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Guerra

Il Kurdistan sempre più lontano e la Russia gioca (ancora) da leader

Mentre la secessione catalana è ancora densa di criticità, quella parallela del Kurdistan dall’Iraq segna una nuova e imprevista svolta. Il presidente dell’autoproclamato Stato del Kurdistan, Massoud Barzani, ha formalizzato le sue dimissioni. Molto più che un’iniziativa politica, dal momento...

Mentre la secessione catalana è ancora densa di criticità, quella parallela del Kurdistan dall’Iraq segna una nuova e imprevista svolta. Il presidente dell’autoproclamato Stato del Kurdistan, Massoud Barzani, ha formalizzato le sue dimissioni.

Molto più che un’iniziativa politica, dal momento che Barzani è stato il promotore del processo indipendentista del Kurdistan.





A quanto pare il presidente curdo ha compreso che la via della secessione è più ardua del previsto, tanto che prima di compiere tale passo era stato costretto a inviare a Baghdad un messaggio conciliante.

Infatti, lo scorso 25 ottobre aveva promesso il congelamento dell’indipendenza in cambio della fine delle operazioni militari di Baghdad e l’avvio di un dialogo nel quadro della Costituzione irachena (ovvero senza attentare all’integrità territoriale dello Stato: leggi federalismo).

A far decidere Barzani in tal senso, l’ostilità all’avventurismo curdo dei Paesi confinanti, Iran e Turchia, che si sono coordinate con Baghdad per chiudere i cieli e le frontiere del nuovo Stato.

Un coordinamento che aveva permesso a Baghdad di riprendere in breve tempo il controllo di Kirkuk e delle aree limitrofe, annesse al nuovo Stato dopo la loro liberazione dall’Isis ad opera dalle milizie curde (i peshmerga).

In particolare, la stretta dei tre Paesi sui curdi aveva messo a rischio l’oleodotto Kirkuk-Ceyhan, vitale per la commercializzazione del petrolio curdo, principale risorsa della regione.

L’avventurismo di Barzani aveva trovato anche opposizioni interne, in particolare dell’Unione patriottica curda (Puk) e del Movimento per il cambiamento (Gorran), che avevano visto nel referendum un’iniziativa di distrazione di massa, volta cioè a coprire la disastrosa gestione del potere ad opera del Partito democratico curdo (Pkd), guidato dal presidente.

Ma fattore non secondario di questa svolta è stato il mancato appoggio di Washington, come lamentato dallo stesso Barzani.

Gli Stati Uniti, infatti, hanno ritenuto non conveniente sposare la causa secessionista, dal momento che gli avrebbe precluso del tutto i rapporti con Baghdad, già logorati dal legame che l’Iraq ha stabilito con l’Iran in funzione anti-Isis (le milizie iraniane sono state decisive per liberare il Paese dai tagliagole del Califfo).

Le dimissioni del presidente del Kurdistan sembra siano state sollecitate dal governo iracheno, che quindi ottiene un secondo successo dopo la riconquista di Kirkuk .

Dalla Tuchia, Ozturk Yilmaz, leader del il Chp (erede del kemalismo e principale partito di opposizione turco) ha auspicato che tale passo possa segnare un «nuovo inizio» nei rapporti tra Kurdistan e Iraq, come segnala l’agenzia stampa turca Anadolu.

Ma la situazione è ancora confusa. Non solo per il vuoto di potere conseguente le dimissioni, ma soprattutto perché Barzani non sembra affatto intenzionato ad ammainare del tutto la bandiera dell’indipendentismo.

Al momento delle dimissioni, infatti, ha dichiarato che resterà un peshmerga e, come tale, continuerà a restare al «servizio del nostro popolo».

Parole ambigue che potrebbero configurare l’inizio di un confronto interno contro i suoi oppositori per perseguire in altro modo la causa secessionista.

Le manifestazioni di protesta inscenate dai suoi sostenitori al momento dell’addio potrebbero infatti essere il preludio a una nuova e più conflittuale fase politica.

Uomini del Pkd, infatti, hanno preso d’assalto il Parlamento del Kurdistan con mazze e bastoni e usato violenza contro alcuni membri del Puk e del Gorran, assaltando sedi e radio collegate a tali partiti.

Ad oggi, il governo iracheno, per bocca del primo ministro Haider al-Abadi, si è limitato a invitare alla calma, spiegando che Baghdad sta seguendo con attenzione gli sviluppi della situazione.

Invece la Turchia e l’Iran, i Paesi più interessati alla crisi curda, non hanno ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali.

Più che probabile che la crisi sia oggetto dei negoziati che i due Paesi stanno intrattenendo ad Astana, dove, sotto l’egida russa, si sta svolgendo un nuovo vertice per tentare vie di riconciliazione per la Siria.

Il primo novembre Vladimir Putin è atteso in Iran. La Russia da tempo ha auspicato la conciliazione tra le aspirazioni curde e l’integrità territoriale irachena. Probabile che questa serie di colloqui servirà a delineare una risposta coordinata a tale criticità.

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