La geopolitica della corsa allo spazio
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Fine del mondo unipolare, fine dell’egemonia Usa. Sono due concetti ripetuti venerdì a San Pietroburgo dal presidente russo Vladimir Putin. Due elementi chiave per capire, ancor di più, l’attuale visione di Mosca e gli obiettivi del Cremlino nel lungo termine. Concetti per la verità non nuovi. La critica al sistema post 1991, anno della caduta dell’Urss, è una costante nella politica non solo di Putin ma dell’intera classe dirigente russa. Un sistema cioè regolato e regolamentato unicamente, secondo la versione di Mosca, dagli Stati Uniti. Un’egemonia che quindi, sempre partendo dal punto di vista russo, avrebbe superato, con la volontà di ammettere l’Ucraina nella Nato, una precisa linea rossa. Lo ha ribadito il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, pochi giorni fa: “Abbiamo avviato un’operazione speciale in Ucraina per far intendere che è un errore considerare Kiev nella Nato”. Assodato questo, resta però una domanda sullo sfondo di una guerra che sta dissanguando tanto gli ucraini quanto gli stessi russi: qual è l’obiettivo adesso del Cremlino?

Le sfere di influenza

Alla domanda è possibile rispondere partendo dal presupposto precedente. Se la Russia ritiene infatti che l’Occidente (o, per meglio dire, gli Usa) ha attraversato una linea rossa nell’ipotizzare un’Ucraina interna alla Nato, è perché Mosca si è sentita colpita in una regione che ritiene sotto la propria influenza. Dunque, nella visione del Cremlino, il confronto tra potenze è possibile farlo solo nel momento in cui si accetta la demarcazione di rispettive sfere di influenza. Putin non vuole statunitensi a ridosso del Donbass e del mar Nero in quanto considera quelle regioni storicamente sotto l’ala della Russia, sia che si tratti della Russia zarista, sovietica o dell’attuale federazione. L’idea di una “nuova Yalta” ha costantemente fatto capolino nella mente del leader del Cremlino e dei politici russi.

Non solo di Putin, ma anche di molti partiti dell’opposizione. Il Partito Comunista ad esempio, politicamente distante dalla formazione Russia Unita che sostiene il presidente russo, a febbraio è stato il primo a depositare una mozione con la quale si chiedeva il riconoscimento delle due repubbliche separatiste del Donbass. Circostanza poi formalizzata da Putin il 21 febbraio scorso, al termine di un discorso televisivo considerato come vero preambolo della guerra scoppiata tre giorni dopo.

Con l’aggressione a Kiev, Mosca ha voluto sottolineare la presenza di una linea rossa e ora vorrebbe rendere effettiva quella demarcazione. Una nuova cortina quindi, con la quale suddividere il Vecchio Continente in distinte sfere di influenza. Un obiettivo considerato talmente prioritario da accettare perdite importanti e pesanti stravolgimenti. La morte di migliaia di ragazzi sul fronte, l’interruzione dei rapporti con l’Europa, le sanzioni contro la propria economia sono tutti prezzi da dover “digerire” pur di tracciare nuovamente una netta linea rossa in grado, secondo il Cremlino, di salvaguardare gli interessi nazionali russi. Anche perché, ed è lì l’altro tasto considerato molto caldo da Putin, è forte l’idea che senza una nuova cortina prima o poi gli Usa, dopo Kiev, arriveranno dritti a Mosca.

Un obiettivo realistico?

Ma la Russia, al di là dell’andamento della guerra sul campo di battaglia, riuscirà realmente nel suo intento? Intervistato sul Corriere della Sera, il politologo Michael Walzer si è mostrato non molto convinto in merito. Il perché è dato da una visione del mondo di Putin ferma a una realtà non più attuale. “Putin propone un assetto del pianeta multipolare – si legge nell’intervista realizzata da Giuseppe Sarcina – E credo che sia una formula giusta, che riflette la nuova realtà. A condizione che si crei un equilibrio genuinamente pluralista. Ne consegue che dovrebbe essere rispettata la sovranità di tutti i Paesi. Mi sembra, invece, che Putin stia descrivendo un altro mondo, simile a quelli del passato, con i realisti americani e i sovietici pronti a una spartizione delle sfere di influenza su cui esercitare la propria egemonia”.

In poche parole, il Cremlino potrebbe anche aver ragione sul discorso del mondo multipolare. Il problema è però cosa applicare in alternativa al sistema attuale. Putin, seguendo quanto sta succedendo in Ucraina, vorrebbe un “semplice” ritorno al passato. Da qui la debolezza del suo piano, destinato a scontrarsi con una realtà molto diversa da quella degli anni precedenti alla caduta dell’Urss. “Non è più accettabile e per quanto ci riguarda neanche immaginabile il modello del passato – ha proseguito Walzer – quando gli Stati Uniti si muovevano da padroni nei Caraibi o nell’America centrale. E quindi non possiamo accettare che la Russia continui a comportarsi nell’Est Europa come se fossimo all’epoca dell’Unione sovietica o degli zar”.

Fine del mondo unipolare sì, ma secondo Walzer è impossibile tirar fuori schemi vecchi dal passato. In questo consiste il forte limite della strategia di Putin. Un limite che Mosca potrebbe pagare a caro prezzo. Non solo a riguardo dell’Occidente ma anche dell’altra potenza, quella che sta un po’ più a est della federazione e che ha come capitale Pechino. Il dragone cinese cioè potrebbe, nel lungo periodo, “divorare” una Russia debilitata e uscita malconcia dal suo tentativo di ristabilire vecchie zone di influenza.

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