Questa domenica i funzionari del Partito Democratico curdo (PDK) e dell’Unione Patriottica (UPK) si sono incontrati con il leader del Kurdistan iracheno Massud Barzani per discutere ufficialmente la data del referendum che si vuole indire per chiedere l’indipendenza di Mosul da Baghdad. Secondo l’agenzia di stampa Rudaw , a margine dell’incontro i leader curdi hanno dichiarato che “la popolazione curda ha il diritto di decidere il proprio percorso amministrativo e politico.” UN PASSO INDIETROLa richiesta di indipendenza per uno stato curdo ci fa tornare indietro fino all’annullamento del trattato di Sèvres del 1920 che, una volta soppiantato dal trattato di Losanna (1923), segnò la fine di ogni speranza di indipendenza per i curdi nonostante le promesse, mai mantenute, degli occidentali. Ma l’argomento è tornato a rappresentare una costante della politica curda da quando è cominciato il conflitto siriano nel 2011. Da una parte ci sono i curdi siriani che continuano a consolidare la loro presenza nel Rojava, fascia di territorio al confine tra Siria e Turchia, dall’altra i curdi iracheni, che dopo essersi dimostrati alleati affidabili dell’occidente dopo la battaglia contro le milizie dello Stato Islamico, chiedono ora una ricompensa adeguata per il loro sacrificio.Nell’ottobre del 2016 il primo ministro della regione Nechervan Idris Barzani aveva già confermato che, una volta eliminati i gruppi jihadisti e liberata Mosul, i curdi sarebbero tornati a rivendicare con veemenza il loro diritto all’indipendenza. Così è stato. Durante l’incontro del 17 febbraio alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza, il presidente Massud Barzani ha messo in cima alla lista degli argomenti da trattare l’indipendenza della regione del Kurdistan iracheno: ne ha parlato con il vice-presidente americano Pence, che subito dopo il colloquio ha pubblicato un tweet augurando “maggiore cooperazione tra Baghdad e il PDK”. Ma ha detto di aver discusso la questione con “tutti, dal Kuwait fino alla Germania e anche con i funzionari delle Nazioni Unite.”Il 5 marzo invece, in occasione dell’anniversario della rivoluzione curda contro il regime di Saddam Hussein nel 1991, il quotidiano La Stampa ha intervistato il presidente Barzani, che con poche ma risolute parole ha dimostrato la fermezza della sua volontà: vedere un Kurdistan non solo autonomo, ma totalmente indipendente.Secondo Barzani l’Iraq è destinato a fare la fine della Cecoslovacchia e della Jugoslavia: “Siamo una nazione, non una fede. I curdi sono musulmani, cristiani, ebrei, yazidi e altro ancora ma hanno una comune identità nazionale. Siamo una società basata sul riconoscimento delle identità altrui, una nazione che crede nella pacifica coesistenza, un popolo che ha diritto all’autodeterminazione e che deve essere protetto dal diritto internazionale. Sciiti e sunniti, invece, sono fedi in guerra costante fra loro”.  Da 1400 anni puntualizza poi Barzani, mentre incalza: “Un’entità autonoma curda potrebbe rappresentare un alleato affidabile e soprattutto stabile per l’occidente nello scacchiere mediorentale.”  TORNANDO ALL’INCONTRO DI DOMENICA Durante l’incontro a Kirkuk tra il presidente Barzani, la delegazione del Partito Democratico curdo (PDK) e dell’Unione Patriottica (UPK) è stata issata la bandiera curda, decisione che ha scatenato immediatamente una risposta decisa da parte del parlamento iracheno, che subito ha condannato l’evento accusando i curdi di aver fatto sventolare illegalmente la loro bandiera a Kirkuk.La risposta dei membri del PDK e dell’UPK non è tardata ad arrivare. Non appena concluso il loro incontro infatti i più alti funzionari dei partiti curdi hanno rilasciato un comunicato nel quale viene spiegato: “Per troppi anni il governo iracheno si è dimostrato negligente nel rispettare l’articolo 140 della Costituzione. Come è diritto degli iracheni mostrare la loro bandiera, così è nostro diritto mostrare i nostri simboli.” Come ricorda Limes  , la risoluzione della spinosa questione di Kirkuk risiede sul piano formale nell’applicazione dell’art.140 della Costituzione irachena, punto che prevedeva un processo a tappe con un referendum finale per decidere l’eventuale passaggio di Kirkuk alla regione curda. Uno dei tanti, troppi conti in sospeso tra curdi e iracheni.Lo status di semi-autonomia della regione curda è stato concesso l’11 marzo 1970 dopo i feroci combattimenti tra il regime iracheno e i curdi. Solo dopo decenni di scontri e dopo la guerra tra Iran e Iraq, anni in cui migliaia di curdi sono stati uccisi con le armi chimiche (nel 1988 le armi chimiche di Saddam portarono alla morte di oltre 5mila curdi ad Halabja), i guerrieri peshmerga insieme agli Stati Uniti sono riusciti a far arretrare l’esercito di Baghdad permettendo così la ritirata della minoranza nel nord dell’Iraq.L’unica speranza per i curdi-iracheni è che l’indipendenza della loro regione possa, in prospettiva, far comodo a una delle superpotenze in gioco nello scacchiere mediorientale. Se così non sarà, allora i curdi vedranno rimandare a data indefinita la realizzazione del loro sogno, proprio come già avvenuto dopo l’annullamento del trattato di Sèvres del 1920. Da prendere in forte considerazione sono il governo turco e lo stesso governo iracheno. Il primo teme che una volta deposte le armi in Siria si ritroverà con due entità autonome curde ai confini orientali della Turchia, l’incubo geopolitico di Erdogan, mentre il secondo, nonostante i buoni rapporti con la minoranza curda in Iraq, non è ancora chiaro come effettivamente reagirebbe alla richiesta di indipendenza da parte del popolo curdo, che a parole sembra supportare, ma che nei fatti non ha alcuna intenzione di concedere.