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Italia-Israele, ore 20.45, Stadio “Friuli” di Udine: in tempi normali, sarebbe stato semplicemente un punto nella marcia degli Azzurri verso le finali di Nations League. Oggi, 14 ottobre 2024, è più di una partita. Si gioca la sfida tra la squadra di Luciano Spalletti e i ragazzi di Ran Ben Shimon in un clima surreale: Udine blindata, scarsa affluenza di tifosi, rischio di contestazioni e soprattutto l’aleggiante pensiero che forse questa sfida poteva essere fermata.

In assenza di strumenti di pressione contro Israele, che ha bombardato Unifil, l’impegno italiano per la pace in Libano e diciotto anni di sforzi internazionali, forse un messaggio importante poteva essere dato se la Federcalcio avesse, in assenza di altri strumenti di pressione, optato di fermarsi un giro. Per usare una, tutt’altro che spuntata, arma di pressione politica su Tel Aviv: in una società dove la guerra in Medio Oriente sta polarizzando le opinioni, che immagine avrebbe dato una delle nazionali più titolate del calcio globale che sceglie di non sfidare quella dello Stato Ebraico dopo che quest’ultimo ha scelto di bombardare il contingente per oltre il 10% costituito da truppe italiane? Un’immagine poderosa di distacco, nell’immaginario e non solo.

Bene ha detto l’ex allenatore della nazionale di pallavolo, Mauro Berruto: “lo sport non può fermare le guerre, non può fermare il massacro di Gaza o il paradosso di una nazione che bombarda le forze di pace delle Nazioni Unite. Tuttavia, lo sport, dovrebbe saper fermare se stesso”. E potrebbe così mandare un messaggio dirompente.

Tutto questo, però, va pesato al netto di limiti e costrizioni del momento. Perché la Fifa ha scelto di nuovo di decidere di non decidere sulla questione della sospensione di Israele in una recente riunione e, dunque, non giocare la partita avrebbe voluto dire porsi fuori dalle regole del calcio internazionale. The show must go on: e in quest’ottica, pensiamo sarebbe un bene se la partita, perlomeno, contribuisse a demolire l’immagine etno-nazionalista di Israele con cui Benjamin Netanyahu e il suo governo stanno ridipingendo il loro Paese, spaccandolo al suo interno. Già all’andata nella squadra di Israele si mise in mostra, nella sconfitta per 2-1 contro l’Italia, Abu Fani, calciatore di origine araba.

E, del resto, laddove contano i meriti sul campo nessun Netanyahu e nessun Itamar Ben-Gvir può mettere becco decidendo chi sia israeliano di Serie A e di Serie B. Dunque ci teniamo a sottolineare che, come ha ricordato il nostro collaboratore Valerio Moggia sul blog “Pallonate in Faccia”, “nella squadra maggiore israeliana giocano più o meno regolarmente quattro arabi: Mahmoud Jaber, 25 anni, mediano del Maccabi Haifa e fratello minore di Abdallah Jaber; Anan Khalaily, ala 20enne del Maccabi Haifa, figlio di genitori originari di Sakhnin; Ramzi Safouri, trequartista 28enne nativo di Jaffa (65 km a nord del confine di Gaza e 30 km da quello della Cisgiordania), impegnato in Turchia con l’Antalyaspor; e Mohammed Kna’an, attaccante di 24 anni dell’Ashdod, nato a Majd Al-Krum”. Quattro storie, cinque con Abu Fani, per ricordare all’élite di Tel Aviv che la situazione è più complessa di quella, manichea, da “noi contro loro” che da anni dipingono e che dopo il 7 ottobre 2023 è diventata la loro narrazione.

Si gioca, dunque. E ci auspichiamo si giochi con i caveat del caso: mandando un messaggio forte, di distensione. Sono state distensive e non scontate le parole del Ct della Nazionale, Spalletti: “Penso che ci siano molti israeliani che non vogliono la guerra e noi dobbiamo convincere sempre qualcuno in più che questa è una cosa che deve finire. Si va a giocare la partita con la speranza di convincere sempre qualcuno in più”. Per il Ct divenuto celebre per la massima “uomini forti, destini forti; uomini deboli, destini deboli”, insomma, un invito alla società israeliana a schierarsi nel campo del primo binomio.

L’appello di Spalletti ha ricevuto le dure critiche del direttore di Libero, Daniele Capezzone, che ha definito il suo un “comizio”, aggiungendo: “La passione politica è una cosa bellissima”, ha commentato l’ex politico radicale. Attaccando poi Spalletti: “si candidi, se crede, ma non usi la panchina della Nazionale come uno sgabello per discorsi scombiccherati e partigiani”. Strani tempi, quelli in cui dirsi contro una guerra significa fare comizi. Ma, evidentemente, la critica arriva dal pulpito di chi applica una vecchia massima di Winston Churchill, vivendo le guerre, nel caso quella di Israele in Medio Oriente, come se fossero partite di calcio. Sostituendo il tifo alla ponderatezza delle analisi che in contesti del genere appare necessario mantenere.

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