Le olimpiadi brasiliane sono oramai alle porte: tra casi di doping, esclusioni di natura politica, polemiche interne ed esterne al più grande paese sudamericano, la Fiaccola Olimpica sta per terminare la sua corsa e Rio de Janeiro è pronta ad illuminare i cinque cerchi.Il successo planetario, mediatico e sportivo, delle Olimpiadi si deve soprattutto ad una grande caratteristica che solo questi giochi riescono ad avere: i risultati contano, ma è ancor più importante contare quante bandiere sfilano durante la cerimonia di apertura. Guardare la parata degli atleti ogni quattro anni, vuol dire riassumere e sintetizzare la storia recente; quando a Berlino nel 1936 è comparsa la svastica, il mondo ha conosciuto quanto è accaduto in Germania pochi anni prima, quando a Città del Messico nel 1968 la parata delle nazioni si è arricchita di nuove e colorate bandiere, tutti hanno potuto toccare con mano l’inizio della decolonizzazione in Africa, quando a Mosca nel 1980 ed a Los Angeles nel 1984 sono mancate, rispettivamente, la bandiera a stelle e strisce e quella rossa con falce e martello, la Guerra Fredda a molti è sembrata irreversibile ma proprio pochi anni dopo, quando a Barcellona nel 1992 nella pista di atletica dello Stadio Olimpico del Montjuic non hanno sfilato maglie e canottiere con la scritta CCCP, quella convinzione è stata prontamente smentita.Guardando le Olimpiadi quindi, si ha la sensazione che il contesto internazionale non è mai stabile e ben definito: le bandiere, come e forse più degli stessi atleti protagonisti, vanno e vengono, appaiono e spariscono, oggi rappresentano un popolo, dopo quattro anni solo un ideale. Andando a guardare però la lista delle nazioni che al Maracanà prenderanno parte alla parata degli atleti, c’è una bandiera che è rimasta ben salda nonostante i continui e costanti tentativi di ammainarla e strapparla: è quella della Repubblica Araba Siriana.Nel 2012 questa bandiera a bande rosse, bianche e nere e con le due stelle verdi al centro, è sembrata ad un certo punto destinata ad essere posata nei cassetti della storia al fianco di quella verde libica o di quella afghana pre 2001; oramai in tanti, anche all’ONU, avevano iniziato a considerare come bandiera rappresentante del popolo siriano quella vecchia, ripresa da altri cassetti, con una banda verde ed in vigore durante il periodo coloniale francese. Alla lunga però, questo vessillo che rappresenta uno Stato attaccato e ferito ma evidentemente ancora in vita, continua a sventolare e lo farà anche a Rio de Janeiro davanti a capi di nazioni che dal 2011 indicano come imminente la caduta della nazione siriana. Ad Atlanta, nel 1996, durante le Olimpiadi meno Olimpiadi della storia, in cui anche la scritta della sigla della cerimonia di apertura richiamava il nome di una famosa multinazionale che incassa soldoni verdi vendendo lattine in tutto il mondo, Bill Clinton in tribuna durante la parata degli atleti faceva finta di distrarsi quando lo speaker annunciava l’ingresso di alcuni Stati: Iran, Iraq, Siria, Afghanistan, Yugoslavia, una volta entrati nella pista d’atletica hanno fatto voltare dall’altro lato l’allora presidente USA, con accanto l’attuale candidata alla presidenza.La bandiera siriana quindi, è da anni che si aspetta di vederla diversa e cambiata durante la cerimonia di apertura; invece, eccola ancora lì, già presente nella tribuna del Maracanà e prossima a fare l’ingresso nello storico tempio del tifo brasiliano.La delegazione siriana avrà sei atleti in Brasile, impegnati tra salto in alto, sollevamento pesi, judo, nuoto e ping pong (tennistavolo per chi tiene ai formalismi olimpici); sono di meno rispetto ai dieci di Londra, ma è un miracolo che già essi siano potuti partire alla volta di Rio: questi atleti non hanno piste sicure dove allenarsi, palasport o piscine in cui non aspettarsi da un momento all’altro che la guerra piombi improvvisamente anche sulla quotidianità sportiva, eppure questa delegazione è pronta a regalare al proprio martoriato paese un momento di distrazione, qualche minuto in cui, come accadeva prima del 2011, la gente si può arrabbiare per un’eliminazione al primo turno e non per un razzo che sfiora la propria casa.I sei atleti pronti a sfilare a Rio mostrano al mondo che la Repubblica Araba di Siria, laica e nemica di terroristi ed estremisti, ancora esiste; essi rappresentano un popolo in questo momento in guerra, in parte fuori dalle proprie case distrutte, che vive in città dove i segni del conflitto non sono soltanto sulle pareti dei palazzi ma anche nell’animo di intere comunità e dove si sta lottando per la propria indipendenza e per la ricostruzione di una società dilaniata da cinque anni di conflitto.Chi dunque avrà la pazienza di aspettare l’una di notte di venerdì (il fuso orario con il Sudamerica farà vedere molte gare in differita, ahimè) per guardare la cerimonia di apertura, quando lo speaker annuncerà l’ingresso della Siria si pensi a quello che sta succedendo nel Paese, ai video ed alle foto che ogni giorno arrivano da quel conflitto e si immagini quindi cosa voglia dire per quegli atleti e per il popolo che rappresentano sfilare assieme a tutte le altre nazioni.A Rio saranno presenti anche altri Stati in guerra, altri popoli afflitti militarmente ed economicamente, ma la valenza simbolica della presenza della bandiera siriana a queste Olimpiadi è davvero enorme; qualunque sia l’opinione sul governo di Damasco, qualunque sia la visione sulla guerra siriana, è oggettivamente indiscutibile l’importanza della presenza della bandiera della Repubblica Araba in Brasile, lo stesso vessillo già dato per ‘superato’ dalla e nella storia da chi ha direttamente od indirettamente armato le mani di tagliagole e criminali terroristi.La Siria c’è e, con essa, la speranza del ritorno alla normalità di questo Paese ferito e saccheggiato ma ancora in grado di essere presente con i suoi rappresentanti nelle più importanti manifestazioni internazionali.

Nel campo comunista di Goli Otok
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