Calma apparente in questo martedì mattina a Tripoli. Chi si trova nella capitale libica, parla di un clima quasi spettrale, contrassegnato da strade vuote e uffici chiusi. Ed è questo il principale segno lasciato dalle nuove tensioni e dai nuovi scontri delle ultime ore. La città si è ritrovata con il silenzio interrotto dall’eco degli spari a partire da lunedì sera. Quando cioè si è diffusa la notizia dell‘uccisione di Abdulghani al Kikli, meglio noto come “Ghnewa”. A capo della potente Ssa, l’Apparato di Supporto alla Stabilizzazione, Al Kikli è stato freddato nel campo militare di Tekbali, poco più a sud di Tripoli. La sua morte, ha gettato la capitale libica e l’intera regione occidentale del Paese in balia di non poche incognite.
La fine del “signore di Abu Salim”
Dalla caduta di Gheddafi del 2011, l’intera Libia non ha più avuto vere e proprie istituzioni statali. Governi e capi militari che si sono succeduti nelle varie aree del Paese nordafricano, per controllare il territorio si sono unicamente affidati alle milizie sorte durante la guerra civile. Si tratta di gruppi che in alcuni casi rappresentano famiglie o intere tribù, in altri invece si ha a che fare con bande ben armate guidate da un singolo capo locale.
Al Kikli era uno di questi: con la sua milizia, negli anni era riuscito a diventare l’uomo forte di Abu Salim, quartiere della periferia sud occidentale di Tripoli e noto per ospitare il più grande carcere dell’era di Gheddafi. Al Kikli ha usato la sua forza militare per creare ad Abu Salim un vero e proprio feudo: “Era passato dall’essere comandante militare a gestore diretto di affari immobiliari e commerciali – sottolinea a InsideOver Alessandro Scipione, a capo del desk nord Africa di AgenziaNova – imponeva affitti maggiorati, portando i canoni statali da 200 a 1.000 Dinari, trattenendo i ricavi attraverso i suoi uomini come un vero e proprio boss”.
Il tranello fatale ad Al Kikli
La figura del “rais” di Abu Salim era importante anche al di fuori dei confini del suo quartiere. Con la sua Ssa ha respinto gli assalti contro Tripoli del generale Haftar tra il 2019 e il 2020, contribuendo a difendere la città. Una difesa che è valsa ad Al Kikli un certo tornaconto, come dimostra l’affidamento alle sue milizie di parte della gestione delle carceri dove vengono rinchiusi i migranti. E infatti il suo nome è apparso in diversi dossier dell’Onu in cui si parla di abusi e torture nelle carceri gestite dalla milizia del signore di Abu Salim.
Tanto potere però, a un certo punto, ha creato non pochi malumori: “Al Kikli – dichiara ancora Scipione – si era spinto in un affare sul settore delle telecomunicazioni contro il parere dei vertici del governo”. La sua figura, in poche parole, era diventata ingombrante. Ed è probabilmente questo il movente della sua eliminazione avvenuta a Tekbali. Da Tripoli si parla insistentemente di una trappola tesa dai vertici della Brigata 444, formata da combattenti provenienti da Misurata e ritenuta vicina al premier Ddeibah. Chiamato per dirimere le ultime controversie, Al Kikli sarebbe quindi stato ucciso a sangue freddo assieme ai fedelissimi. Subito dopo, le forze vicine al governo hanno avviato diversi scontri a fuoco proprio ad Abu Salim, prendendone il controllo. Le milizie Ssa sono state costrette al ritiro, con il potere di Al Kikli improvvisamente e rapidamente tramontato.
Cosa può accadere adesso a Tripoli
A Tripoli e in buona parte della costa occidentale della Libia si è tornato a sparare da almeno un anno. Il più delle volte si è trattato di singole e plateali singole eliminazioni. Come quella che ha coinvolto Bija, il noto trafficante di Zawiya ucciso a pochi passi dalla capitale libica nell’estate scorsa. E come l’eliminazione, provata ma non riuscita, del ministro dell’Interno Adel Juma. Quest’ultimo, raggiunto da uomini armati il 12 febbraio scorso, è scampato all’agguato ed è stato ricoverato per diversi mesi a Roma. Lì dove peraltro si è recato in visita a marzo proprio Al Kikli, alimentando polemiche nei confronti del governo italiano.
L’aumento della violenza nell’ovest della Libia è da ricollegare a due fattori: da un lato, la ricomposizione di alcuni equilibri saltati tra diverse milizie (dentro e fuori Tripoli), dall’altro i tentativi del governo di ristabilire una qualche forma di autorità statale. Eliminare figure ingombranti cioè, per arrivare alla riaffermazione dei poteri centrali. Provando così a ridare stabilità almeno alla parte occidentale del Paese.
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