Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

Un congelamento “alla coreana” in Ucraina è possibile? Su queste colonne se ne parla da mesi sia come papabile opzione militare sia come potenziale congelamento politico dello scenario bellico. Opzioni spesso alternative tra di loro nella prospettiva, ma che oggi dopo la riconquista di Kherson potrebbero convergere.

A inizio marzo il fallimento del blitz russo ha fatto passare lo scenario coreano dal 1950 al 1951. Dall’idea iniziale della conquista totale, che la Corea del Nord di Kim Il-Sung e la Russia di Vladimir Putin hanno accarezzato nei confronti di Corea del Sud e Ucraina, a quella del braccio di ferro con un nemico sostenuto dall’Occidente. Con truppe direttamente inviate sul posto nel caso della Corea, con la forza della guerra per procura in Ucraina. Dunque addio idea della conquista totale e benvenuto al braccio di ferro politico-militare volto a colpire un nemico sostenuto da potenze esterne.

Ora con l’approssimarsi dell’inverno si apre lo scenario Corea 1952: la cristallizzazione del fronte come possibile via maestra alla decantazione politica del conflitto. Pietro Batacchi, direttore della Rivista Italiana Difesa, ha del resto recentemente richiamato in campo il possibile scenario coreano proprio unendo la ritirata russa da Kherson, la stabilizzazione del fronte e l’apertura di spiragli politici che nelle precedenti fasi di stallo, a marzo e maggio, non esistevano.

Batacchi, in un’analisti pubblicata su StartMag, parte dal presupposto che la ritirata russa da Kherson, pur rappresentando un evidente scacco con il Cremlino, abbia avuto la natura di un’operazione ordinata, quasi come se fosse pianificata da tempo. “Nulla a che vedere, insomma, con la disordinata rotta di Kharkiv”, fa notare l’analista, che sottolinea inoltre come, peraltro, “gli Ucraini sembrano molto cauti nell’avanzare perché i russi hanno lasciato campi minati di sbarramento e indirizzamento per il tiro di artiglieria, fatto saltare diversi ponti sull’Inhultes e sugli scolmatori del Dnepr, e lavorano con l’Aviazione”. In sostanza l’idea è quella di rafforzare il trinceramento di Mosca a Est del Dnepr nella consapevolezza che questa linea del fronte finirà per riassorbire l’inerzia ucraina. La dottrina militare russa, nota Batacchi, “prevede la difesa di manovra, ovvero una forma di difesa il cui obbiettivo è infliggere perdite al nemico, guadagnare tempo e preservare le forze amiche cedendo terreno”: qui, più che a Kharkiv è stata messa in campo.

L’inverno in arrivo, l’effetto frenante del gelo e del fango sarmatico, la stanchezza di contendenti che vedono le perdite reciproche superare, secondo le stime più attendibili, i 100mila morti e feriti per parte, la difficoltà a trovare una situazione di netta prevalenza di un esercito sull’altro e le situazioni pregresse di fatto lasciano presagire che dalla Corea del 1952 si possa arrivare, finalmente, alla Corea del 1953. All’accettazione de facto di un confine come perno creato dalla situazione militare, a mò di linea di armistizio. Il “partito” della trattativa guadagna consensi, in Europa come negli Stati Uniti, ha il forte sostegno di attori come Papa Francesco, Xi Jinping e Narendra Modi.

Soprattutto, prende piede tra i militari della Nato. Pochi giorni fa anche Il generale Mark A. Milley, capo del Joint Chiefs of Staff americano, ha sostenuto in riunioni interne al Pentagono, secondo quanto riporta il New York Times, “che gli ucraini hanno ottenuto circa quanto potevano ragionevolmente aspettarsi sul campo di battaglia prima dell’arrivo dell’inverno e quindi dovrebbero cercare di cementare i loro guadagni al tavolo delle trattative”. Ovviamente, nessuna conferma ufficiale di tali dichiarazioni è giunta né dal Pentagono né dalla Casa Bianca, ma dalla trattativa Cia-Svr a Ankara alle manovre tra Joe Biden e Xi al G20 molto lascia presagire che sulla testa dei contendenti grandi manovre siano in corso. E se inizialmente si temeva che l’inverno avrebbe potuto portare con sé un’inevitabile continuazione di lutti e morti, ora lo scenario pare cambiato. E lo spiraglio di una cristallizzazione del fronte guadagna terreno.

Tutto questo ovviamente non vorrà dire pace in tempi brevi. Troppe le trincee di odio scavate in nove mesi di guerra fino ad ora. Troppe le violazioni dei diritti umani, consumatesi soprattutto sul fronte russo ma che hanno avuto strascichi spiacevoli sul fronte ucraino. Troppe le dichiarazioni al veleno tra élite russe e occidentali e troppo complessi gli otto anni di conflitto civile alle spalle dell’Ucraina per una rapida risoluzione del conflitto. Ma la stasi sul campo è la premessa a una riduzione della dinamicità e della violenza del conflitto stesso e a dei margini di trattativa. In Corea nel 1953 e, caso più recente, nella guerra Iran-Iraq nel 1988 si arrivò alla pace per esaurimento dei contendenti. Non siamo ancora a quello scenario in Ucraina. Ma ad oggi esso appare il più plausibile per l’apertura di serie trattative di pace. Su cui l’Europa può e deve giocare, nel prossimo futuro, un ruolo per facilitarle e accelerarne la realizzazione.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto