato, ma soprattutto verso gli Stati Uniti, degli ultimi mesi.

La Turchia è diventata inaffidabile

I rapporti tra la Turchia e la Nato, ma soprattutto tra Ankara e Washington, sono andati progressivamente deteriorandosi nel corso degli ultimi anni. Diverse le cause. Dapprima il tentato golpe del 2016, fomentato dal dissidente emigrato negli Stati Uniti Fetullah Gülen, e mai del tutto apertamente condannato da Washington, ha creato la prima vera profonda frattura nell’amicizia tra i due Paesi: gli Stati Uniti sono stati infatti ufficiosamente accusati dal presidente Erdogan di aver sostenuto i golpisti e l’atteggiamento freddo e neutrale, quasi attendista, tenuto da Washington in quelle concitate e tragiche ore non ha fatto altro che confermare questa ipotesi agli occhi di Ankara e degli analisti più attenti.

Nelle settimane successive al golpe, in piena repressione del dissenso e durante la “caccia ai congiurati”, gli Stati Uniti avevano iniziato a ventilare l’ipotesi di trasferire gli ordigni atomici proprio a seguito degli eventi di luglio, quando Ankara decise, nel pieno del tentativo di rovesciamento del potere, di tagliare l’energia elettrica proprio alla base di Incirlik, ritenuta, forse non a torto, la centrale operativa dei congiurati e da cui erano decollati gli F-16 turchi che avrebbero dovuto fornire appoggio ai golpisti.

La questione F-35/S-400, ormai ben nota, non ha fatto altro che confermare i timori di Washington, e dell’Alleanza Atlantica, riguardanti l’inaffidabilità della Turchia che sta lentamente avvicinandosi all’orbita russa: come abbiamo avuto modo di dire più volte i rapporti tra Mosca e Ankara vanno oltre le commesse militari e riguardano soprattutto quelli energetici con la costruzione di linee di trasporto di gas (il Turkish Stream) e l’energia nucleare. Mosca, tramite Rosatom, ha infatti in essere un contratto per la costruzione del primo reattore atomico di Akkuyu che dovrebbe entrare in funzione nel 2023.

L’operazione militare turca nel nord siriano a maggioranza curda – chiamata “Sorgente di Pace” – e l’istituzione di pattugliamenti congiunti turco-russi nella fascia di sicurezza così istituita, non ha fatto altro che allontanare di più Ankara da Bruxelles, che infatti sta cercando di sondare il terreno per una missione internazionale a guida Usa che affianchi le pattuglie miste di Turchia e Russia.

Aviano nuova sede o stazione di transito?

Incirlik è comunque rimasta attiva nelle operazioni americane e degli Alleati in Medio Oriente, sebbene gli Stati Uniti stiano seriamente pensando ad un ridimensionamento della loro presenza in Turchia che, lo ricordiamo, non è solo nella base nei pressi di Adana. A Kürecik, infatti, è presente un radar da avvistamento precoce della catena di difesa da missili balistici della Nato, gli americani AN/TPY-2 utilizzati normalmente dal sistema Thaad.

Questo ripensamento fa eco alle stesse parole del ministro degli Esteri Mevlüt Cavusoglu, che in una recente in un’intervista, ha detto che “i membri del Congresso degli Stati Uniti dovrebbero capire che è impossibile imporre un’altra volontà ad Ankara” riferendosi alla minaccia dell’elevazione di sanzioni, e che se gli Stati Uniti decidessero di intraprendere questa strada Ankara potrebbe sollevare il problema proprio delle basi di Incirlik e Kürecik.

Incirlik potrebbe quindi vedere le sue 50 bombe nucleari tipo B-61 trasferite ad Aviano, come anche detto dall’ex comandate americano della base friulana, il generale dell’Usaf oggi in pensione Charles “Chuck” Wald. Il generale, che ha comandato la base dal 1995 al 1997, sebbene sia ormai al di fuori degli ambienti ufficiali della politica americana, rappresenta comunque una voce autorevole, del resto è – o almeno è stato – al corrente della reale possibilità della base, a livello infrastrutturale, di accogliere altri ordigni.

La base friulana ha visto nel corso degli ultimi 20 anni, quindi dopo il periodo di comando del generale Wald, importanti lavori di ristrutturazione e modernizzazione. Alcune fonti non confermate riportano anche che, negli ultimi anni, le misure anti intrusione siano state aumentate e parallelamente si starebbe costruendo una nuova “clinica”, ovvero i laboratori nei quali si provvede alla periodica manutenzione delle atomiche.

Questi sarebbero quindi indizi di un possibile arrivo delle 50 B-61 di Incirlik, ma non è così scontato: innanzitutto spostare le bombe dalla Turchia, a livello politico, vorrebbe aprire ufficialmente una crisi diplomatica con Ankara e con la Nato difficilmente sanabile, in secondo luogo il numero bombe andrebbe a triplicare la consistenza numerica (stimata) di quelle di Aviano, e quindi è intuitivo che sia necessario avere o depositi più grandi oppure numericamente più consistenti: una bomba atomica non si può “accatastare” su uno scaffale di una polveriera come se fosse una semplice granata, bensì il suo immagazzinamento richiede livelli di sicurezza elevatissimi, nonché una “dispersione” su tutto il sedime della base onde evitare di far trovare “tutte le uova in un solo paniere” in caso di attacco.

L’opzione più probabile è che, qualora veramente gli Stati Uniti decidano per il ritiro delle bombe da Incirlik, e quindi aprire la crisi con Ankara ufficialmente, queste possano essere redistribuite anche negli altri siti dei Paesi europei che già posseggono armi atomiche americane, ovvero Kleine Brogel in Belgio, Volkel in Olanda e Büchel in Germania. Del resto tenere la maggior parte delle B-61 in un solo sito è tatticamente poco sensato in caso di attacco preventivo da parte della Russia.

In quest’ottica si può anche pensare che, in futuro, gli Stati Uniti possano decidere di aprire nuovi “siti nucleari” nei Paesi dell’est europeo ed in particolare in Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, che hanno dimostrato più volte forti sentimenti russofobi. Sarebbe sicuramente una mossa provocatoria agli occhi di Mosca (e forse destabilizzante), ma a livello tattico aumentare la dispersione territoriale dell’arsenale atomico europeo significa aumentare la sua capacità di sopravvivenza.

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