Il nostro Paese ha sempre avuto una particolarità, rispetto agli altri Paesi europei, nei rapporti con il medio oriente: un po’ per ragioni geografiche e un po’ per vicissitudini legate all’opportunismo politico, l’Italia ha sempre cercato di muoversi con una certa equidistanza. Roma, anche negli anni della guerra fredda e del corteggiamento sovietico ai vari rais arabi, ha intrattenuto rapporti con tutti i governi della regione. Sia a livello ufficiale, con tanto di accordi di natura economica soprattutto in ambito energetico, che a livello ufficioso. Come dimostra, su quest’ultimo fronte, il cosiddetto “Lodo Moro” siglato negli anni ’70 con alcuni gruppi palestinesi e che garantiva immunità all’Italia sul fronte degli attacchi terroristici in cambio del lasciapassare delle armi verso il medio oriente.
L’equidistanza italiana ha trovato poi ulteriore riscontro nelle posizioni sul conflitto israelo-palestinese: Roma è alleata di Israele e sostenitrice dello Stato ebraico ma, al tempo stesso, ha sempre intessuto ottimi rapporti con i palestinesi specialmente dopo gli accordi di Oslo e la nascita dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp). In questa ottica, l’Italia non ha mai spostato la propria ambasciata da Tel Aviv, non riconoscendo quindi Gerusalemme quale capitale di Israele, ed è sempre stata favorevole alla soluzione cosiddetta “Due popoli, Due Stati“.
Nell’ultimo decennio però, l’orientamento dei governi italiani è stato più marcatamente atlantista. Vale sia per i due governi Conte che per il governo Draghi, così come per l’attuale esecutivo guidato da Giorgia Meloni. In questa ottica, l’approvazione alla Camera della mozione targata Partito Democratico con la quale si impegna il governo a creare le condizioni per un cessate il fuoco a Gaza, potrebbe segnare il passo. Il documento, approvato con l’astensione della maggioranza, potrebbe infatti rappresentare il primo elemento volto a confermare un orientamento “equidistante” da parte di Roma.
La votazione alla Camera
A Montecitorio, nella giornata di martedì, erano in discussioni sei mozioni relative all’attuale conflitto in corso nella Striscia. Una era della maggioranza ed era a firma del deputato di Forza Italia Andrea Orsini. Le altre erano tutte a firma dell’opposizione. Quelle presentate da Azione e Italia Viva, i due partiti un tempo componenti del Terzo Polo, sono state approvate anche con l’apporto della maggioranza. Circostanza che non ha rappresentato una sorpresa, dal momento che sulla guerra in medio oriente le posizioni di Carlo Calenda e Matteo Renzi, leader rispettivamente di Azione e Italia Viva, non sono mai state molto distanti.
Le attenzioni erano in gran parte concentrate invece sulla mozione del Pd. Anche perché a firmare il documento è stata in prima persona la segretaria dem, Elly Schlein. Nel primo punto della mozione, si chiedeva in primis l’impegno del governo “a sostenere ogni iniziativa volta a perseguire la liberazione incondizionata degli ostaggi israeliani e a chiedere un immediato cessate il fuoco umanitario al fine di tutelare l’incolumità della popolazione civile di Gaza, garantendo altresì la fornitura di aiuti umanitari continui, rapidi e sicuri all’interno della Striscia”. Il documento a firma Schlein conteneva poi altri punti, tra cui quello relativo all’impegno di Roma per una de escalation e per il ripristino dei fondi a favore dell’agenzia Onu impegnata a Gaza.
Le cronache da Montecitorio hanno parlato di una telefonata tra la stessa Schlein e il presidente del consiglio Giorgia Meloni poco prima della discussione in aula. Nella conversazione, secondo la ricostruzione più in voga sui vari media, il segretario del Pd avrebbe chiesto al capo dell’esecutivo di non cassare del tutto il testo della propria mozione. Meloni dal canto suo avrebbe quindi dato il proprio benestare, assicurando l’astensione della maggioranza almeno sul primo punto, quello sul cessate il fuoco. E così è stato: la mozione Pd è in parte passata, con il centrodestra che ha fatto un passo indietro al momento del voto, e il governo è adesso ufficialmente impegnato nel cercare una soluzione per l’appunto equidistante.
Da un lato, Palazzo Chigi è chiamata, seguendo il testo approvato dall’Aula, ad adoperarsi per il rilascio degli ostaggi israeliani, dall’altro a lavorare per creare le condizioni favorevoli al cessate il fuoco. Probabilmente un voto espresso in una delle due camere del parlamento italiano non avrà alcun peso sul conflitto, ma c’è comunque un dato politico non secondario da rimarcare: Roma dovrà adesso schierarsi al fianco di soluzioni in grado di portare a una tregua. Andando quindi in parziale disaccordo con l’attuale linea del governo israeliano.
La posizione del Vaticano
Potrebbero essere almeno tre i motivi per cui da Palazzo Chigi è arrivato l’input a non far naufragare la mozione sul cessate il fuoco. Il primo ha a che fare con la politica interna: Meloni e Schlein hanno un nemico politico in comune rappresentato dal leader del Movimento Cinque Stelle, Giuseppe Conte. Quest’ultimo ha attuato negli ultimi mesi una forte opposizione all’esecutivo, attestandosi come uno dei principali antagonisti a Giorgia Meloni e, al tempo stesso, uno degli attori capace di togliere spazio al Pd. Il presidente del consiglio potrebbe quindi aver fornito un assist alla Schlein, isolando così i grillini in politica estera.
Gli altri due motivi hanno a che fare con la posizione di due attori importanti per la linea dell’Italia: il Vaticano da una parte e la Casa Bianca dall’altra. Dalle mura oltre Tevere, il Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, ha espresso “sdegno” per la situazione osservata a Gaza. Il suo intervento sulla situazione all’interno della Striscia è arrivato durante le celebrazioni per l’anniversario dei patti lateranensi: “Bisogna trovare altre strade per risolvere il problema di Gaza – ha dichiarato Parolin – La Santa Sede l’ha detto fin dall’inizio: da una parte, una condanna netta e senza riserve di quanto avvenuto il 7 ottobre, e qui lo ribadisco; una condanna netta e senza riserve di ogni tipo di antisemitismo, e qui lo ribadisco. Ma nello stesso tempo anche una richiesta perché il diritto alla difesa di Israele che è stato invocato per giustificare questa operazione sia proporzionato e certamente con 30 mila morti non lo è”.
I dubbi della Casa Bianca sull’operazione di Netanyahu
Il duplice allarme da Roma, del resto, si inserisce in un trend che vede le critiche alle mosse di Israele partire da oltre Atlantico. In prima linea su questo fronte è soprattutto la Casa Bianca, con Washington impegnata nelle ultime settimane sia a mediare e sia a persuadere il premier israeliano Netanyahu dal portare avanti l’operazione dentro la Striscia. Dagli Stati Uniti, le preoccupazioni del presidente Joe Biden per la situazione umanitaria e il suo disaccordo circa l’imminente offensiva su Rafah, non sono certo passate inosservate. Sono state le stesse fonti della presidente Usa a far trapelare tutta l’irritazione del capo dello Stato.
Con gli Stati Uniti in disaccordo con le ultime mosse israeliane, il governo italiano ha quindi potuto trovare maggior margine di manovra per una linea maggiormente equidistante. Non è un caso se Antonio Tajani, ministro degli Esteri e coordinatore di Forza Italia, ha definito “sproporzionata” la risposta israeliana agli attacchi di Hamas del 7 ottobre scorso.