In Siria e in particolare ad Afrin, la guerra sta assumendo le forme sempre più marcate di un conflitto fra Stati più che di conflitto “per procura”. Qui ormai i cosiddetti proxy non ci sono più. La Turchia è entrata in territorio siriano con le sue forze armate e colpisce chiunque le si ponga come ostacolo, siano essi curdi o milizie siriane. E gli ultimi bollettini dal fronte mostrano che la situazione si fa sempre più incandescente.

Secondo la Reuters, che cita fonti dell’ormai ben noto Osservatorio siriano per i diritti umani (quindi, come già detto, una fonte da prendere con le dovute precauzioni), gli aerei da guerra turchi hanno colpito le forze governative filo-siriane nei pressi di Afrin uccidendo almeno 36 di loro. Un bombardamento che ha lasciato molti soldati fedeli ad Assad sul campo, ma che conferma anche lo stop dell’avanzata terrestre.

L’Osservatorio ha detto che l’attacco aereo, che ha colpito una base siriana nel campo di Kafr Jina, è il terzo in 48 ore che Ankara sferra contro le milizie filo-governative. Un’escalation militare che colpisce soprattutto per la brutalità degli attacchi, a dimostrazione che lì, ad Afrin, la guerra non sta per nulla volgendo al termine. Ieri, le fonti locali parlavano di otto soldati turchi morti sotto il colpi dei proiettili delle forze curdo-siriane nella città sotto assedio, mentre altri 17 soldati siriani sarebbero morti ieri sempre sotto le bombe degli aerei turchi.

Le forze governative filo-siriane sono entrate ad Afrin la scorsa settimana a sostegno della milizia curda Ypg, dopo un accordo siglato con il governo di Assad. L’obiettivo dichiarato dell’operazione Ramoscello d’ulivo, lanciata dalla Turchia e dai ribelli siriani filo-turchi a gennaio è quella di debellare le milze curde dall’enclave di Afrin. Il governo siriano, con il supporto delle forze non direttamente incluse nell’esercito regolare, ha assunto un ruolo di scudo contro l’esercito turco. Anche per evitare che Ankara avanzi ulteriormente in quella che ritiene una vera e propria invasione travestita da operazione “anti-terrorismo”.

Il primo ministro turco Binali Yildirim ha dichiarato che le forze del suo Paese hanno assunto il controllo della città di Rajo. L’Osservatorio ha detto che l’esercito turco aveva il controllo di circa il 70% della città, che si trova a meno di 30 chilometri a nord-ovest della città di Afrin. In questa differenza, c’è l’intervento delle milizie legate al governo della Siria che, secondo le fonti locali, sarebbero ancora presenti, insieme quanto rimane delle forze curde della cittadina, resistendo all’offensiva turca.

Quello che però è evidente, ormai, è che la guerra sul fronte settentrionale della Siria stia cambiando totalmente i suoi connotati. Secondo lo Stato maggiore turco, i “terroristi” (così definisce Ankara i combattenti curdi) neutralizzati dalle forze armate sono, ad oggi, 2516. Un numero molto alto, che dimostra come Ramoscello d’ulivo sia un’operazione su cui l’esercito turco ha puntato molto.

Erdogan ha già detto che la tregua umanitaria sulla Siria non inficia sull’offensiva di Afrin, perché ritenuta una guerra al terrorismo. Il governo turco considera l’operazione come “autodifesa” negando ogni tipo di volontà di occupare il territorio siriano. Ma la situazione è diversa. E sul campo i caduti aumentano, da una parte e dall’altra, mentre le vittime civili già sono molto numerose. Il ministero della Difesa turco ha dichiarato che sono 41 i soldati turchi morti nell’offensiva nella Siria nordoccidentale e 116 i miliziani dell’Esercito libero siriano.

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