Una guerra, quella in Siria, che inizia ad occupare più i libri di storia che le pagine dell’attualità. Oramai i dubbi principali riguardano per la verità lo status delle regioni in mano alle forze filo curde dell’Sdf e la provincia di Idlib. Ma il conflitto sembra perdere intensità sotto il profilo militare, anche se le sue conseguenze in Siria ed in medio oriente sono destinate a produrre importanti effetti ancora per anni. Tra tutte, emerge la situazione dei cristiani: essi nel paese sono sempre di meno e, soprattutto, sempre più vulnerabili. 

“I cristiani adesso sono solo il 2%” 

Nei giorni scorsi a lanciare l’allarme è il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria: “Prima del conflitto, i cristiani in Siria costituiscono il 10% della popolazione e vivono in maniera piuttosto integrata”. Adesso, secondo il rappresentante del Vaticano a Damasco, il numero dei cristiani in Siria rappresenta soltanto il 2% della popolazione. Si rischia, di fatto, la fine della comunità cristiana in uno dei paesi dove i non musulmani hanno potuto vivere in condizioni adeguate ed anzi dove la stessa comunità è tra le principali artefici della nascita del moderno Stato siriano. Il problema non riguarda soltanto le zone occupate dall’Isis dal 2014 al 2017. Lì il califfato pone in essere in quegli anni una feroce persecuzione contro i cristiani, molti dei quali vengono uccisi oppure costretti a rifugiarsi in altre zone della Siria. Ma anche in quelle parti del paese dove l’Isis non mette piede, la situazione non va meglio.

Questo perchè inizia ad esserci una certa diffidenza ed una non indifferente paura nel rimanere in Siria. Aleppo, Homs e Damasco per anni rimangono sotto la concreta minaccia jihadista e con diversi quartieri occupati da miliziani islamisti. In quelle condizioni vivere normalmente per i cristiani è certamente impossibile. Da qui la fuga verso l’estero, Libano su tutti. Ma proprio in relazione al massiccio esodo dei cristiani verso altri paesi, emergono altri dati importanti: l’Europa sembra non volerli accogliere. 

L’emblema del caso inglese

Trovare rifugio nel vecchio continente per un cristiano perseguitato in Siria o nel resto del medio oriente, durante gli anni più bui della presenza del califfato sembra impossibile. Il caso diventa politico in Gran Bretagna, dove alcuni dati dimostrano come, quasi paradossalmente, il numero dei cristiani ospitati è esiguo rispetto alla complessità del problema. Ad esempio, nel 2017 il governo di Londra accoglie le domande di asilo da parte di 4.850 siriani. Di questi, solo 11 sono cristiani. La Gran Bretagna è lo stesso paese, per rimanere in tema, che decide di non accogliere Asia Bibi, ossia la donna pachistana accusata di blasfemia e minacciata di morte anche dopo la sua liberazione. Lei adesso dovrebbe andare in Canada, il foreign office di Londra dichiara pericoloso per le proprie sedi diplomatiche e per la sicurezza accogliere la ragazza cristiana. Questo la dice lunga sul clima che si respira sotto questo fronte in Gran Bretagna: per un cristiano, chiedere asilo è più difficile. A Londra come, del resto, anche in altri paesi del vecchio continente.

Quello britannico è un caso emblematico in quanto, proprio pochi giorni fa, il ministro degli esteri Jeremy Hunt lancia una sorta di mea culpa: “Tra tutte le persone perseguitate per la loro fede nel mondo – dichiara il titolare della diplomazia del Regno Unito – l’80% sono cristiani. Il nostro retaggio coloniale ed i nostri sensi di colpa relativi al periodo coloniale hanno impedito al paese di fare abbastanza per proteggere i cristiani”. Un’ammissione ed un passo indietro che confermano politicamente la portata dei numeri sulla Siria sopra elencati. Hunt a dicembre ha già dato incarico al vescovo Philip Mounstephen di guidare una commissione incaricata di fare luce sui casi di persecuzione religiosa nel mondo e, in particolare, sulla situazione dei cristiani. 

Per quanto riguarda la Siria, la speranza è che con un conflitto meno intenso e con le principali città tornate sotto il controllo del governo, adesso i tanti cristiani fuggiti possano tornare. Ma è chiaro che l’ammissione di Londra sulla tutela dei cristiani deve suonare, oggi più che mai, come un campanello d’allarme sulla paradossale discriminazione dei cristiani che chiedono rifugio nel vecchio continente.