L’Italia scende ufficialmente in campo in Libano dopo le esplosioni che hanno devastato il porto di Beirut. La nave San Giusto della Marina Militare è salpata dal porto di Brindisi in direzione della capitale libanese, con arrivo previsto il prossimo sabato. La nave è stata messa a disposizione della Protezione Civile con il coordinamento del Comando Operativo di Vertice Interforze dello Stato Maggiore Difesa e sarà di supporto al contingente italiano già presente in Libano. A bordo della nave della Marina militare, un ospedale da campo e un nucleo rimozione macerie del Genio, mentre il 7° reggimento Cbrn “Cremona” arriverà a Beirut a fine agosto per un contingente complessivo di 210 militari che vedrà anche esperti in ambito medico e sanitario per l’epidemia di coronavirus.

La mossa dell’Italia arriva dopo settimane in cui il silenzio, in alcuni settore della Difesa, era apparso quasi “assordante”. In molti chiedevano che l’esecutivo intervenisse con più veemenza in una crisi dove tutti i Paesi più importanti della Nato sono già arrivati per mettere a punito il loro piano di penetrazione nello scacchiere libanese. E l’Italia, con il suo contingente di Unifil (di cui è al comando nella persona del generale Stefano del Col), stava diventando un’assenza pesante, soprattutto dopo lo sbarco in massa dei francesi e le prime mosse di Germania e Turchia. Insomma, in questa ennesima partita mediterranea è del tutto evidente che Roma non avrebbe potuto rimanere ferma ancora per molto, pena l’esclusione da un Paese piccolo ma estremamente importante nelle logiche del Mare Nostrum.

Per il nostro Paese, il Libano è molto più importante di quanto si possa credere. Il Libano ha visto la partecipazione di un contingente nazionale nel 1982: prima volta in cui le Forze armante italiane intervenivano al di fuori del territorio nazionale. E da quel lontano 1982 la presenza italiana nel Paese dei Cedri è sempre stata vista in maniera positiva, trasformando i nostri militari molto spesso in veri e propri aghi della bilancia nel difficile equilibrio del Libano e nei rapporti con Israele. Basti pensare che dopo l’esplosione di Beirut, l’ambasciata israeliana  Roma ha ribadito l’importanza del comando italiano di Unifil nel costruire un canale di dialogo tra lo Stato ebraico e il Libano. Questo a dimostrazione di come il radicamento italiano nel Paese mediorientale sia ormai un elemento essenziale della nostra politica estera, a dimostrazione dell’importanza strategica delle forze armate nella diplomazia italiana. A partire da quella navale.

A fine ottocento, l’ammiraglio Alfred Tayer Mahan, padre del potere marittimo statunitense, nell’indagare il rapporto tra diplomazia e Forze armate così si espresse: “Le clausole diplomatiche influenzano le azioni militari e le considerazioni militari i provvedimenti diplomatici. Esse sono parti inseparabili di un tutto; da ciò deriva che chi ha responsabilità di Comando deve capire gli elementi della diplomazia e viceversa”. Una frase eloquente per comprendere il valore della missione di Nave San Giusto e degli uomini che prenderanno parte al contingente militare in sostegno alla popolazione di Beirut. C’è aiuto verso una popolazione che ha rapporti storici con l’Italia, ma c’è anche la volontà politica di non perdere quel rapporto che può essere strappato a forza di messaggi inviati dai nostri partner europei e mediterranei. Emmanuel Macron è arrivato nella capitale libanese quando ancora il fumo si sollevava dalle macerie. Il sottosegretario di Stato Usa, David Hale, è sbarcato nella capitale libanese riaffermando la volontà di dare aiuti economici solo in cambio di riforme e “portando” l’Fbi nella città. Iran e Turchia stanno già intervenendo in via diplomatica e con i loro avamposti all’interno del Paese. L’Italia non può perdere il Libano., o ne pagherà le conseguenza in tutto il Medio Oriente e nel Mediterraneo orientale.

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