La geopolitica della corsa allo spazio
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È esistito un tempo, a cavallo tra l’ultima decade del Secolo breve e i primordi del Duemila, in cui negli Stati Uniti si sognava ad occhi aperti e a voce alta di costruire un mondo fatto a loro immagine e somiglianza. Vinta l’Unione Sovietica senza combatterla, e visto il trionfo del capitalismo e dell’American way of life su tutto il resto, gli Stati Uniti erano stati attraversati e traviati dalla dolce e inebriante brezza del momento unipolare.

Il secolo alle porte sarebbe appartenuto agli Stati Uniti, il jeffersoniano Impero della Libertà calvinisticamente predestinato a sentenziare sulle sorti dell’umanità, e le altre potenze nulla avrebbero potuto per ritardare, fermare e/o annullare l’imminente arrivo della travolgente onda dell’occidentalizzazione. La storia sarebbe finita con il definitivo prevalere della Città sulla collina sulle Babilonie e sulle Sodome del mondo – alcuni, come i neoconservatori, ne erano realmente convinti. Ma così non è stato.

Un momento unipolare è realmente esistito, è stato effettivamente protagonizzato dagli Stati Uniti nelle vesti di unica iperpotenza e di solo sceriffo del sistema internazionale, ma è già passato. Ed è passato, cioè è morto – o comunque si trova in coma irreversibile –, proprio a causa di misfatti e miscalcoli degli inquilini della Casa Bianca, che mai hanno colto a pieno l’eccezionalità del momento unipolare, occasione irripetibile di teleguidare il mondo verso un multipolarismo favorevole all’Interesse occidentale.

Il momento unipolare è morto a causa della concatenazione di vari eventi, dalla stanchezza imperiale degli Stati Uniti agli ustionanti ritorni di fiamma alimentati – in particolare – da Belgrado 1999, Baghdad 2003 e Tripoli 2011, e su di esso ha posato la lapide Vladimir Putin il 17.6.22, dal palcoscenico del Forum economico di San Pietroburgo.



San Pietroburgo, capitale del mondo multipolare

Vladimir Putin ha sempre avuto una predilezione per la teatralità: nulla viene mai lasciato al caso, ogni parola viene attentamente soppesata, nessuna perla viene mai data ai porci. L’obiettivo è sempre lo stesso: massimizzazione dell’impatto emozionale del suo verbo.

Predilezione per la teatralità, dunque cura della scenografia e della coreografia, questo è il motivo per cui Putin ha tradizionalmente selezionato con meticolosità i luoghi destinati a ospitare i suoi sermoni, i suoi discorsi-manifesto. Questo è il motivo per cui scelse il palco della Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera, nel 2007, per denunciare le iniquità dell’unipolarismo. Questo è il motivo per cui, quindici anni più tardi, ha investito San Pietroburgo dell’onere-onore di essere capitale del multipolarismo per un giorno.

Il 17 giugno, aprendo la sessione plenaria del Forum economico internazionale di San Pietroburgo, Putin ha voluto rivolgere un messaggio ai presenti e, in esteso, al mondo intero. Un messaggio sull’attualità e sul futuro, che parla di geopolitica e civiltà, del quale abbiamo tradotto le parti salienti:

Un anno e mezzo fa, al Forum di Davos, già si parlava della fine dell’era del mondo unipolare. Non c’è modo di aggirare questo fatto. Questa epoca è finita, nonostante tutti i tentativi di rivitalizzarla o di prolungarla ad ogni costo. Ma è un processo naturale: questi cambiamenti sono il naturale corso della storia, perché è difficile combinare la diversità civilizzazionale e la ricchezza delle culture del pianeta con modelli politici ed economici. Questi modelli non funzionano qui, questi modelli che, senza mezzi termini e senza offrire alternative, vengono imposti dall’alto da un unico centro.

Il difetto sta proprio nell’idea che esista un solo – sebbene forte – centro di potere, formato da una cerchia ristretta di stati vicini o, come si suol dire, ammessi al suo interno, per il quale tutte le regole degli affari e delle relazioni internazionali, quando necessario, non valgono: vengono interpretate esclusivamente nell’interesse di questo potere. È una strada a senso unico. È un gioco impari. Un mondo basato su tali dogmi è decisamente instabile.

“Non dimenticheremo mai Euromaidan”

Nel lungo discorso-manifesto di Putin, oltre ad una dura critica dell’unipolarismo, dello spazio è stato dedicato anche all’origine di tutti i mali dell’attualità: Euromaidan, la rivoluzione colorata (di sangue) nel 2014, assestando un colpo durissimo alla sfera di influenza russa nello spazio postsovietico, spianò definitivamente la strada allo scoppio della Guerra fredda 2.0.

“Perché organizzarono un colpo di stato in Ucraina nel 2014? È da lì che cominciò tutto: tre ministri degli esteri di tre paesi europei – Germania, Francia e Polonia – giunsero [a Kiev] nel ruolo di garanti degli accordi tra l’allora presidente Janukovyč e l’opposizione. Il presidente degli Stati Uniti, [Barack] Obama, mi chiamò per dirmi: dobbiamo fare qualcosa per calmare la situazione laggiù. Bene. E poi, il giorno dopo, organizzarono un colpo di stato. Ma perché? L’opposizione [ucraina] sarebbe potuta salire al potere democraticamente, partecipando alle elezioni e vincendo. Invece no: hanno organizzato un colpo di stato, uno di quelli sanguinosi. È da qui che è partito tutto.

