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Putin ed Erdogan il 28 aprile si sono sentiti per via telefonica. E non è affatto una novità. Anzi, tra i due dal 2016 in poi le conversazioni sono frequenti. Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina i colloqui ufficiali sono stati diversi. Non è un caso se il rapporto tra i due sia diventato estremamente collaborativo dal 2016. Tutto infatti è cambiato dopo il fallito golpe turco del 15 luglio di quell’anno. Nella notte in cui Erdogan vagava in aereo alla ricerca di un punto sicuro in cui atterrare e coordinare l’arresto dell’azione militare, la prima condanna al tentato colpo di Stato è arrivata da Putin. Da allora Russia e Turchia hanno messo di lato le (tante) divergenze e le situazioni di tensione dettate, in primo luogo, dall’abbattimento nel nord della Siria di un aereo militare russo nel settembre 2015.



Erdogan si è coordinato con Putin su molti argomenti. Dalla Siria, dove i due di fatto sono i principali garanti degli equilibri nel Paese, alla Libia. Passando poi per gli accordi economici che hanno dato vita, tra le altre cose, al gasdotto Turkish Stream. Tutto questo ha dato oggi al presidente turco la possibilità, grazie anche a una politica più autonoma in seno alla Nato rispetto ai Paesi dell’Ue, di avere in mano un importante potere di mediazione tra Mosca e Kiev. Ma dove porterà la “via turca” della mediazione?

Il primato turco nella mediazione

Ankara in questi mesi è riuscita a strappare dalle mani del governo israeliano lo scettro di Paesi più attivo nella mediazione. Naftali Bennett si era recato subito al Cremlino appena iniziata la guerra, ma problemi politici e di sicurezza interni hanno poi rallentato l’attività israeliana. Oggi lo Stato ebraico è ancora un importante attore impegnato nelle trattazioni e la sua diplomazia è ben vista a Mosca come a Kiev. Ma è la Turchia alla distanza ad aver impresso una decisa spinta alla mediazione. Tanto è vero che il governo turco può vantare di aver organizzato sul proprio territorio due appuntamenti diplomatici importanti, sostanzialmente unici da quando è scoppiato il conflitto in Ucraina. Prima con l’incontro, avvenuto il 10 marzo ad Antalya, tra il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e l’omologo ucraino Dmitro Kuleba. Poi con il vertice tra delegazioni organizzato a Istanbul il 30 marzo scorso.

Un importante ritorno di immagine per la Turchia, la quale in occidente da anni, specialmente dopo gli interventi anti curdi in Siria, era avvertita più come un elemento destabilizzante che stabilizzante. All’incontro del 30 marzo era presente anche lo stesso Erdogan. Il presidente turco ha aperto i lavori e ha messo a disposizione la sede presidenziale di Istanbul per il vertice. Un edificio utilizzato soltanto per grandi eventi. Per Ankara però in ballo non c’è soltanto un ritorno di immagine. C’è, in primo luogo, il progetto di accreditarsi come importante potenza regionale con cui tutti, a est e ad ovest, devono fare i conti. In secondo luogo, per la Turchia è quanto mai importante arrivare a ristabilire un determinato equilibrio sul Mar Nero, specie dopo le scoperte di giacimenti di gas di fronte le coste anatoliche.

La Turchia può realmente mediare verso la pace?

Difficile dire se l’ambizione turca verrà coronata da successo. Del resto Erdogan sta percorrendo un sentiero diplomatico molto stretto e incuneato tra i meandri di una guerra che al momento non vede un preciso sbocco politico. Ci sono però degli elementi che portano a pensare al tentativo turco come non velleitario. In primis, c’è la stessa esposizione di Erdogan. Difficilmente il presidente turco mette la faccia se sa di non poter poi mantenere le aspettative. Il “sultano” si è fatto vedere a Istanbul, ha aperto i lavori del confronto diretto tra le due delegazioni, vuol dire che in cuor suo (e nella mente sua) sa di poter arrivare all’obiettivo. C’è in secondo luogo la frequenza delle telefonate sia tra Putin ed Erdogan che tra i ministri turchi e i colleghi ucraini. Gli assi Ankara-Mosca e Ankara-Kiev sono molto attivi ed anche questo potrebbe essere quindi un segnale di credito dato dalle varie parti in causa all’opera di mediazione turca.

Il terzo elemento invece consiste negli interessi turchi. Ankara deve volere la pace e deve sperare nella pace se vuole recitare un ruolo importante nel Mar Nero. In questo momento Erdogan ha più che mai bisogno di vedere attorno a sé un contesto meno instabile possibile. Infine occorre considerare il delicato ma al momento efficace lavoro diplomatico che sta svolgendo la Turchia. Da un lato Ankara ha condannato l’aggressione, ponendosi dunque lungo la linea della Nato, ma allo stesso tempo non ha approvato le sanzioni alla Russia, ricevendo credito da Mosca. Inoltre Erdogan ha sì chiuso lo stretto del Bosforo alle navi russe e ha anche proibito l’uso dello spazio aereo a Mosca per far volare i mezzi russi verso la Siria. Ma si tratta di scelte che non compromettono più di tanto l’operatività del Cremlino sia in Ucraina che nella stessa Siria. Azioni quindi più politiche e simboliche, utili a non far indispettire troppo la Nato e a non tranciare di netto il filo con Mosca.

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