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Venti giorni dopo il primo incontro, proseguono i negoziati di Istanbul tra Russia e Ucraina col secondo appuntamento. Il negoziato mira ad affrontare quello che le parti hanno definito un “memorandum” per guidare trattative di pace alla luce di quello che è sempre mancato nel dialogo per la fine del conflitto, ovvero una chiara definizione di ciò che Kiev e Mosca intendono come “pace” e della situazione che vogliono veder emergere. Il tutto, secondo quanto ha dichiarato Volodymyr Zelensky, dovrebbe aprire la strada a un incontro tra il capo di Stato ucraino e l’omologo russo Vladimir Putin per porre fine alla guerra.

Quanto è distante questa prospettiva? Ad oggi, molto. Ma elementi tattici e strategici lasciano intendere che una consapevolezza, presto o tardi, possa emergere: quella, cioè, che l’endgame della guerra non potrà essere puramente militare. I raid incrociati delle ultime settimane confermano che la guerra si è ormai spostata, nelle sue fasi determinanti, su un’altra dimensione.

Raid e contro-raid

Il 24-25 maggio la Russia ha lanciato il più massiccio attacco di droni e missili sull’Ucraina dall’invasione avvenuta nel febbraio 2022 per colpire in profondità le infrastrutture, danneggiare la possibilità del Paese nemico di portare in prima linea velocemente truppe e rifornimenti, esercitare pressione sulla contraerea per saturarne le difese antiaeree e esercitare pressione politica su Zelensky, come a dimostrare la presunta inutilità di ogni resistenza di fronte all’assalto di Mosca. Ieri, Kiev ha reso alla Russia pan per focaccia: l’audace operazione del Servizio di Sicurezza Interno (Sbu) che ha portato l’Ucraina a infiltrare operatori e droni per colpire da vicino diverse basi russe ha inflitto danni non indifferenti alla flotta di bombardieri a disposizione di Mosca.

Ad oggi, non ci sono elementi basati su fonti aperte per dar credito all’annuncio di Zelensky sul fatto che sarebbero stati ben 40 gli aerei colpiti dall’intelligence ucraina. Però è pur vero che l’Osint a disposizione degli analisti parla di almeno 8 aerei distrutti al suolo: un colpo non indifferente, specie se si considera il fatto che è stato compiuto con droni first-person-view (Fpv) da poche migliaia di dollari l’uno.

Un’operazione che per il rapporto costi-benefici e l’audacia dimostrata dagli operatori può essere paragonata all’impresa che la X Mas italiana compì contro la Royal Navy inglese nella “Notte di Alessandria” del dicembre 1941, e che politicamente lancia dei segnali simmetrici a quelli mandati da Mosca la settimana scorsa: Kiev dimostra che può far male anche nel territorio russo, presenta l’antipasto di quello che potrebbe essere un successivo disegno strategico coinvolgente i missili americani, britannici, francesi e tedeschi a disposizione e colpisce gli assetti con cui la Russia, ad oggi, fa più male all’Ucraina.

Perché? Per un semplice dato di fatto: ad oggi la situazione sul terreno appare sostanzialmente stagnante e tanto la capacità russa di dare un’inerzia tale da vincere in tempi brevi la battaglia del Donbass quanto la possibilità ucraina di organizzare una seria controffensiva sembrano esaurite dopo un conflitto che da due anni ha preso la forma della guerra di logoramento. E dunque le azioni asimmetriche rispetto all’attività sul campo (raid, bombardamenti e via dicendo) sono le uniche con cui i combattenti proiettano potenza. Questo dato di fatto appare dirimente in qualsiasi possibile negoziato di pace e appare l’attestazione realistica da cui partire.

Una pace conviene a tutti ora

I temi di cui parlare devono prendere le mosse proprio da questa considerazione pragmatica: nel rispetto di un principio di “minor male” e precauzione, non sarebbe mai stato tanto conveniente per i belligeranti parlare di pace e di una pronta soluzione della guerra quanto oggi. Il conflitto, sul campo di battaglia, ha ben poco da dire. Gli ucraini scontano le perdite demografiche e la carenza di munizioni, i russi subiscono dal primo giorno di guerra gli enormi ritardi logistici mai risolti dalle loro forze armate.

Mai quanto oggi la soluzione ottimale apparirebbe quella di un cessate il fuoco totale presupponente una trattativa seria; dunque, mai quanto oggi apparirebbe realistico per Russia e Ucraina concludere un serio memorandum per impegnarsi a trattative di pace. Parla la realtà sul campo: l’avanzata di Mosca sembra esaurita, la possibilità di Kiev di riconquistare manu militari i territori perduti remota, la predominanza dei raid a distanza segnala il fiato corto sul campo, le conseguenze economiche di un conflitto prolungato, tra Mosca che avverte scricchiolii e Kiev che vede posticipata la speranza di ricostruzione, tutte da valutare. Se i negoziatori di Istanbul se ne renderanno conto e riusciranno a parlare di una prospettiva realistica di avvicinamento alla pace partendo dalla realtà sul campo, sarà un passo avanti. Se proseguiranno a trincerarsi nelle rispettive linee, ancora molto distanti, la guerra continuerà. E si andrà avanti su un sentiero inesplorato e tortuoso.

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