Con un discorso di Kamala Harris tutto improntato all’ottimismo e alla rassicurazione dei moderati, così da contrapporsi alla cupezza del clan Trump, nella notte tra giovedì e venerdì si è conclusa la convention del Partito democratico. Un partito dato quasi per moribondo solo due mesi fa, sotto il peso di un presidente in carica, Joe Biden, che appariva anche ai più fedeli come stordito e inadatto allo scontro epocale di novembre.
Il congresso, durato quattro giorni, si è concluso con un innegabile successo: decine di migliaia di partecipanti, oltre 4mila delegati entusiasti, nessuno scontro di rilievo fuori dall’United Center di Chicago e un partito rimesso in riga nel segno – ed è questa la differenza principale con Trump – del lavoro collettivo e della moltitudine. Da una parte, sembrano dire i Dem, c’è un culto quasi misterico per un pluricondannato e stupratore, un one man show. Dalla nostra, invece, una comunità variegata fatta di sensibilità diverse e radicamente sul territorio. Un congresso che ha rivitalizzato Harris, finita durante i quattro anni da vicepresidente nell’anonimato più totale, sopraffatta da Biden, e che invece ora ha fatto della sua novità un asset importante, un elemento di freschezza da contrapporre al quasi ottantenne Donald.
I punti salienti del Congresso
Evidenziare il pericolo di una presidenza Trump 2.0 è stato ovviamente il crinale sul quale si è arrampicata Harris pur ripetendo parole chiave come “gioia” e “libertà” lungo tutto il discorso. Sì, abbiamo deciso di dipingere i Repubblicani come weird – “bislacchi”, più che “strani” – e sarà ancora più facile farlo se Trump continuerà a postare messaggi senza senso alcuno sui social durante tutta la campagna e Robert F. Kennedy Jr. noto anti-vaccinista, farà l’endorsement per l’ex presidente: ma i sondaggi che oggi sono buoni non garantiscono nulla, probabilmente la partita si giocherà tutta su un pugno di voti e se Trump dovesse ritornare al potere questa volta potrebbe completare davvero la sua agenda reazionaria.
Non per nulla, Harris non ha solo ribadito la felicità del suo popolo – istruito, di successo, solidale, progressista – o garantito che con lei i diritti riproduttivi delle donne saranno protetti, e nelle biblioteche si potrà leggere ciò che si vuole, ma ha anche risposto ai pregiudizi delle destra per questa donna nera, immigrata di seconda generazione e di sinistra concentrandosi su temi come la criminalità e la sicurezza nazionale, e rivendicando il patriottismo per i Democratici. Trump, nel frattempo, ha risposto al discorso di Harris con una serie di post erratici sui media, continuando a minimizzare il suo slancio.
Mentre i Repubblicani cercano di etichettarla come “pericolosamente liberale” e Trump l’ha raffigurata addirittura come una comunista di ferro, per la sua proposta di alzare le tasse e implementare una timida politica di controllo sui prezzi, Harris ha risposto con un messaggio politicamente calcolato dicendo che i confini con lei, ex procuratrice federale, saranno sicuri. Prima di lei sono saliti sul palco sceriffi in divisa ed ex militari, e persino la figlia di un leader delle contras nicaraguensi – un nucleo terroristico anticomunista – che ha garantito che di commie in Harris non c’è nulla. La sua candidatura, ha cercato di far capire Harris, è un frutto naturale del sogno americano e delle sue opportunità. Ha cercato di presentarsi come una leader forte, consapevole che le donne in politica sono spesso considerate deboli, specialmente se appartenenti al Partito Democratico. Anche in politica estera ha fatto di tutto per mostrarsi come una leader determinata e patriottica, nel solco dell’Impero di sempre: non esiterà a ordinare attacchi all’Iran se necessario, e non sarà mai conciliatoria con dittatori come Kim Jong Un o Putin, che sostengono Trump perché sanno di poterlo manipolare.
Gaza, il convitato di pietra
Toccando il tema più delicato della serata, il conflitto tra Israele e Hamas, la convention dei Democratici ha mostrato che non solo c’è ancora molto lavoro da fare per cambiare l’opinione pubblica statunitense, ma che probabilmente questo non sarà sufficiente. Il dibattito sul conflitto in Palestina è cambiato enormemente negli ultimi anni e dieci anni fa la maggior parte degli elettori Dem non avrebbe sostenuto un cessate il fuoco, un mandato di cattura per Netanyahu oppure le ragioni dei palestinesi come fa ora.
