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Sempre meno gas dalla Russia, in linea con le politiche adottate dall’Europa dall’inizio della guerra in Ucraina, sempre più gas da altri Paesi. Per l’Italia verrebbe automatico pensare a un incremento di materie prime provenienti dalla Libia. Dopo l’accordo stipulato con l’Algeria nei giorni scorsi, è lecito attendersi analoghi contratti con Tripoli. Del resto il territorio libico è ancora più vicino ed esistono già infrastrutture, come ad esempio il Green Stream, che portano il 4% di gas necessario al nostro fabbisogno annuale. Il problema però è che Roma non avrebbe interlocutori con cui stringere un accordo. La Libia è tornata al punto di partenza: caos, confusione e, soprattutto, due governi a contendersi il potere.



Cosa sta accadendo in Libia

Appena un anno fa la situazione a Tripoli e, contestualmente, i rapporti tra Italia e Libia, sembravano a una svolta. Mario Draghi, da poco a Palazzo Chigi, si era recato nella capitale libica dove ad attenderlo c’era Abdul Hamid Ddedeiba, anche lui da poche settimane al timone essendo stato nominato a marzo nuovo primo ministro libico. Sembrava l’inizio di una nuova svolta nel Paese nordafricano, appena incamminatosi, nelle intenzioni del piano promosso dalle Nazioni Unite, verso le elezioni fissate per il 24 dicembre 2021. Un “libro dei sogni” poi rivelatosi tale. Perché in Libia non si è mai votato e perché quel piano, in cui la nascita del governo di Ddedeiba era vista come semplice tappa di avvicinamento al voto, è rimasto solo sulla carta.

Ddedeiba è ancora al suo posto a Tripoli, il Paese è ancora ben lontano da ogni forma di normalità istituzionale. L’attuale premier è rimasto nel suo ufficio perché le elezioni non sono state organizzate e quindi rivendica il suo diritto di continuare a gestire la transizione. Ma su quale base giuridica si basa il mantenimento del potere da parte di Ddedeiba? Secondo il premier basta e avanza la fiducia del Consiglio di Stato, ossia il parlamento eletto nel 2012 (dunque esattamente dieci anni fa), innalzato nel ruolo di “Camera Alta” libica dagli accordi di Skhirat del 2015. Non è dello stesso avviso invece il Parlamento di Tobruck, eletto invece nel 2014 e insignito del ruolo di “Camera Bassa” dagli accordi prima citati.

A Tobruck, città della Cirenaica quasi al confine con l’Egitto, i parlamentari hanno eletto il 10 febbraio 2022 un nuovo premier. Si tratta dell’ex ministro dell’Interno dell’era di Fayez Al Sarraj, ossia Fathi Bashaga. Il parlamento stanziato nell’est del Paese lo ha nominato con il preciso incarico di organizzare nuove elezioni entro 14 mesi e dare vita a una vera costituzione. Quella che ancora manca, a dieci anni dalla morte di Gheddafi, al Paese. Due governi, guidati peraltro da due misuratini, adesso si contendono il ruolo di guida della Libia. Con il rischio incombente di una (nuova) guerra civile. Le tensioni sono infatti agevolate dal fatto che nessuno dei due premier ha la forza e la legittimità necessarie per controllare l’intero territorio.

Si tratta di due governi la cui fiducia è stata data da due parlamenti a loro volta “scaduti” e insediati quasi un decennio fa. Manca in Libia quindi uno Stato, in grado di dare via a istituzioni, leggi ed enti in grado poi sì di normalizzare la situazione. L’Onu sembra aver rinunciato al suo piano, i libici però al momento non ne hanno uno tutto loro. O, per meglio dire, non ne hanno uno condiviso da tutti.

Italia ed Europa ancora ai margini

In questo contesto oggi per Draghi e Di Maio venire a trattare in Libia è sostanzialmente impossibile. Non c’è un esecutivo con cui poter interloquire, entrambi sono deboli ed entrambi rischiano di contendersi anche sul campo il potere. Per cui nel momento in cui l’Italia si è ritrovata ad avere estremo bisogno del gas del suo vicino mediterraneo, con cui Roma ha sempre avuto (pur tra alti e bassi) rapporti di primo piano, in Libia è impossibile anche pensare di avviare serie contrattazioni. Ma il Bel Paese non è vittima. Anzi, lo è, ma di se stesso. Oggi tocchiamo con mano cosa vuol dire trascurare la politica estera, non avere una chiara linea e un chiaro disegno. A Tripoli i vari governi, a prescindere dal colore (ammesso che oggi sia possibile distinguere tra colori), negli ultimi anni hanno solo abbozzato un progetto.

Quando ci si accorgeva che dall’Eliseo partivano corteggiamenti verso i libici, allora si cercava di rispondere. Ma senza una chiara strategia. E così i vari attori presenti a Tripoli o in Cirenaica hanno iniziato a fare a meno di italiani, francesi e, più in generale, europei. Oggi le fila, da un punto di vista politico, sono tirate da Turchia e Russia. La prima appoggerebbe Ddedeiba, ma l’accordo con cui Ankara ha stretto un memorandum d’intesa con la Libia risale all’era del governo Al Sarraj, in cui Bashaga era ministro dell’Interno. E infatti i turchi hanno buoni rapporti pure con lui. Mosca dal canto suo appoggia il generale Haftar, il quale ha dato il benestare alla formazione del governo di Bashaga. L’impressione è che se uno sviluppo in Libia ci sarà, potrà considerarsi il frutto di una mediazione tra Russia e Turchia. L’Italia è costretta, in seconda linea, ad attendere.

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