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Il possibile ritiro del contingente italiano dall’Afghanistan agita il dibattito politico e il governo. Ma la Difesa continua a ritenere doverosa una rimodulazione dei propri impegni all’estero.

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A confermarlo è stato lo stesso ministro Elisabetta Trenta, che, in un’intervista rilasciata a Il Corriere della Sera, ha ribadito la linea dell’esecutivo: “Ci sono priorità strategiche nazionali. Le faccio un esempio: altri partner Ue hanno cambiato le loro prospettive, come Spagna e Francia, quest’ultima si è addirittura ritirata dall’Afghanistan alla fine del 2014, ma mantiene una presenza importante in Africa. Non vedo perché l’Italia non ne possa discutere, considerando che oggi il nostro principale interesse si focalizza, come è normale che sia, proprio in Africa e nel Mediterraneo”.

Da questa frase è possibile ripercorrere tutta la strategia italiana sulle missioni all’estero varata dal nuovo governo composto da Lega e Movimento 5 Stelle. Una linea già espressa nel decreto Missioni, con il quale si era ampiamente prevista la possibilità di un cambiamento degli obiettivi dell’impegno italiano nelle missioni internazionali, spostando l’asse dal Medio Oriente e Asia centrale (Iraq e Afghanistan) per spostarlo verso il Mediterraneo e il Sahel.

L’idea del governo è che l’impegno militare italiano debba essere messo al servizio non di un interesse internazionale  o multinazionale, ma al servizio di un interesse nazionale più diretto, cui si aggiunge l’inevitabile placet degli Stati Uniti. Perché è del tutto evidente che il governo italiano, come tutti i precedenti, non possa fare a meno dell’ok della Casa Bianca, che rappresenta ancora oggi la superpotenza in grado di guidare l’Occidente.

In questo senso, non è un mistero che questo disimpegno (ancora potenziale) dell’Italia dall’Afghanistan sia il frutto di un discorso più ampio imposto dall’amministrazione Trump, che ha deciso di rivedere i suoi impegni internazionali. Gli Stati Uniti del presidente repubblicano hanno deciso di proporre una virata rispetto alle precedenti presidenze, da George W. Bush a quella di Barack Obama. E Kabul non rientra più nelle prerogative di Washington.

Proprio per questo motivo, l’Italia può può sfruttare la situazione per accodarsi al disimpegno Usa e cambiare la sua strategia dopo aver onorato per 18 anni una guerra che ha dato lustro al Paese, ma anche provocato la morte di 54 soldati, oltre a una spesa che si aggira intorno ai 7 miliardi di euro. Le forze armate italiane hanno fatto il possibile per portare la pace in Afghanistan. Non è stato semplice e probabilmente la guerra non finirà come si era pensato nei primi anni di conflitto. Ma è giusto anche scegliere di interrompere un impegno che rischia di essere un tunnel senza via d’uscita.

In questo momento, l’impegno internazionale in Afghanistan sembra essere messo in discussione e le chiavi di lettura sono molte. È certo che si tratti di un clamoroso fallimento della strategia dell’Occidente. La guerra è iniziata nel 2011 con l’intenzione di sconfiggere i talebani e porre un governo stabile e in grado di controllare il Paese. A quasi 20 anni dall’inizio della guerra, l’unica certezza è che i talebani controllano larga parte del territorio afghano. Una certezza cui si aggiunge quella secondo cui l’impegno di Usa e Nato ha solo portato a una cristallizzazione del conflitto, con il rischio che in aree del Paese si impiantino gruppi terroristici nuovi rispetto al panorama afghano, in particolare lo Stato islamico.

Ma proprio per questo motivo, il governo italiano ha scelto una doverosa via di rivisitazione del suo impegno a Herat e in tutto l’ovest dell’Afghanistan. Che non significa rinnegare il proprio impegno, ma prendere atto di una grande fase di transizione mondiale. Il mondo è diverso da quello del 2001. E per Roma gli interessi sono altrove, in articolare in Sahel e in Libia, visto che sono messe a repentaglio la stessa tenuta della stabilità del Mediterraneo e la sicurezza del nostro Paese. Controllare il flusso di migranti è prioritario per il nostro esecutivo: sicuramente lo è anche in chiave elettorale, non c’è dubbio, ma strategicamente appare anche più utile rispetto a un impegno in un Paese lontano e in un conflitto che anche chi l’ha iniziato (gli Usa) vuole finire al più presto. E tratta con i suoi nemici, i talebani, proprio a questo scopo.

La pianificazione di un ritiro da Herat e dalle altre province afghane è un segnale che il mondo cambia e bisogna prenderne atto. Posto che ovviamente sarà il Parlamento a dover decidere. E lo ha ribadito lo stesso ministro. “Sarà il Parlamento, nel rispetto della sua centralità,a dover decidere. Ciononostante da parte mia, a nome del governo, c’è chiaramente un indirizzo politico, che abbiamo già indicato nel precedente decreto missioni e che sarà evidente nel prossimo decreto. Mi riferisco ad esempio alla nuova missione Niger, che per noi è fondamentale perché rivolta al controllo dei flussi migratori verso l’Italia”. Se poi questo è possibile che per gli Stati Uniti ci hanno dato il “permesso” è un altro tema: ma intanto stiamo rimettendo al centro le nostre priorità.