Ramush Haradinaj, premier e leader di Alleanza per il futuro del Kosovo, il partito di centrodestra e di stampo europeista del piccolo Stato a confine con la Serbia, si è dimesso venerdì scorso dopo essere stato convocato da un tribunale speciale del suo Paese, con sede all’Aja, per rispondere ad alcune domande relative a un’indagine sui presunti crimini di guerra commessi circa vent’anni fa. La corte è stata denominata Kosovo Specialist Chambers e fa parte del sistema giudiziario nazionale, anche se ha sede nei Paesi Bassi e il suo compito è quello (ancora una volta) di trovare i responsabili di chi si è macchiato di colpe negli anni più bui del Paese, quelli della guerra dei Balcani (1991 – 2001).

La scelta delle dimissioni di Haradinaj

Il 19 luglio del 2019 Haradinaj si è presentato davanti ai giudici per dare la sua versione dei fatti riguardo le azioni perpetrate dall’Esercito di liberazione kosovaro (UCK) durante la guerra. Secondo quanto riportato da Il Post, il primo ministro kosovaro avrebbe detto di non volersi presentare di fronte al tribunale come capo di un governo, ma soltanto come privato cittadino. Il leader, per ora, non è stato incriminato ma la scelta politica delle sue dimissioni ha cambiato gli assetti del Paese, da tempo al centro di controversie internazionali che riguardano soprattutto la sua identità. Una su tutte, il riconoscimento della propria indipendenza dalla Serbia.

Haradinaj durante la guerra nei Balcani

Haradinaj è diventato primo ministro l’ultima volta nel settembre 2017, dopo una vita passata nel campo militare. Dopo aver trascorso parte della sua gioventù in Svizzera, aveva fatto ritorno in Kosovo poco prima dello scoppio della guerra, partecipando attivamente al conflitto, tra il 1996 e il 1999, e diventando uno dei principali comandanti dell’Uck, che combatteva contro le forze serbe di Slobodan Milošević. Con un unico fine: ottenere l’indipendenza da Belgrado. Il conflitto si rivelò efferato, come i crimini commessi, a cui da tempo si cercano di attribuire i responsabili.

I processi

Negli anni, sono state tante le circostanze processuali nelle quali si è cercato di chiarire ruoli e responsabilità in relazione ai crimini di guerra tra Kosovo e Serbia. Haradinaj era stato indagato e nel 2005, anno della sua prima volta da premier, aveva già rassegnato le dimissioni dopo essere stato incriminato dal Tribunale speciale delle Nazioni Unite per l’ex Jugoslavia. I giudici lo processarono e poi lo assolsero. Due volte.

La mossa che lo rese popolare

Secondo quanto riportato da Reuters, nel 2018, l’ex generale ottenne molta popolarità grazie alla decisione di imporre dazi sulle merci importate da Serbia (e Bosnia) per il 100% del loro valore. La mossa era apparsa strategica nel Paese in quanto la condizione per la rimozione della tassa era semplice: riconoscere l’indipendenza della nazione. La Serbia, però, scelse di non farlo.

Le elezioni anticipate (fantasma)

In seguito alle sue dimissioni, era stata annunciata l’intenzione di procedere a nuove elezioni. Ma il presidente kosovaro, il conservatore Hashim Thaçi, non ha sciolto le Camere e non ha ipotizzato pubblicamente una data per il voto anticipato. Così il partito d’opposizione, Vetëvendosje! (che in albanese significa “Autodeterminazione”), gruppo nazionalista di sinistra, ha protestato. Ma, intanto, almeno nelle intenzioni, le dimissioni di Haradinaj appaiono come un espediente politico. L’ex premier ha infatti dichiarato la volontà di volersi ricandidare. Ma solo a patto che non venga incriminato (ancora) per crimini di guerra.

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