Sarà il passo svelto con cui mi proietto giù dalla via principale di Mitrovica Nord verso le barricate di cemento che sorgono su una sponda del fiume Ibar, o sarà per la malcelata insofferenza che si avverte mentre cerco di capire perché un ponte bianco di circa un centinaio di metri possa diventare una dogana fortificata, che un agente di polizia kosovaro mi “sconsiglia”, con poco garbo, di avventurarmi oltre. Gli rispondo che non capisco la sua lingua, e provo a superare il placcaggio usando una formula magica: “Sono italiano”.

A Kosovska Mitrovica, la Berlino del nord del Kosovo, essere italiani è una sorta di passepartout. A sorvegliare il ponte che è la manifestazione architettonica della divisione tra le due etnie della regione, serba e albanese, ci sono infatti i carabinieri italiani. Fanno parte della MSU, l’Unità Specializzata Multinazionale dell’Arma che da oltre 20 anni partecipa alla missione Kfor (Kosovo Force) con compiti di stabilizzazione del Paese che nel 2008 si è dichiarato indipendente dalla Serbia. Una dichiarazione riconosciuta da “soli” 115 Paesi Onu e che è sempre stata rifiutata dai serbi. Nel corso degli anni, dalla guerra del 1999 in poi, nel Kosovo le tensioni hanno spinto le due comunità (quella albanese è ormai la stragrande maggioranza) a ricollocarsi anche su base territoriale. Così, tre distretti a nord del Kosovo, che confinano con la Serbia, sono stati considerati dei salvacondotti da parte dei serbi. Dei 100mila che abitano nella Regione, circa due terzi vivono stabilmente in quattro città e una dozzina di villaggi della parte settentrionale (gli altro sparpagliati in enclave, circondate dalla maggioranza albanese della popolazione, come i 10mila serbi di Gračanica, a pochi chilometri da Pristina).

Incastonata nel mezzo tra i distretti serbi e tutto il resto, Kosovska Mitrovica, o “Mitrovicë” per gli albanesi, è diventata una città di frontiera. I quartieri del sono Nord serbi, quelli a Sud albanesi. Le due comunità vengono a contatto diretto non solo su base cittadina, ma parastatale. Le istituzioni kosovare nella parte nord non esistono, semplicemente perché sono rifiutate dalla popolazione serba. Scuole, uffici pubblici, ospedali, qui sono tutti gestiti direttamente dalla Serbia, attraverso strutture precedenti al 1999. E la regola non scritta vuole che i serbi debbano evitare di andare a Sud, così come gli albanesi hanno ben pochi motivi, se non lavorativi, per muoversi nei quartieri a Nord.

A dividerli, oltre al calcestruzzo e alle bandiere degli uni o degli altri che servono a marcare il territorio (i punti di accesso alla città sono tre, e uno dei ponti, carrabili, non è sorvegliato dal Kfor, così l’unico modo per capire da che parte della città ci si trovi è quello di guardare le bandiere che si hanno intorno), ci sono i posti di blocco dei carabinieri: “La situazione qui è sempre tranquilla fino a prova contraria – ci sussurra uno di loro -. Il malcontento generale non rende felici né gli uni né gli altri, e basta una scintilla per far scoppiare di nuovo un putiferio. Basta dare un’occhiata ai gruppi social e ai commenti che vengono postati e ci rendiamo che le tensioni sono tutt’altro che sopite”.

E se dovessero esplodere da qualche parte, sarà certamente a Mitrovica. Come nel 2004, quando la violenza interetnica toccò il punto più critico dalla fine della guerra, con giorni di scontri, guerriglie e assalti da una parte all’altra della città che costarono la vita a 14 persone e il ferimento di centinaia di altre (tra cui forze di polizia e Kfor). A scatenare le violenze, le continue provocazioni reciproche che portarono al ferimento di un ragazzo serbo nella città di Čaglavica (nel centro del Kosovo) e al ritrovamento il giorno dopo di tre bambini albanesi nel fiume Ibar proprio a Mitrovica, annegati pare per sfuggire a dei serbi che li rincorrevano. Gli scontri in breve tempo eruttarono ovunque, da Pristina a Pec, da Lipjan a Prizren. Oltre agli scontri fisici almeno 30 siti, tra chiese e monasteri, della chiesa ortodossa serba rimasero distrutti o danneggiati (in generale sono più di 100, dal ’99 ad oggi, ad aver dovuto fare i conti col vandalismo religioso). Sebbene l’escalation venne limitata più possibile, Mitrovica è sempre rimasta una polveriera.

