Khamenei e i pasdaran, Netanyahu e gli Usa: chi frena e chi spinge per la guerra

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L’attacco israeliano al consolato iraniano a Damasco dell’1 aprile, la risposta iraniana nella notte tra il 13 e il 14 aprile con i lanci di droni e missili verso lo Stato Ebraico e la per ora interlocutoria risposta israeliana a Isfahan di stanotte hanno alzato l’asticella del confronto tra i due rivali geopolitici regionali. Che scenari si aprono? E soprattutto sul fronte dell’Iran e dei suoi rapporti di potere interni, cosa ha significato l’attacco? Ne parliamo con Alessandro Cassanmagnago, storico, politologo e studioso di Medio Oriente, specializzato proprio nelle dinamiche concernenti la Repubblica Islamica.

Che scenari aprono gli accadimenti delle ultime settimane? Di che confronto possiamo parlare tra Teheran e Tel Aviv?

“Sicuramente si tratta di un superamento delle linee rosse che hanno finora contraddistinto il conflitto Iran-Israele. Con l’attacco di Damasco Israele non ha sabotato un impianto nucleare, eliminato uno scienziato che lavorava al programma atomico o colpito un sito militare, ma bensì violato quelle che sono le regole del diritto internazionale che pertengono gli edifici diplomatici, territorio del Paese che ha possesso della legazione. L’Iran si è trovato a dover rispondere a un affronto di alto livello, decidendo per un attacco diretto su una scala medio-grande, qualcosa di mai visto prima. Si tratta di un superamento delle linee rosse tradizionali. Ora bisognerà capire dove le linee rosse si ricollocheranno. Capire se la possibile controrisposta israeliana è stata quella ridotta di stanotte o si espanderà ci potrà aiutare a capire dove si posizioneranno”.

Da dove nasce la risposta iraniana ai raid di Damasco?

“Stiamo parlando di un compromesso tra anime politiche e militari. In Iran, all’interno del sistema politico ci sono vari centri di potere con agende diverse, spesso in conflitto tra loro. Di conseguenza, a Teheran una volta avvenuto l’attacco di Damasco è nata una trattativa serrata, culminata nella decisione di operare la risposta di settimana scorsa. Un compromesso tra gli ultraconservatori e coloro che sono più cauti. Non tanto per motivazioni legate a una minor percezione della rivalità con Israele: ci sono settori di apparati iraniani che preferiscono un modus operandi diverso. Questo attacco, dal mio punto di vista, è una forma di risposta che da una parte tutela di fronte ai più radicali le componente moderate della classe dirigente, essendo muscolare per quanto limitato. Dall’altra parte, però, la risposta è nella linea della cosiddetta pazienza strategica, componente della dottrina iraniana. Certo, la risposta segna un cambiamento su questa dottrina. Pensiamo alle parole del capo di Stato Maggiore delle forze armate iraniane, Mohammad Bagheri, che ha parlato di una “nuova equazione” nella dottrina militare iraniana e nel suo approccio strategico al conflitto con Israele”.

Cosa implica tutto ciò?

“Secondo Bagheri, si passa dall’attendismo di Teheran di fronte alle operazioni israeliane a una posizione legata a un’idea di risposta immediata contro il territorio israeliano. L’Iran, a mio avviso, si sente a un livello tale di sviluppo della sua forza difensiva, del suo sistema di deterrenza e delle sue armate, ivi comprese le milizie sciite del cosiddetto “Asse della Resistenza”, da potersi permettere delle risposte dirette”.

Quali apparati in Iran spingono per l’escalation?

“Gli apparati che giocano un ruolo nel bilanciare la risposta sono quelli che hanno più o meno interesse a un’escalation. Nei Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione, il ramo delle forze armate nato dopo la Rivoluzione di Khomeini, esistono componenti che hanno trovato giovamento dall’ampiezza di questo attacco. In particolar modo quella che si occupa dell’apparato missilistico. All’interno dei Pasdaran, questa componente, la Forza Aerospaziale del Corpo della Rivoluzione Islamica, ha sicuramente spinto per una risposta decisa. Gestendola in prima persona e guadagnandone in prestigio. Il suo comandante, Amir Ali Hajizadeh, era in prima fila in tutti i discorsi della Guida Suprema Ali Khamenei prima della risposta. Tra gli iranisti, era diventato quasi d’obbligo a ogni discorso di Khamenei controllare la sua espressione per capire effettivamente se fosse imbronciato o sorridente. Inizialmente, quando Khamenei invitava alla calma, appariva poco soddisfatto. La sua espressione si è fatta mano a mano più raggiante quando Khamenei ha iniziato a attaccare più duramente Israele. Questa componente ha spinto più di tutte per colpire Tel Aviv e ha svolto un ruolo nella crisi”.

Hai citato la Guida Suprema Ali Khamenei: che ruolo gioca nella crisi?

“Khamenei è stato sempre un sostenitore della dottrina della pazienza strategica. Da capo di Stato, ogni decisione deve passare dal suo ufficio, che ha giocato sicuramente da bilanciamento. Khamenei è un uomo conservatore, ma anche se non soprattutto un politico di lunghissimo corso, capace di giocare ogni partita con attenzione. Un’immagine molto diversa, la sua, da quella spesso semplicistica che appare nella narrazione mediatica. Se si guarda alla sua storia personale, Khamenei è sempre stato deciso e forte nel ribadire la critica a Israele e Usa, ma anche portatore di spinte moderatrici. Questo fin dai tempi in cui Khomeini, padre della Repubblica Islamica, era ancora vivo. Un conservatore, dunque, ma moderato”.

Sul fronte israeliano, che scenari attendono Benjamin Netanyahu?

“La prospettiva di Netanyahu è quella di cercare di preservare l’appoggio che i suoi alleati hanno nei suoi confronti, cercando inoltre di evitare di essere rimosso dal potere. Non è da escludere una forma di equilibrio tra pugno duro contro Teheran e ricerca del consenso di Usa ed Europa. Ma Netanyahu si è dimostrato un leader irresponsabile, che ha corso rischi gravissimi: l’attacco contro Damasco, ad esempio, è stato ai limiti dell’illogicità. Netanyahu cercherà di tenersi a galla, non potrà eccedere eccessivamente perché l’Iran lo ha messo in una posizione di rischio. Teheran ha mandato un messaggio a Israele: Tel Aviv per difendersi ha bisogno dei suoi alleati, Netanyahu dovrà dunque trovare un compromesso con loro”.

Israele ha mandato stanotte un segnale lanciando piccoli attacchi sul territorio iraniano. Per Le prossime settimane esiste la prospettiva di raid israeliani contro i siti nucleari iraniani?

Sulla carta come ipotesi dovrebbe esser remota. Ma quanto possiamo scommettere sul fatto che Netanyahu non sia disposto a giocare ogni carta a disposizione? Dovesse trovarsi ad attaccare da solo, non lo farebbe. Biden ha posto un forte freno a Netanyahu. Bisognerà capire quanto Netanyahu sarà desideroso di rispettarlo. Nessuno di noi è nella sua mente: l’ipotesi è remota, ma non da escludere a priori. Serve anche capire l’atteggiamento dell’Iran: se sarà di parola e non proseguirà, l’ipotesi di un attacco di questo tipo, che giova ricordare destinato molto probabilmente ad essere condotto con armi nucleari, scemerà.