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Approvata nello scorso mese di gennaio, la missione italiana in Niger si è trasformata subito in un autentico “giallo”. I militari italiani giunti a Niamey, capitale del paese africano, per mesi sono stati costretti a risiedere all’interno di una base americana senza armi e munizioni. Niente supporto logistico alle truppe locali, niente possibilità di poter essere operativi, l’Italia in Niger è sembrata andare incontro ad un autentico flop. Adesso sembra che la situazione si sia sbloccata. Almeno così afferma il ministro della difesa, Elisabetta Trenta, la quale in una nota ha confermato il via libera definitivo della missione italiana nel paese subsahariano

Gli obiettivi della missione

La missione in Niger, come detto, ha avuto il via libera del parlamento a gennaio. La legislatura era ancora quella passata, la missione è stata dunque architettata durante il governo Gentiloni e rientra in un piano più complessivo volto a rivalutare la presenza italiana nel Sahel. Infatti, proprio ad inizio 2018, l’allora ministro degli esteri Alfano ha inaugurato a Niamey la prima ambasciata italiana nell’area del Sahel e, proprio in quell’occasione, è diventata concreta la possibilità della presenza delle nostre truppe in Niger. L’obiettivo principale è da subito apparso quello del contrasto all’immigrazione. Dal Niger infatti partono più del 90% dei migranti dell’area Ecowas diretti verso la Libia i quali, da lì, poi cercano di imbarcarsi verso l’Italia. L’area Ecowas è una sorta di Unione Europea del Sahel: si tratta di una zona di libero scambio tra Niger, Burkina Faso, Mali, Nigeria, Ghana, Costa d’Avorio, Senegal ed altri paesi che si affacciano sull’Atlantico. 

Non esistono dogane o frontiere sigillate, dunque è molto semplice arrivare da questi paesi nel Niger che, a sua volta, confina a nord con una Libia senza alcuno Stato e dunque senza alcun controllo. Ecco perchè Niamey, Agadez ed altre città nigerine sono oramai diventate crocevia essenziale nelle rotte dei migranti. Si giunge in Niger con normali mezzi di linea, poi nel nord del paese africano si pagano i carovanieri. Quest’ultimi, a bordo dei pick up, trasportano i migranti verso il confine con la Libia. Da qui in poi entrano quindi in gioco i trafficanti presenti in Libia, con tutto ciò che ne consegue per la vita degli stessi migranti e per il fenomeno dell’immigrazione nel Mediterraneo. 

“L’Italia entrerà in pieno supporto del governo nigerino e assisterà le autorità locali attraverso delle unità di addestratori, uomini e donne delle Forze armate con alte specialità e professionalità – ha dichiarato il ministro Trenta nella giornata di giovedì – Formeranno le forze nigerine al fine di rafforzare il controllo sul territorio. Tutto questo, seguendo ovviamente le esigenze, le richieste e le necessità di Niamey.” Dunque, il ruolo degli italiani dovrebbe essere quello di addestrare le truppe locali al fine di rafforzare i controlli ed impedire ai carovanieri di portare con estrema facilità i migranti verso la Libia. La missione, si precisa dal ministero della Difesa, dovrebbe arrivare nei prossimi mesi ad avere un massimo di 470 uomini schierati nel paese africano. Per adesso, nel primo semestre, si arriverà ad un massimo di 120 soldati italiani stanziati in Niger. La missione dovrebbe essere operativa ed effettiva a partire dal mese si ottobre. 

Lo zampino francese nello stallo della missione

Il ritardo però nella partenza della missione italiana è notevole. Da gennaio a settembre sono trascorsi otto mesi, senza che qualcosa si sia realmente sbloccato. Nello scorso mese di marzo un reportage da Niamey ha sottolineato l’impossibilità degli italiani giunti per i primi impegni logistici di operare. Rinchiusi in una base americana, i nostri militari non hanno potuto effettuare nemmeno perlustrazioni in vista dell’arrivo degli altri soldati. Il perchè viene visto, secondo diverse ricostruzioni, nelle mosse dell’Eliseo che non vedrebbe di buon occhio la presenza italiana in Niger. Il paese africano è stato una colonia francese e Parigi attualmente tiene a mantenere una profonda influenza sulle sorti di Niamey. Da qui il colosso dell’energia Areva estrae gran parte dell’uranio che serve ad alimentare le centrali nucleari in Francia, ovviamente con royalties quasi irrisorie. Ma non solo: il Niger appare strategico in quanto paese ponte tra la Libia ed il Sahel. Chi mette piede qui ha la sicurezza di poter avere un determinato peso specifico tanto in Libia, quanto nell’Africa sub sahariana.

