Karabakh, quelle mine che rallentano il ritorno alla normalità

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Guerra /

La seconda guerra del Karabakh si è conclusa ufficialmente la sera del 9 novembre 2020, quando è stata firmata la Dichiarazione Tripartita tra Azerbaigian, Armenia e Russia con la mediazione della parte russa, ma qui, nella vena scoperta del Caucaso meridionale, i postumi bellici continuano a farsi sentire da ambo le parti.

Mentre in Armenia i postumi hanno assunto la forma di instabilità politica, cristallizzazione della paura turca nell’opinione pubblica e riallineamento diplomatico e geopolitico alla Federazione russa, in Azerbaigian, vincitore del conflitto ed egemone regionale in divenire, i postumi sono costituiti sostanzialmente dagli oneri relativi alla ricostruzione dei territori liberati, dal trauma del bombardamento di Ganja e dalla questione sminamento.

I numeri della questione mine

Nel Karabakh, il conflitto è costato e continua a costare sangue. Sangue di soldati, sangue di civili e sangue di giornalisti e testimoni quivi giunti per ricordare agli abitanti del villaggio globale che la storia non è giunta ovunque al capolinea.

Come, quanto, quando e dove si muoia nel Karabakh non è difficile da raccontare e/o da illustrare numericamente. Si muore di mine. Si muore molto. Si muore spesso. E si muore in quelle aree su cui l’Azerbaigian ha ripristinato la sua sovranità lo scorso novembre, che vedono gli artificieri operare alla cieca, ovvero senza le mappe dei territori minati dalle forze armate armene dai Novanta all’anno scorso.

I numeri possono essere impiegati per esplicare ciò che alle parole non riesce, essendo dotati di un potere rappresentativo unico, incisivo e, soprattutto, imparziale. E i numeri del Karabakh parlano di una terra tanto santa quanto minata, e tanto pronta a rinascere quanto ancora suppliziata dalle morti e dai ferimenti dei civili e dei militari azerbaigiani ivi residenti e operanti:

Karabakh, terra delle mine

“Attenzione alle mine!”; questo è il messaggio di pericolo più ricorrente che può essere letto da coloro che mettono piede o attraversano le terre liberate, cioè quei distretti su cui dalla sera del 9 novembre 2020, l’Azerbaigian ha ripristinato la sua sovranità, tanto de jure quanto de facto. Terre che abbiamo visitato, traversato in lungo e in largo, avuto modo di conoscere. Terre dove va fatta attenzione, sia dai civili sia dai militari, perché ogni passo potrebbe essere l’ultimo.

Gli inviti alla cautela, firmati da Unicef, Anama e Regno Unito, sono bilingue (azerbaigiano e inglese), corredati di teschi e rappresentazioni stilizzate di mine, ordigni inesplosi e omini rimasti senza arti, e sono stati installati a macchia d’olio da Hiroshima a Nagasaki, ovverosia dalla città fantasma di Agdam al cimitero all’aria aperta di Jabrayil, passando per le rinascenti Fuzuli e Șușa.
E v’è un motivo alla base della decisione delle autorità dell’Azerbaigian di costellare pervasivamente il territorio di questi cartelli di ammonimento: il Karabakh presenta la densità di mine più elevata dello spazio postsovietico, nonché una delle maggiori del pianeta – se non la maggiore. Non è dato sapere quante siano le mine piazzate dalle forze armate armene nel sottosuolo del Karabakh appartenente all’Azerbaigian, ma un’idea della dimensione del problema può essere data da fatti e numeri:

I risultati della lunga, estesa ed abnorme campagna di minamento del Karabakh sono particolarmente visibili nel distretto di Fuzuli, che abbiamo visitato personalmente e dove, secondo le prove raccolte dall’Anama, si trovano alcune delle aree più densamente minate della regione. Aree dove è possibile che si nasconda più di una mina per ogni metro. Aree come quelle che circondano la strada da Fuzuli a Jabrayil, dove è possibile che in spazi relativamente piccoli – 1.200 metri di lunghezza per 60 metri di larghezza – si celino quantità impensabili di mine antiuomo – anche più di 1.500.

Aree, quelle che vanno da Șușa a Fuzuli, che restano impresse indelebilmente nella mente per via delle immagini viste, dei rumori uditi, delle macerie toccate e delle testimonianze ascoltate. Aree di cui resta impresso il fumo nero delle esplosioni controllate. Aree che, per adesso, sono perlopiù abitate dai coraggiosi sminatori dell’Anama. Aree che, nonostante tutto, stanno lentamente rinascendo, risaltando all’occhio come dei fiori nel cemento, e che sono destinate ad ospitare e ad essere il futuro dell’Azerbaigian.