Nel 2008 altri scontri e altri feriti hanno accompagnato un’operazione della polizia dell’Onu e del Kfor per sgomberare la sede del tribunale Onu locale. Negli scontri morì un casco bianco ucraino. Nel 2011 alcuni dimostranti serbi eressero delle barricate alla frontiera con la Serbia e le conseguenze degli scontri con i militari del Kfor arrivarono fino a Mitrovica dove esplosero delle bombe. Nel 2014 altre rivolte esplosero proprio in prossimità del ponte, tra la polizia e un gruppo di manifestanti di origini albanesi, che stavano cercando di rimuovere il blocco stabilito da un gruppo di serbi.

Nel 2018 a Mitrovica Nord venne ucciso a colpi d’arma da fuoco Oliver Ivanović, leader del partito serbo SPD (Sloboda, demokratija, pravda). Un omicidio non da poco, perché Ivanović, oltre ad essere stato processato per crimini di guerra (processo annullato dalla Corte d’appello di Pristina) era salito alla ribalta come leader di una formazione paramilitare chiamata bridgewatchers, “guardiani del ponte”, costituita da giovani serbi che nel 2000 durante l’avanzata dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK) si adoperarono per impedire il rientro degli albanesi cacciati da Slobodan Milosevic e la presa delle istituzioni kosovare nel nord della città. Per riuscirci, ingaggiarono una sorta di guerriglia con l’UCK che culminò con l’uccisione di 10 persone nel febbraio 2000, e la cacciata dei civili albanesi dalla parte nord della città, sancendo la divisione che sussiste ancora oggi.

Appena un paio di anni fa, ancora, il presidente serbo Aleksandar Vucic minacciò la mobilitazione dell’esercito dopo che 13 poliziotti di etnia serba nel nord del Kosovo vennero arrestati dalle autorità kosovare, e le forze speciali della polizia kosovara (Rosu) rimasero dopo un’incursione che l’ex presidente del Kosovo Ramush Haradinaj (ex membro dell’UCK e a sua volta sospettato di crimini di guerra, poi assolto con formula piena anche a causa della morte misteriosa di diversi testimoni e del rifiuto di altri a testimoniare) definì “di contrasto al contrabbando e al crimine organizzato”.

Mitrovica, insomma, è una polveriera. Lo è da 20 anni. Ed è una di quelle città schizofreniche in cui gli abitanti, quasi 90mila, passeggiano in strada godendosi il fresco delle sere d’estate, affollano i café del centro, si concedono qualche ora in discoteca pur con le chiusure anticipate causa Covid, ma dove la normalità non esiste. Perché si convive con un gigantesco elefante nella stanza, l’odio interetnico, che può degenerale da un momento all’altro anche solo per un “hvala!” (grazie) sfuggito a qualche serbo nel quartiere albanese.

A Mitrovica, anche se non si direbbe, ci si sente osservati. Perché di stranieri se ne vedono pochi. Di italiani ancora meno. E soprattutto perché, da oggetti misteriosi si attira ancor più l’attenzione. In una città del genere guardarsi intorno e riconoscersi è troppo importante, per tutti. Quindi anche le buone pratiche quotidiane come chiacchierare, salutarsi o condividere un caffè possono diventare segni d’appartenenza. Così, un visitatore straniero non può non sentire su di sé le riflessioni degli altri che cercano di capire se sei o non sei ostile, o ancor peggio, se porti con te quella solita, presunta superiorità morale dell’occidentale arrivato ad impartire lezioni di tolleranza. Come paradosso dei paradossi, Mitrovica è una città dalla doppia, fervente identità, dove la vita rurale e quella urbana coesistono in un paesaggio in cui le attività quotidiane, gli odori e i suoni sono saldamente localizzati, dove i manifesti in alfabeto cirillico serbo si alternano alle insegne di un negozio albanese, dove le campane ortodosse si misurano coi canti dei muezzin, ma dove il superpotere più bramato sarebbe l’anonimato. Il passato e il presente di Mitrovica hanno modellato una vita all’insegna delle contraddizioni, delle negoziazioni e dei compromessi quotidiani.