Portare in Libia una base militare Usa: è questa la proposta che è stata ufficialmente lanciata da Tripoli nelle scorse ore, così come riferito dall’agenzia Bloomberg la quale, a sua volta, ha riportato le intenzioni del ministro dell’interno libico Fathi Bishaga. Una proposta quindi rivolta direttamente al Pentagono, a cui adesso l’esecutivo guidato da Fayez Al Sarraj vorrebbe accreditarsi come forza in grado di arginare la Russia in Africa. In realtà però, da parte di Tripoli l’offerta avanzata agli Stati Uniti suona come un disperato tentativo di trascinare Washington definitivamente dalla propria parte. Segno di come, molto probabilmente, le carte da giocare per il governo libico siano sempre di meno.

L’offerta avanzata da Tripoli

Secondo l’agenzia Bloomberg, in Libia sono state prese molto in considerazione le parole pronunciate nei giorni scorsi dal segretario alla difesa Mark Esper. Quest’ultimo ha illustrato le intenzioni dell’amministrazione Trump di ridisegnare il posizionamento delle basi americane all’estero, a partire da quelle in Africa. Nel continente nero, così come emerso anche dalla recente conferenza sulla sicurezza tenuta a Monaco, gli Stati Uniti vorrebbero ridimensionare la propria presenza. E questo nell’ottica di una strategia volta a dare maggior peso al contenimento, a livello globale, di Russia e Cina. E dopo le rivelazioni degli obiettivi americani, ecco quindi che dalla Libia è stata offerta la disponibilità ad ospitare una base a stelle e strisce nel proprio territorio.

“La riassegnazione delle basi non ci è chiara – ha affermato Bashagha nell’intervista telefonica concessa a Bloomberg – Ma speriamo che la ridistribuzione includa la Libia in modo da non lasciare spazio che la Russia possa sfruttare”. Un’affermazione in cui si fa quindi riferimento all’influenza di Mosca nel paese nordafricano, data soprattutto dal sostegno offerto dal Cremlino al generale Khalifa Haftar, le cui truppe da aprile provano a prendere Tripoli. Nella sua intervista, il ministro dell’interno libico ha quindi confermato la proposta rilanciata all’amministrazione Trump, volta a dare agli Usa la possibilità di avere per la prima volta una base nel paese. Una scelta che sarebbe storica, visto che dall’11 giugno del 1970, giorno in cui Gheddafi ha chiuso le basi militari britanniche, la Libia non ospita strutture militari di altri paesi.

Il tentativo di Al Sarraj di chiamare in causa gli Usa

Tra Tripoli e Washington i rapporti sono buoni, anche se per ragioni di sicurezza ancora oggi l’ambasciatore americano in Libia opera dalla Tunisia. Del resto il governo di Al Sarraj è stato sponsorizzato in modo molto forte dagli Stati Uniti, che nell’estate del 2016 hanno offerto supporto aereo alle milizie di Misurata in funzione anti Isis. Tuttavia, soprattutto dall’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, gli Usa hanno ridimensionato il proprio interessamento sul dossier libico. Il tutto in linea con le scelte politiche del tycoon neyworkese, il quale dal 2017 in poi ha avviato una stagione contrassegnata da un minore impegno politico nell’area mediorientale e del Mediterraneo.

Al Sarraj però vorrebbe provare nuovamente a tirare concretamente in ballo gli Usa. L’offerta di costruzione di una base militare in Libia è possibile leggerla sotto questa ottica. Il governo libico, puntando sulle preoccupazioni americane circa il ruolo della Russia, vorrebbe convincere Trump ad appoggiare in modo diretto e definitivo le forze che in questo momento fronteggiano Haftar a Tripoli. Il premier libico evidentemente è in cerca di alleati: dopo aver accettato le offerte di aiuto da parte della Turchia, con la quale la Libia ha chiuso un memorandum d’intesa nello scorso mese di novembre, adesso Al Sarraj vorrebbe presentarsi come l’uomo “anti Russia” nel Mediterraneo. Difficilmente però gli Stati Uniti dimostreranno sincero interesse ad aumentare il proprio impegno nel paese nordafricano. Tirato per la giacca anche da “Giuseppi” Conte a dicembre, con l’Italia in quell’occasione in cerca di sponde per tornare in campo sulla Libia, Trump ha più volte fatto intuire di non voler dare priorità a questo dossier. Ed è probabile che la posizione non cambi nemmeno di fronte alla prospettiva di una nuova base militare.