“Nessuno potrà dire: non sapevo cosa stesse accadendo a Gaza”. Inizia così la video inchiesta di Al Jazeera composta per la maggior parte da filmati diffusi sui social dagli stessi soldati israeliani. Quello che emerge, nei 120 minuti di documentario, è una condotta violenta e del tutto indisciplinata dell’esercito israeliano. Il filmato non è passato inosservato, tanto che lo hanno rilanciato diversi autorevoli media internazionali. Tra questi, va ricordata la BBC, che ha analizzato 45 video di soldati israeliani, per poi concludere, dopo una lunga e dettagliata inchiesta, che “le riprese e la loro pubblicazione online potrebbero costituire un crimine di guerra”. La stessa notizia, mesi fa, fu ripresa, tra gli altri, anche da Le Monde.
L’aspetto inquietante della video inchiesta [è possibile vederla in lingua inglese e sottotitolato in italiano a questo link], al netto delle atrocità portate alla luce, consiste proprio nel fatto che molti dei video sono stati presi direttamente dai profili social dei soldati israeliani, che evidentemente credono di godere, forse a ragione, di una totale impunità.
I crimini di guerra, che certamente sono stati commessi in tanti altri conflitti, non sono mai stati filmati e sbandierati alle masse. Mai prima d’ora. Eppure adesso, i principali social media sono letteralmente invasi da qualsivoglia barbarie consumata a Gaza. I soldati, che pure avrebbero il divieto di portare sul campo di battaglia gli smartphone, disobbediscono alla stregua di indomabili liceali [e, difatti, l’età media delle reclute, riporta il Jerusalem Post, è di 18,9 anni]. Dalle loro storie pubblicate su Instagram e Tik Tok emerge tutto quello che la stampa fa fatica a riportare [ricordiamo a tale proposito quanto denunciato dal CPJ, e cioè “il divieto totale ai giornalisti di entrare a Gaza è senza precedenti nei tempi moderni”].
È tutto online
Riportiamo la descrizione di alcuni video dell’inchiesta.
Le immagini riprendono centinaia di palestinesi in marcia, che verosimilmente si stavano spostando da Nord a Sud della Striscia. Hanno tutti una mano alzata per mostrare il loro documento identificativo. Tutti, anche i più piccoli [nel video si vedono chiaramente bambini di 3 o 4 anni]. Nel tragitto che fanno a piedi ci sono cadaveri stesi a terra. Durante la marcia alcuni uomini vengono allontanati dalle fila, spogliati completamente e lasciati legati a terra in attesa, forse, di qualche controllo da parte delle forze armate. Forse.
In un altro post si sente l’audio di un militare che incita i suoi commilitoni a bruciare tutte le case dei palestinesi e, citiamo letteralmente, “far cadere tanti esplosivi da spaventare Dio Onnipotente”.
E ancora, un altro filmato mostra tre soldati che distruggono una casa e accompagnano le immagini con la scritta “distruggiamo tutto, così non avranno un posto dove tornare”.
A tale proposito, nell’inchiesta di Al Jazeera, interviene un maggiore dell’esercito britannico in pensione, Charlie Herbert, che dichiara: “Queste immagini sono la riprova che quello israeliano è un esercito totalmente indisciplinato, non dal punto di vista del singolo, ma a livello istituzionale”.
Il documentario prosegue con decine e decine di video in cui i soldati dell’IDF devastano qualsiasi oggetto si ritrovino sottomano. E qui, interviene un esperto di diritto internazionale, Rodney Dixon Kc, che afferma: “Secondo il diritto internazionale non è permesso distruggere proprietà di comuni civili. Qualsiasi procuratore si ‘leccherà i baffi’ nell’esaminare questi filmati”.
Quella attuata dai soldati israeliani, sottolinea Dixon, è “la politica della terra bruciata”, ovvero la distruzione di tutte le strutture civili per rendere il successivo reinsediamento quanto più complicato possibile.
La banalità del male ai tempi dei social
Ci sono soldatesse in divisa che, tra un pattugliamento e un’offensiva, girano un Tik Tok, con tanto di mosse a tempo di musica. Immagini che stridono con la devastazione d’attorno. In un’altra storia di Instagram, in pochi secondi è racchiusa quella che si potrebbe definire la banalità del male ai tempi dei social media: una forte esplosione fa saltare in aria un edificio a Gaza, mentre l’autore del video si riprende sorridente, ed elettrizzato grida: “Questa è stata esagerata!”
Poi le immagini di un soldato che prende a calci in faccia un palestinese a terra, bendato e legato. Oltre al video, l’audio: si sentono le urla, fin quando il prigioniero non viene trascinato via con la forza.
Un altro militare riprende la demolizione di una casa araba nella Cisgiordania; passa alla telecamera frontale, sorride e grida: “Questo è un lavoro bellissimo”.
Non ci sono solo i soldati al fronte. La distruzione di Gaza ha generato un trend su Tik Tok oltremodo inquietante. Giovani e giovanissimi, molti dei quali minorenni, si filmano mentre, vestiti come caricature di palestinesi, emulano la disperazione della gente nella Striscia. Il trend è chiarissimo e porta l’hashtag “ho perso la casa”. Persino gli influencer hanno fatto la loro parte, condividendo video in cui, rovesciando dell’acqua a terra, scrivono “tanti saluti a Gaza”, irridendo in tal modo i palestinesi della Striscia, che hanno l’acqua centellinata.
È tutto online: le violenze, crimini. Basta avere il coraggio di guardare.