SEO PER IL GIORNALISMO ENTRA NELLA NEWSROOM ACADEMY

Dicono i savi che la beffa più grande che il Diavolo abbia mai fatto sia stata quella di convincere il mondo che non esiste. È così che il Maligno può addossare ad altri le colpe di ogni sua malefatta. È così che può agire indisturbato, indurre in tentazione il mortale di turno e, di colpo, sparire come nebbia quando il peccato è stato commesso.

Un buon stratega, similmente all’astuto Satana tratteggiato da John Milton nel poema epico Paradiso perduto, è chiamato a fare di necessità virtù, a cogliere l’occasione quando si presenta e persino a crearla dal nulla quando se ne ha la possibilità. Un buon stratega, similmente all’anziano demone dipinto da C. S. Lewis nel satirico Le lettere di Berlicche, sa come sfruttare le debolezze altrui e su quali inganni antediluviani fare leva per condannare l’avversario al quinto cerchio infernale.

Vincere senza combattere. Osservare i due o più litiganti con il compiacimento di chi entrerà a fine spettacolo soltanto per raccogliere dei frutti seminati da altri. Dirsi conoscitori dell’arte della guerra, in effetti, non equivale che ad una cosa: possedere la conoscenza necessaria a ottenere il massimo risultato col minimo sforzo. Una conoscenza che il duo Biden-Blinken ha (di)mostrato di avere nel momento in cui, facendo saltare le trattative sulle cosiddette garanzie di sicurezza, ha convinto un Vladimir Putin esasperato dal fallimento della diplomazia delle cannoniere a rendere reale l’irrealistico: l’invasione dell’Ucraina.

Intrappolando la Russia nelle sabbie mobili ucraine, rivisitazione in chiave contemporanea del pantano afgano, la presidenza Biden ha conseguito degli obiettivi nell’immediato e coltiva la speranza-aspettativa di raggiungerne altri nel medio e lungo termine, dalla fratturazione della cerchia putiniana alla destabilizzazione dello spazio postsovietico, passando per il consolidamento dell’accerchiamento atlantico di Mosca e, soprattutto, lo scopo meno battuto sino ad oggi: lo sgretolamento dell’Intesa franco-tedesca. Garanzia per il mantenimento dell’Europa come provincia geostrategica dell’impero statunitense.



Putin, il miglior nemico di Biden

Se Putin non fosse esistito, Biden avrebbe dovuto inventarlo. Accostumato a vincere, impulsivo se messo alle strette e paranoico – sempre. Indisposto ad accettare un rifiuto come risposta. E prevedibile, dunque, nelle reazioni. Il miglior nemico che gli Stati Uniti, in questo preciso momento storico – momento di delicata transizione verso un nuovo ordine mondiale –, avrebbero potuto desiderare.

La legge non scritta di ogni stratega è “creare quando richiesto, sfruttare ogniqualvolta possibile” e il duo Biden-Blinken, volgendo con maestria contro il capo del Cremlino quella sua diplomazia delle cannoniere utilizzata per chiedere rinegoziazione dell’architettura securitaria euroatlantica e ritorno all’età delle sfere di influenza, ha dato prova di conoscerla e, soprattutto, di saperla applicare. William Burns, ambasciatore del dialogopontiere di Washington con la Russia e custode degli apparati da direttore della Cia, ha provato a prendere le misure a Mosca istituzionalizzando questa prevedibilità in un dialogo franco e serrato. Offerta non colta da Mosca che ha scelto l’irrigidimento, spianando la strada al contropiede Usa.

Fare di minaccia opportunità. Opportunità, in questo caso, di prendere due piccioni con una fava: la Russia e l’Unione Europea. Perché la seconda, invero, nella visione degli Stati Uniti ha senso di esistere solo in una posizione di subalternità all’interno del polo di potere occidentale, come una provincia periferica dell’Impero né più né meno inibita nei movimenti della Latinoamerica.



