L’onnipresenza di Kadyrov e il contributo dei ceceni in Ucraina

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In questo mese e mezzo di guerra lo si è visto in ogni contesto. Dalle trincee ai locali improvvisati come sedi del comando dei propri uomini in battaglia, dagli ospedali dove ha fatto visita ai feriti fino ai locali dei suoi uffici di Grozny. Il leader ceceno Ramzan Kadyrov appare, all’interno del fronte russo, tra le personalità più attive. Sui social più presente senza dubbio anche dello stesso Vladimir Putin. L’ultimo suo discorso tuttavia è di quasi una settimana fa. Si era dichiarato contrario a lasciare Kiev, lì dove lui stesso si era fatto ritrarre tra i suoi combattenti. Dalla capitale ucraina i russi sono effettivamente andati via e forse anche per questo da allora non si è mostrato più molto attivo. I suoi uomini però stanno ancora combattendo, soprattutto sul fronte di Mariupol.

L’attivismo personale di Kadyrov

Quando, pochi giorni dopo l’inizio della guerra, da Mosca sono trapelate informazioni sull’impiego di combattenti ceceni in Ucraina subito il pensiero è andato a Ramzan Kadyrov. Leader ceceno dal 2007, ha ereditato dal padre Achmat Kadyrov, ucciso in un attentato a Grozny nel 2004, soprattutto la fiducia da parte del Cremlino. Sono stati i battaglioni guidati dai Kadyrov a sparigliare gli avversari di Mosca nella seconda guerra cecena e a permettere alla federazione russa di riprendere il controllo della regione. Per questo Ramzan è anche uno dei fedelissimi del presidente Putin. Più vicino a lui forse di tanti membri dei servizi segreti i quali, e oramai non è più in mistero, non hanno mai espresso eccessiva simpatia verso le operazioni belliche in Ucraina. Ed è più vicino al Cremlino forse più degli stessi generali russi, molti dei quali non informati dell’impiego dei ceceni sul campo di battaglia.

Kadyrov ha colto l’occasione ancora una volta per “pubblicizzare” il suo legame con Mosca e con Putin in particolare. Lo ha fatto già nel 2017, quando i suoi uomini sono stati chiamati in Siria dal governo russo per pattugliare le strade di Aleppo appena liberata dalle fazioni islamiste dopo le operazioni congiunte tra russi e siriani. “Il presidente Putin ci chiama – aveva detto all’epoca davanti ai battaglioni ceceni schierati in una piazza di Grozny – noi, figli migliori di questa terra, rispondiamo”. Il palcoscenico con il quale Kadyrov ha voluto mostrare la propria vicinanza con Putin è stato lo stesso di cinque anni fa. Una grande piazza di Grozny, centinaia di uomini in divisa schierati, le bandiere della Cecenia (con le effige del padre Achmat) e della Russia una accanto all’altra. E lui, dal podio, a incitare i combattenti per la missione in Ucraina chiudendo poi il discorso con l’urlo “Allah Akbar”.

Per diversi giorni il leader ceceno non si è fatto vedere. In compenso, il canale Telgram Kadyrov 95, usato dai combattenti di Grozny, ha mostrato i ceceni sul campo di battaglia. Soprattutto lungo il fronte di Kiev. Su quelle linee a nord della capitale ucraina è apparso il 14 marzo proprio lui direttamente. Questa volta aveva addosso la tuta mimetica e il giubbotto antiproiettile. Si è fatto riprendere in uno stanzino angusto assieme ad una decina di combattenti ceceni. Alle spalle la bandiera cecena con le effige del padre: “I nazisti ucraini devono arrendersi”, ha dichiarato mentre affermava di trovarsi a Gostomel. Ossia la località a nord di Kiev, non lontana da Bucha e Irpin, dove russi e ceceni hanno provato a sfondare.

Il giorno dopo però Kadyrov è ricomparso a Grozny, in compagnia del presidente del Consiglio di sicurezza nazionale russo, Nikolai Patrushev. Il video da Gostomel o era un falso oppure era stato girato giorni prima, quasi impossibile spostarsi dal fronte bellico di Kiev alla sua capitale nel giro di 24 ore. Di certo c’era una buona dose di propaganda anche il 28 marzo, quando il leader ceceno è apparso in un nuovo video, questa volta alla periferia di Mariupol. Con sé, ha dichiarato, ha portato i suoi figli e i suoi fedelissimi: “Manca poco alla liberazione della città”, aveva poi aggiunto. Proprio a Mariupol è rimasto ferito uno dei comandanti a lui più vicini, quel Ruslan Geremeyev sospettato anni fa di essere tra gli assassini dell’ex vice premier Boris Nemtsov.

E il 29 marzo Kadyrov si è fatto riprendere in ospedale mentre va a fargli visita. Non si sa se a Grozny oppure se in un ospedale russo in cui Geremeyev è stato evacuato. Infine il 30 marzo è il giorno dell’ultimo video, quello in cui si è dichiarato contrario a lasciare Kiev e ha accusato il negoziatore russo Vladimir Medinsky di aver sbagliato a parlare di concessioni agli ucraini durante i negoziati. In questo video è nel suo ufficio a Grozny, di nuovo nel Caucaso all’interno delle stanze del suo potere. La guerra in Ucraina ha lanciato quindi l’immagine di un Kadyrov dinamico sui media, onnipresente sui social e capace di passare dalla trincea all’ufficio in poche ore. A prescindere dall’autenticità dei video, resta comunque un fatto: il presidente ceceno è tra i politici russi al momento più attivi.

Dove stanno combattendo i ceceni

I battaglioni agli ordini di Kadyrov sono stati posizionati in prima battuta alla periferia di Kiev. Da qui si notavano nei video militari ceceni a volte impegnati a combattere con mezzi poco più che rudimentali, come ad esempio pickup con sopra delle mitragliatrici. Un po’ come nei conflitti mediorientali. E del resto Putin li ha chiamati proprio per questo: l’abilità nel combattimento corpo a corpo e nelle battaglie urbane. Una volta lasciata Kiev assieme ai russi, i ceceni si sono maggiormente concentrati sul fronte di Mariupol. Ed è lì che attualmente stanno combattendo. Nella battaglia casa per casa che si sta svolgendo nella città sul Mar d’Azov, i ceceni si stanno rivelando decisivi. Sono loro a entrare nei palazzi con delle lunghe scale di legno, come quando un tempo venivano presi d’assalto i fortini per accedere ai castelli nemici.

Lunedì a Mariupol almeno 267 marines ucraini si sono arresi. La città oramai è in mano russa e i ceceni hanno dato il contributo forse decisivo. Kadyrov, stranamente, non si vede da una settimana. Ma a guerra finita non mancherà di rivendicare, anche allo stesso amico Putin, questo successo militare. Uno dei pochi di Mosca in Ucraina.