Adesso, ci stanno dicendo: dimentichiamocene. No. Non lo faremo. Perché questa, e le persone che vi presero parte, fu la causa originaria di tutto. I garanti del processo di pace avrebbe dovuto insistere per le elezioni all’epoca, ma preferirono distribuire torte nelle piazze supportando il golpe. E per cosa?

Sono stati anche restii a rispettare la scelta dei residenti della Crimea; perciò l’imposizione delle prime sanzioni contro la Russia. Hanno organizzato grandi operazioni militari nel Donbass per tre volte. Hanno ucciso persone per otto anni, mentre tutti chiudevano un occhio. Le autorità di Kiev hanno rifiutato di implementare gli accordi di Minsk, e anche questo fatto è stato ignorato. Tutto questo ha condotto alla situazione attuale. Questo è stato il motivo”.

Ue e Russia possono ancora coesistere

L’era unipolare è finita, o comunque giace in stato comatoso, ma questo non significa che le relazioni tra l’Occidente e il Resto (the West and the Rest) siano destinate ad aggravarsi senza possibilità di miglioramento. Perché la Russia, secondo Putin, non ha chiuso e non chiuderà totalmente le porte all’Unione Europea – un messaggio distensivo e ingegnosamente indirizzato al ventre molle dell’Occidente, dove la voglia di autonomia strategica è entrata in letargo, causa la guerra, ma non è morta.

“L’Unione Europea non è un’organizzazione militare, e neanche un blocco politico-militare, contrariamente alla NATO. Lo abbiamo sempre detto e ho sempre detto che la nostra posizione a riguardo è coerente e chiara. Non abbiamo nulla contro [all’ingresso dell’Ucraina nell’UE]. È agli sviluppi militari nel territorio ucraino, che minacciano la nostra sicurezza, che siamo sempre stati contrari e che abbiamo sempre obiettato. Ma per quanto concerne l’integrazione economica, per l’amor di Dio, la scelta è loro.

Aderire o non aderire a delle associazioni economiche è la scelta sovrana di qualsiasi paese, ed è affare di questa o di quella associazione ammettere nuovi membri oppure no. Possano i paesi dell’Unione Europea decidere da soli se questo [l’ingresso dell’Ucraina] è possibile e praticabile. Se sarà benefico o esiziale per l’Ucraina è affare interamente loro: affare del popolo e della dirigenza dell’Ucraina.”

L’unipolarismo è morto, viva l’unipolarismo!

L’unipolarismo, inteso come dominio incontrastato degli Stati Uniti in ogni ambito delle relazioni internazionali, è morto. Sepolto dalla storia. Assassinato dall’inabilità della classe dirigente statunitense di governarlo e di prevedere gli (in)evitabili contraccolpi di azzardate politiche imperiali quali, ad esempio, la Guerra al terrore, il ridimensionamento della russosfera e il contenimento a oltranza della Repubblica Popolare Cinese. Schiacciato dalle onde sismiche promananti dalle forze che da anni invocavano la transizione multipolare.

L’unipolarismo è morto, ma questo non vuol dire che il destino del XXI secolo sia stato già scritto. È vero, piuttosto, il contrario: il progressivo diradarsi della Pax americana getta le basi della moltiplicazione degli scontri egemonici, spiana la strada a un nuovo tipo di globalizzazione e galvanizza l’aggravamento della competizione tra grandi potenze. La fine dell’età delle sfere di influenza, e cioè del rispetto delle linee rosse tracciate con l’inchiostro simpatico, comporterà un crescendo di pressioni deflagranti sui centri imperiali, quando prede di radicali trasformazioni interne e quando alle prese coi fumi provenienti dalle periferie.



È morto l’unipolarismo, dunque la Pax americana, ma gli Stati Uniti continuano e continueranno a primeggiare in ambiti-chiave della regolamentazione del sistema internazionale, dal peso negli organismi universali all’influenza negli interscambi commerciali e finanziari, perciò la transizione non avverrà nottetempo, non sarà lineare e neanche sarà pacifica. Anche perché la storia insegna che difficilmente gli imperi decadenti accettano il loro declino, il passaggio di scettro, senza colpo ferire.

Festeggiare la fine della Pax americana, in sintesi, non sarà sufficiente. Perché le forze del revisionismo, capeggiate dall’asse Mosca-Pechino e sostenute dal risorgente Movimento dei non allineati, non vinceranno fino a che non sarà abbattuta la dollarocrazia, fino a che non produrranno delle alternative valoriali a tutto ciò che è scaturito dall’Illuminismo e, ultimo ma non meno importante, fino a non costituiranno delle solide alleanze da contrapporre alle principali espressioni dell’Occidente, come NATO e G7. Cose di cui Putin ha certamente contezza, sulle quali ha scommesso nel momento in cui ha deciso di invadere l’Ucraina, e che obbligheranno attori e spettatori della Terza guerra mondiale a pezzi a tenere gli occhi puntati su periferie, progetti di integrazione, de-globalizzazione e BRICS, con questi ultimi che potrebbero vivere un momento di espansione ed essere convertiti in un anti-G7.

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