La cosiddetta “rottura atlantica” non sarebbe stata ricucita dalla presidenza Biden. Aveva e ha cause (molto) più profonde. Lo avevamo spiegato sulle nostre colonne il 7 gennaio 2021, sul finire della breve ma intensa era Trump, che il presidente del Partito Democratico avrebbe proseguito la politica di logoramento dell’ordine egemonico a guida franco-tedesca dei predecessori. Tutt’al più, in ragione della diversa estrazione ideologica, avrebbe mutato la forma dell’usura lasciandone intatta la sostanza.

Biden, avvertivamo prima che si insediasse alla Casa Bianca, avrebbe celato dietro dei richiami all’unità apparentemente innocenti una “coesione coercitiva”. Palese l’obiettivo: “prevenire, rallentare e ritardare il conseguimento della cosiddetta autonomia strategica caldeggiata da Macron”. E nei mesi successivi, come da copione, lo scoppio della battaglia delle spie, di nuove schermaglie diplomatiche e l’adozione di nuove sanzioni (chiaramente) coordinate.



La guerra di Putin che non dispiace a Biden

Il sabotaggio dell’autonomia strategica europea, cioè il processo di emancipazione geopolitica dell’Ue dagli Stati Uniti, passa inevitabilmente da tre direttrici: la Russia, il Regno Unito e l’autostrada Parigi-Berlino.

La Russia come spaventapasseri da agitare, e da istigare alla violenza se e quando necessario – come in Ucraina –, per evitare la materializzazione dell’incubo mackinderiano di un asse eurasiatico con capitale Berlino. Uno spaventapasseri da repellere e col quale cessare ogni forma di accoppiamento, come quella energetica.

Il Regno Unito come ariete per esercitare pressioni tattiche sui ventri molli dell’Impero franco-tedesco, in particolare lo spazio polacco-baltico. Regno Unito che, non a caso, ha prima partecipato al boicottaggio delle trattative sulle garanzie di sicurezza e ha poi spinto per l’ingresso a gamba tesa della Nato nella guerra in Ucraina e per l’introduzione di sanzioni senza precedenti alla Russia, dall’esclusione dallo SWIFT all’embargo energetico, nella consapevolezza dell’asimmetria dei loro danni. Fendente mortale al partito della distensione capeggiato da Emmanuel Macron e sostenuto da (pochi) altri.

L’autostrada Parigi-Berlino privata perennemente di uno sbocco grazie a buche e vicoli ciechi, come il veto statunitense alla costruzione di un esercito comune europeo e come la strategia, sempre statunitense, basata sul foraggiamento di partiti politici e forze sociali interpreti di un atlantismo radicale e portatori di istanze contrarie all’Interesse europeo, in special modo sul versante energetico – dalla maggiore importazione di gnl nordamericano ad una repentina e traumatica transizione verde. Emblematici, a quest’ultimo proposito, i Verdi tedeschi: cappio al collo di Olaf Scholz, fautori di una rottura integrale con Russia e Repubblica Popolare Cinese, detrattori del Nord Stream 2 dal giorno uno e possibili esumatori del defunto TTIP e di altre proposte di maggiore integrazione euroatlantica.



Che a Biden non dispiacesse la prospettiva di una Ucraina invasa dalla Russia, perché utile nel quadro del boicottaggio dell’autonomia strategica europea e del concomitante logoramento dell’Intesa franco-tedesca, Macron lo aveva intuito sin dal principio. Questo il motivo del suo dinamismo diplomatico tra dicembre, gennaio e febbraio. E questo il motivo per cui, nonostante la guerra, ha mantenuto attivo il canale di dialogo con Putin e continuato a fornire respirazione artificiale al comatoso partito europeo della distensione.

