La più grande continuità territoriale palestinese della Cisgiordania sta per essere spezzata. È questo il progetto che Israele sta portando avanti con il ritorno negli insediamenti evacuati durante il disimpegno del 2005 voluto da Ariel Sharon. Proprio lì, come riporta un’inchiesta di Haaretz, i coloni israeliani stanno occupando 18 siti strategici per frammentare l’ultima grande area palestinese il cui territorio non è ancora stato frazionato.
Il ritorno di Israele in quell’area, che anche allo stato attuale per il diritto internazionale è pur sempre occupazione, non è un’esclusiva dei soli coloni. Prevede, infatti, anche un dispiegamento di forze militari, di basi a protezione degli insediamenti, nonché la costruzione di strade d’apartheid, che solo gli israeliani possono attraversare e, ovviamente, l’espropriazione di terre.
La battaglia sulla Cisgiordania settentrionale
C’è una differenza sostanziale tra la zona settentrionale della Cisgiordania e il resto del territorio. Nell’area a Nord di Nablus, infatti, gli insediamenti israeliani sono quasi del tutto assenti. Almeno per ora. Sulla cartina è come un grande cerchio che unisce idealmente Tulkarem, Sebastia, Tammun, Tubas, Zababdeh, Jenin, Yamun e Silat ad Dhahr. All’interno di questa vasta zona è davvero tutta Palestina. Ci vivono 720mila palestinesi, i coloni sono sostanzialmente assenti e la regione, fino al 2022, era relativamente più tranquilla rispetto alle altre parti della Cisgiordania.
L’attuale governo Netanyahu però ha cambiato tutto. Nel 2022 si è insediato e, nel marzo 2023, ha abrogato la legge sul disimpegno, permettendo così ai coloni di tornare nel cuore del territorio palestinese. Due insediamenti evacuati nel 2005 – Homesh e Sa-Nur – sono stati ripopolati. Secondo i piani del governo dovrebbero seguirne altri due: Ganim, destinato ai diplomati della yeshiva [scuola ebraica, ndr] Bnei David di Eli, e Kadim, destinato a un gruppo religioso proveniente da Tel Aviv. Entrambi gli insediamenti, secondo il progetto, saranno più grandi di quanto fossero prima dello sgombero (si tratta di una pratica abbastanza comune: nuovi insediamenti o quartieri vengono spesso fondati da gruppi che condividono un’identità religiosa, come ex studenti di una stessa yeshiva).
Ma il governo Netanyahu non si è limitato a ristabilire i quattro insediamenti sgomberati con il disimpegno: ha fatto le cose in grande. Ne ha approvati altri 14, frammentando ulteriormente il territorio palestinese e circondandolo di comunità israeliane, esattamente come avviene già nella Cisgiordania centro-meridionale. Per questo, si legge su Haaretz, “la direzione del progetto è chiara e punta al definitivo superamento degli Accordi di Oslo”.
Il piano è iniziato a Homesh, un simbolo per i coloni israeliani. Sono stati gli ultimi ad andarsene con il disimpegno del 2005 e i primi a tornare nel 2023, dopo il via libera di Netanyahu e del suo governo. Hanno costruito una yeshiva nel sito e l’IDF è tornato nell’area, allestendo una base. In seguito sono state costruite delle case e una strada asfaltata riservata ai coloni.
I ministri a Sa-Nur
Poco distante da Homesh è stato ripopolato un altro insediamento, quello di Sa-Nur. Alla cerimonia di “riapertura”, ad aprile, erano presenti ben sei ministri. Tanto lustro anche perché è qui che ora vive Yossi Dagan, uno degli uomini più influenti del Paese e presidente del Consiglio regionale della Samaria. Tant’è che sono stati i ministri Israel Katz e Haim Katz in persona ad apporre una mezuzah sulla sua casa, una pergamena fissata agli stipiti delle porte che, nella tradizione ebraica, richiama la presenza e la protezione di Dio. Un rito sacro celebrato direttamente da due ministri del governo israeliano.