Eppure, la convention ha dimostrato – vuoi per un cinico calcolo o per la pressione dei gruppi d’interesse più ricchi e prepotenti – di non voler rappresentare né le ragioni palestinesi nel conflitto, né la volontà di cambiare lo status quo in Medio Oriente. I Dem non hanno invitato a parlare un solo membro della delegazione filo-palestinese, un americano-palestinese moderato o i rappresentanti del settore umanitario. I genitori di un membro dell’IDF rapito, invitati sul palco, hanno fatto un discorso inclusivo e toccante, ma per nulla politico. I contestatori sono stati soggiogati e la convention si è svolta senza sorprese. Insomma, l’ala di centro e destra pro-Israele del partito ha vinto per KO.
Questo non dovrebbe sorprendere: dei quasi 4500 delegati al congresso, la stragrande maggioranza era pro-Biden, ossia favorevole a una politica estera nel solco del conformismo e della romanticizzazione del sionismo. Nel suo discorso su Gaza, Harris ha ripetuto così la linea ufficiale del Dipartimento di Stato: «Il Presidente Biden e io stiamo lavorando per porre fine a questa guerra in modo che Israele sia al sicuro, gli ostaggi vengano rilasciati, la sofferenza a Gaza finisca e il popolo palestinese possa realizzare il suo diritto alla dignità, sicurezza e libertà». Significativamente, lo scroscio di applausi più forte, anche con una platea così moderata, è arrivato su queste ultime parole.
Parole che possono apparire generose e forti solo per chi non ha memoria, e non ricorda che erano pronunciate persino da George W. Bush, 20 anni fa. Oggi arrivano a un pubblico di sinistra mediamente depoliticizzato, che ha fatto pace con l’establishment dei Dem, che ha paura di perdere le elezioni contro l’Orange Man troppo di sinistra. Pesa, certamente, il fatto che dall’altra parte c’è un candidato come Trump, ancora competitivo, con una linea estremamente anti-araba, e un corpaccione della società statunitense che associa qualsiasi cosa abbia il sentore di musulmano all’11 settembre e ai problemi del multiculturalismo.
Serve un centro che non sia solo reattivo
C’è anche da dire che gli statunitensi non si aspettano da questi discorsi grandi dettagli su programmi e progetti. Nulla vieta che Harris, da presidente in carica, possa in parte tradire le lobby filo-israeliane radicali con gesti di rottura rispetto alla tradizione. Al momento, però, neppure il più cauto cambio di policy è stato accennato. Harris ha fatto intuire che non bloccherà l’invio di armi, non vendicherà le umiliazioni subite da Biden per la sfacciataggine di Benjamin Netanyahu, non tollererà altre manifestazioni di protesta pro-Gaza. La lezione principale è che in politica estera nulla cambierà davvero fino a quando i palestinesi, e più in generale chi vuole cambiare lo status quo in politica estera, non saranno in grado di competere nel campo del lobbying.
Per quanto riguarda la politica domestica, invece, con un partito che cerca di trovare il proprio equilibrio tra le varie fazioni interne, Harris dovrà cercare di mantenere l’unità e promuovere promuove una visione di speranza e rinnovamento. Mentre l’Unione Europea resta un nano politico e nessuno le chiederà troppo conto dei palestinesi, salvo forse i musulmani e i giovani che voteranno nel decisivo Michigan, in casa la destra populista trumpiana agisce, imposta il rimo, determina ancora ciò che è problematico nella lotta politica.
Non c’è dubbio che la minaccia rappresentata da Trump sia reale. Lui, come i suoi alleati Elon Musk, Marie Le Pen, Javier Milei o Vladimir Putin possiede una mentalità autoritaria a difesa di un ceto proprietario arrogante e incattivito. Ma con l’emotività non si fa buona politica. Il nazional-populismo dev’essere preso sul serio, e il populismo economico bideniano che Harris conferma con le sue proposte è il segno che i sogni della globalizzazione anni Novanta sono tramontati per sempre. Harris non potrà permettersi di ereditare un centro liberale ridotto a forza puramente reattiva.