La storia darà torto o ragione agli sforzi di Macron, ma questo primo tempo, comunque finisca la guerra in Ucraina, lo ha vinto incontestabilmente Biden. Lo ha vinto nel momento in cui Putin ha scelto la via delle armi, obbligando l’Ue ad accodarsi alla linea dettata dagli Stati Uniti e assassinando il partito europeo della distensione e dell’autonomia strategica. E lo ha vinto, cosa non meno importante, piantando i semi della zizzania nei fertili campi che nutrono l’egemonia franco-tedesca, oggi indebolita dalle divergenze sulle sanzioni da applicare alla Russia e sulla conformazione della sicurezza europea nel dopoguerra – più NATO o un esercito comune? – e domani costretta ad affrontare la prova del fuoco: il poderoso riarmo della Germania.

L’Europa franco-tedesca muore a Kiev?

Vladimir Putin ha scelto indubbiamente di mettere fine all’era della GeRussia di Angela Merkel aprendo la partita ucraina. Ma in un certo senso ha fatto doppiamente il gioco di Washington mettendo all’angolo anche le prospettive dell’asse franco-tedesco. Non tanto per rotture tra Parigi e Berlino, quanto piuttosto per la destabilizzazione di ogni prospettiva di un’Europa con capacità d’agire attorno alla direttrice di Francia e Germania. Berlino ha scelto la via atlantica sul fronte della Difesa, nel governo di Olaf Scholz hanno prevalso i Verdi, nemici del gasdotto Nord Stream 2, del disgelo con la Russia, della diplomazia dei pontieri, fino a che non è stata l’industria a chiamare all’ordine circa i rischi di un embargo energetico totale. Emmanuel Macron è stato costretto a rimbalzare dopo le sue prime manovre distensive, ha visto prevalere il rivale strategico britannico in ambito Nato e l’avversario politico polacco in campo europeo nel privilegio degli Usa. Londra e Varsavia sono le capitali dell’Europa atlantica, attorno a cui ruotano l’Italia, la Romania, la Repubblica Ceca, la Danimarca, la Norvegia, la Svezia, la Finlandia e le repubbliche baltiche oggi alfieri del contrasto totale a Mosca.

Parigi e Berlino sono metaforicamente sotto assedio. E Macron lo è stato anche sul fronte politico: non neghiamo che il sogno inconfessabile di Washington sia una vittoria alle presidenziali di Marine Le Pen che, per quanto remota, sarebbe per gli Usa una garanzia della fine definitiva, anche sul fronte politico, dell’asse franco-tedesco. La “manina” dello scandalo a orologeria di McKinsey e gli attacchi dell’atlanticissimo governo polacco alle iniziative di pace di Macron appaiono quantomeno sospetti in campagna elettorale. Perché il futuro dell’asse franco-tedesco, e dunque dell’autonomia strategica europea, passa dalla rielezione di Macron all’Eliseo.

Più la guerra durerà e più il fuoco arderà ai confini dell’Europa, più si allontanerà la prospettiva di un asse franco-tedesco motore di autonomia strategica europea. Più l’Europa sarà considerata periferia dell’Occidente a stelle e strisce, più sarà difficile una capacità d’azione operativa in grado di presentare una via guidata da Francia e Germania per la crisi. Più gli Stati Uniti detteranno la linea della Nato impedendo all’Europa di scegliere la pace o la guerra ma convincendola a ballare al proprio ritmo, meno la Francia e la Germania sapranno giocare un ruolo decisivo in futuro. La fine dell’asse franco-tedesco come forza trainante dell’Europa è un chiaro obiettivo dell’era Biden, fondatasi sulla necessità di ricostruire l’unità del campo occidentale senza alcuna prospettiva di deviazione dall’ortodossia di Washington per gli alleati europei. Chiamati inesorabilmente a uscire dalla storia. Trasformati in periferia nella globalizzazione-arcipelago in cui si prepara la Guerra Fredda 2.0. Nel cui campo Washington non vuole deviazioni. E il controllo del territorio di riferimento, grazie a Vladimir Putin, è più vicino. Con buona pace delle prospettive di autonomia strategica europea.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.