Oltre a Sa-Nur, sono stati costruiti almeno nove avamposti. Sorgono tutti nell’Area A, quella che, come stabilito dagli Accordi di Oslo, è sotto il pieno controllo dell’Autorità Nazionale palestinese. Proprio a causa di uno di questi nuovi avamposti, lo scorso maggio una famiglia palestinese è stata costretta a riesumare il corpo di un proprio caro, sepolto regolarmente nella sua terra, nel villaggio di Asasa. Una tomba troppo vicina all’insediamento (illegale) di Sa-Nur. E tanto è bastato per far valere la legge del più forte: i coloni hanno minacciato la famiglia palestinese e l’hanno costretta alla riesumazione. Il tutto davanti all’IDF.
La distruzione dei campi profughi
Il ritorno dell’esercito israeliano nella Cisgiordania settentrionale è drammaticamente testimoniato dalla distruzione dei campi profughi di Jenin, Tulkarm e Nur-Shams. I loro abitanti, oltre quarantamila, sono stati sfollati. L’esercito ha stabilito una presenza militare all’interno dei campi sta costruendo una nuova base proprio sulla collina che affaccia su Jenin. I campi profughi, cuore della resistenza palestinese, sono stati definiti da Israel Katz “focolai di terrore armati dall’Iran”. E nonostante vengano raccontati così, un nuovo insediamento sta per sorgere a meno un chilometro di distanza da Jenin, a Kadim. La stretta vicinanza non è un caso. “Si vuole infiammare la regione”, annota Haaretz, mentre i gruppi per i diritti umani avvertono ciò che è un triste presagio: “Se un colono verrà danneggiato, l’esercito risponderà con forza contro la popolazione, innescando anche qui una grande spirale di violenza”.
Esercito e coloni: il processo di integrazione
Ma il cambiamento non riguarda soltanto gli insediamenti. Negli ultimi anni anche l’esercito israeliano ha attraversato un processo di crescente integrazione con il movimento dei coloni. Sono sempre più numerosi gli ufficiali cresciuti negli insediamenti o che si sono formati nelle yeshivot del sionismo religioso e ricoprono oggi posizioni chiave nella catena di comando delle forze che insistono sulla Cisgiordania. Il caso più emblematico è quello di Avi Bluth, comandante del Comando Centrale, la più alta autorità militare israeliana della Cisgiordania. Cresciuto nell’insediamento di Neve Tzuf, è stato definito dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich il capo del Comando Centrale più favorevole agli insediamenti che Israele abbia mai avuto. È lo stesso che, mesi fa, ha parlato apertamente di apartheid, pur senza pronunciare il temine tabù. “Ho dato l’ordine di sparare ai palestinesi che lanciano pietre”, ha dichiarato fiero, aggiungendo che non si può fare lo stesso con i coloni violenti, “perché questo creerebbe un problema per la società israeliana”.
Yossi Dagan, l’uomo dietro al progetto
Parallelamente, il movimento dei coloni ha conquistato un peso senza precedenti anche nelle istituzioni. Con il governo Netanyahu, Smotrich ha ottenuto ampi poteri sull’amministrazione civile della Cisgiordania, mentre figure provenienti direttamente dagli insediamenti occupano incarichi di primo piano nella Knesset e nell’amministrazione.
Se c’è una figura che meglio rappresenta l’ascesa politica del movimento dei coloni, è il succitato Yossi Dagan. Oggi è il capo del Consiglio regionale della Samaria, ma soprattutto è considerato uno degli uomini più influenti del Paese. Evacuato dall’insediamento di Sa-Nur durante il disimpegno del 2005, ha dedicato gli ultimi vent’anni a rovesciare quella decisione. Nel frattempo ha costruito una rete di potere all’interno del Likud, influenzando le primarie del partito e coltivando rapporti diretti con ministri e parlamentari, molti dei quali fanno regolarmente tappa da lui (come si è detto per il rito della mezuzah).
Ma la sua influenza va ben oltre la politica israeliana. Negli anni ha costruito una fitta rete di relazioni con la destra americana, incontrando esponenti del partito Repubblicano, figure evangeliche e collaboratori di Donald Trump. Tra questi anche Pete Hegseth, oggi Segretario alla Difesa statunitense, che incontrò Dagan nel 2018, quando era ancora soltanto un conduttore di Fox News.
Secondo Haaretz, l’obiettivo è chiaro: fare in modo che un’eventuale annessione della Cisgiordania non incontri l’opposizione degli Stati Uniti e possa, al contrario, contare sul loro sostegno. Il ritorno degli insediamenti nella Cisgiordania settentrionale non è che l’ultimo tassello di una strategia politica costruita da anni, dentro e fuori Israele.