L’Afghanistan potrebbe essere l’Ucraina d’oriente. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, mercoledì dalla Cina lo ha detto con chiarezza. Durante la prima delle due giornate organizzate dal governo di Pechino a favore dell’Afghanistan, il titolare della diplomazia russa non ha lasciato spazio a dubbi: “Mosca considera inaccettabile – ha dichiarato – la presenza di qualsiasi infrastruttura militare statunitense o Nato nei paesi dell’Asia centrale al confine con l’Afghanistan”. Parole già sentite a proposito dell’ingresso di Kiev nell’Alleanza Atlantica, eventualità considerata tra le principali cause della guerra in Ucraina. Come mai queste frasi proprio adesso? E perché Mosca guarda con così grande attenzione all’Afghanistan?

La conferenza organizzata dalla Cina

Domande per la cui risposta occorre fare un passo indietro. Lavrov si è recato in Cina per un motivo ben specifico. Nella città di Tunxi, nell’est del Paese, il governo di Pechino ha organizzato una due giorni dedicata all’Afghanistan. Un’iniziativa forte e dal grande significato politico. In estate, quando i talebani hanno preso Kabul e contestualmente gli americani evacuavano alla meno peggio il Paese dopo 20 anni di guerra, si diceva che l’unico vantaggio di Washington era costituito dall’aver lasciato la delicata patata bollente afghana alla Cina. Doveva cioè essere Pechino da quel momento in poi a prendere le redini della situazione. Ora il governo del presidente Xi Jinping sta cercando di dare tangibili segni del passaggio di testimone. A Tunxi ha messo assieme i ministri dei governi dei Paesi confinanti con l’Afghanistan.

Attorno al tavolo da mercoledì sono seduti i rappresentanti di Pakistan, Iran, Tajikistan, Uzbekistan e Turkmenistan. C’è anche quello che i talebani indicano come proprio ministro degli Esteri, ossia Amir Khan Muttaqi. Ma c’è soprattutto il ministro degli Esteri russo per l’appunto. Eppure la Russia non confina con l’Afghanistan. La diplomazia cinese, invitando Lavrov, ha quindi dato credito al ruolo di Mosca nello scacchiere afghano. Vero che il 31 marzo è atteso anche l’inviato Usa, Tom West. Ma è anche vero che la Russia è l’unico Paese non confinante con l’Afghanistan a essere presente nel primo giorno di lavori.

Focus sulle ex repubbliche sovietiche del centro Asia

L’invito rivolto a Mosca forse non riguarda solo l’importanza che la Russia ha agli occhi cinesi per la gestione del dossier afghano. Facendo intervenire Lavrov, Pechino ha dato credito al Cremlino anche sulla sua influenza nei Paesi centroasiatici che confinano con l’Afghanistan. Vale a dire che, se si invitano le repubbliche ex sovietiche che condividono frontiere con Kabul, non è possibile tenere fuori la Russia. E le parole di Lavrov sulla sua contrarietà a basi Nato vicino l’Afghanistan si possono spiegare in questo modo. Il titolare della diplomazia di Mosca non ha tuonato contro un possibile ritorno Usa a Kabul, ma contro la costruzione di basi dell’Alleanza Atlantica nelle Repubbliche centroasiatiche.

In uno spazio cioè ex sovietico dove la Russia non ha intenzione di rinunciare alla propria influenza. Un contesto non così dissimile poi dall’Ucraina. Motivo del contendere che ha portato allo scontro armato iniziato il 24 febbraio scorso è stato rappresentato, tra le altre cose, dalla prospettiva di un ingresso di Kiev nella Nato. Il Cremlino, al pari di come vuol fissare nuove linee rosse in Europa, è intenzionato a farlo anche nel centro Asia. Ribadendo come lo spazio un tempo appartenente all’Urss non deve essere occupato da altri attori. La regione centroasiatica non è nuova a diatribe tra Mosca e Washington. Nel 2001 una base Usa era stata piazzata in Uzbekistan a supporto delle truppe in Afghanistan, ma nel 2005 poi le autorità uzbeke hanno fatto dietrofront. Lo scorso anno si era tornato a parlare di basi di Washington sempre in Uzbekistan o in Kirghizistan e anche in quel caso sono arrivate rimostrare da parte russa. La regione in questione è strategica e non solo per il nodo afghano. E la Russia ha già fatto capire di non voler cedere.

Il possibile braccio di ferro sull’Afghanistan

Anche per questo motivo l’Afghanistan potrebbe diventare il futuro scenario di scontro tra Mosca e Washington. La situazione interna al Paese è molto grave e, a dispetto della propaganda talebana, non c’è traccia al momento di una vera pacificazione. L’Isis-K, la costola locale dello Stato Islamico, ha dato segni di vitalità. Così come la stessa opposizione del fronte guidato dal figlio del generale Mansour non è apparsa nelle ultime settimane realmente sconfitta, lo hanno dimostrato alcuni attacchi avvenuti in ben otto province afghane. In questo contesto però, Mosca e Pechino stanno iniziando a muovere primi passi per un riconoscimento o comunque un accreditamento del governo talebano. Pochi giorni fa il Cremlino ha accolto il primo diplomatico nominato dagli studenti coranici. Mentre la Cina, come detto, ha invitato al summit di Tunxi il ministro degli Esteri dei talebani.

Obiettivo russo-cinese sarebbe quello di gestire l’attuale matassa afghana dialogando con i vertici dell’emirato. E questo potrebbe aver già aperto un fronte con l’occidente e con gli Usa in particolar modo. Lavrov, durante la sua trasferta a Tunxi, ha apertamente accusato Washington di voler condurre al disastro l’Afghanistan: “L’influenza che hanno gli Usa sul fondo monetario internazionale – ha dichiarato con riferimento al congelamento dei principali asset del passato governo di Kabul – sta bloccando ogni progetto sociale in Afghanistan”.

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