È per questo motivo che da Parigi non sono arrivate molte approvazioni nei riguardi di Roma per la missione dei nostri soldati. Con la sua presenza a Niamey, anche l’Italia potrebbe avere un punto di osservazione privilegiato sia per i suoi interessi in Libia che per quelli inerenti la parte occidentale del continente nero. E questo, nell’ottica del braccio di ferro tra Francia ed Italia per il controllo delle risorse libiche e non solo, ha indispettito e non poco l’Eliseo. Del resto Parigi, oltre ai legami consolidati durante il periodo coloniale, qui ha installato diverse basi e sono presenti non pochi contingenti francesi soprattutto nel nord del Niger, lì dove sono presenti gran parte dei giacimenti di uranio. La presenza di italiani potrebbe aver rappresentato, nei piani del governo francese, un’autentica palla al piede.

Una prima prova delle presunte responsabilità francesi nello stallo della missione italiana in Niger, potrebbe provenire proprio dall’atteggiamento del governo nigerino nei mesi scorsi. In particolare da quello del ministro dell’interno, Mohamed Bazoum: astro nascente della politica locale, è stato accreditato di buoni rapporti personali con Macron e diversi politici francesi. Proprio lui nei mesi scorsi ha tuonato contro l’installazione di altri contingenti stranieri, appoggiando anche le proteste popolari contro la presenza di altri militari stranieri in Niger. In un’intervista a Rainews24, Bazoum si è anche spinto oltre affermando la non esistenza di accordi tra Niamey e Roma: “Ho appreso la notizia del via libera alla missione italiana soltanto dai media”, ha dichiarato a marzo il ministro nigerino. 

Il Niger nuova “caserma d’Africa” 

Adesso dunque la missione pare essersi sbloccata. Dietro il disco verde annunciato dal ministro Trenta, ci sarebbe un importante lavoro diplomatico avviato già nel mese di giugno. Proprio in quel mese il presidente del Niger, Mahamadou Issoufou, è stato a Roma ricevuto dal premier Giuseppe Conte. Per l’Italia essere in Niger è importante e non soltanto per la questione immigrazione. Come scritto da Marco Perduca alla vigilia della discussione in parlamento del decreto di autorizzazione della missione, l’invio di un contingente italiano in Niger si potrebbe paragonare alla mossa effettuata da Cavour in Crimea. Inviare cioè qualche centinaio di uomini per far notare la propria presenza in un’area diventata fondamentale nel contesto geopolitico africano e non solo. I soldati italiani non avranno compiti di pattugliamento o di combattimento, bensì solo di addestramento. In poche parole, per Roma l’importante a questo punto è esserci.

Come per l’Italia, anche per tanti altri Paesi. Non solo la Francia, ma anche gli Usa: qui Washington ha installato diverse basi dove operano gruppi speciali e da dove partono, con destinazione spesso la Libia, centinaia di droni al giorno. Per gli americani il Niger, secondo le dichiarazioni del Pentagono, è essenziale soprattutto per la lotta al terrorismo. Ma nel Paese africano sono presenti anche soldati tedeschi e canadesi. In poche parole, per via della sua posizione geografica e delle sue risorse, il Niger si è ritrovato crocevia di alcuni dei più importanti passaggi geopolitici attuali. 

A questo bisogna aggiungere anche la competizione di natura economica. La Cina sta insidiando la Francia per quanto riguarda lo sfruttamento dell’uranio, Pechino e Niamey sono apparse sempre più vicine negli ultimi mesi. Il governo locale potrebbe sottoscrivere nei prossimi anni patti con il gigante asiatico dal valore doppio rispetto ai contratti firmati con i francesi. Un tutti contro tutti dunque, dove si intrecciano svariati interessi strategici. E dove, purtroppo, in tutto questo la popolazione appare sempre più povera e tra le più sofferenti del pianeta. 

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