Israele va all’escalation in Libano, gli Usa attaccano obiettivi iraniani

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L’annuncio di Trump di un accordo con Teheran sembra (sembra) che sia durato come un gatto in tangenziale. Israele, infatti, lo sta letteralmente bombardando. Tale lo scopo della decisione di Netanyahu di intensificare la campagna contro il Libano, che secondo il Capo di Stato Maggiore israeliano dovrebbe ricomprendere nuovi bombardamenti su Beirut (con consueto pendant di orrori minacciati dal solito Bezalel Smotrich: per ogni drone lanciato da Hezbollah, Israele deve distruggere dieci palazzi di Beirut etc…).

La pace in Libano è una richiesta ineludibile degli iraniani per porre fine al conflitto con Washington. Certo, aspettarsi che Israele deponga l’ascia di guerra è irenico né gli iraniani sono così ingenui. E, però, c’era la possibilità di inserire nell’intesa Usa-Iran una formula vaga che in qualche modo soddisfacesse la richiesta.

Il surge ordinato da Netanyahu, se non sarà frenato, spazzerà via ogni possibilità in tal senso. Anche perché viola anche quanto concordato in via provvisoria nel cessate il fuoco pregresso, dal momento che Trump aveva promesso a Teheran, e ottenuto da Tel Aviv, che Beirut sarebbe stata risparmiata dalle bombe, con l’operazione militare israeliana limitata al solo Libano meridionale.

Di ieri, poi, l’attacco delle forze armate americane contro alcune imbarcazioni iraniane nello Stretto di Hormuz e delle postazioni missilistiche dislocate presso Bandar Abbas. Il CENTCOM ha comunicato che si sarebbe trattato di un’operazione difensiva, ma è ovvio che tale non era: si vuole innescare una reazione di Teheran, che ha ribadito più volte che, se attaccata, non sarebbe rimasta inerte; o, in subordine, l’aggressione serviva a incrementare la sfiducia degli iraniani verso gli Stati Uniti tanto da convincerli dell’inutilità dei negoziati e così riavviare le ostilità.

Ma il colpo di genio di Netanyahu e soci è stato quello relativo agli Accordi di Abramo. Sabato scorso, quando Trump aveva convocato un’assise online degli Stati arabi per comunicare loro i passi verso la pace con l’Iran, “ha detto ai leader [convenuti] che, dopo la guerra con l’Iran, si aspetta che tutti coloro che non hanno ancora aderito agli Accordi di Abramo o non hanno accordi di pace con Israele si uniscano e normalizzino le relazioni con lo Stato ebraico”.

Nel resoconto di Axios si capisce che si trattava di una sollecitazione buttata là alla leggera, reiterazione di una richiesta già espressa in passato e che serviva per dare qualche soddisfazione a Netanyahu, furioso per la possibile intesa con Teheran. Leggerezza evidenziata anche dal prosieguo del resoconto: alle parole del presidente era seguito un lungo “silenzio dall’altra parte della linea, con Trump che ha scherzato chiedendo se fossero ancora in linea”.

L’imbarazzo dei Paesi arabi, anzitutto l’Arabia Saudita, ai quali era rivolto l’invito, era motivato dall’impossibilità di fare quanto richiesto. Riad e altri Paesi arabi, infatti, hanno sempre dichiarato che l’adesione agli Accordi di Abramo può essere presa in considerazione solo se preceduta da un chiaro percorso verso la nascita di uno Stato palestinese. Si può immaginare come possa avvenire con il genocidio palestinese in corso.

Poi la querelle sugli accordi di Abramo ha conosciuto sviluppi. Il senatore guerrafondaio Lindsey Graham, che sabato aveva sparato a zero contro l’accordo con Teheran, di fatto criticando Trump, domenica cambiava idea e in un post su X scriveva che la mossa del presidente era “brillante”: per l’Arabia Saudita e gli altri Paesi arabi, aggiungeva il senatore, “è giunto il momento di osare per il futuro di un nuovo Medio Oriente. Mi aspetto, come suggerito dal Presidente Trump, che aderiate agli Accordi di Abramo, ponendo di fatto fine al conflitto arabo-israeliano. Se rifiutaste di intraprendere questa strada, come suggerito dal Presidente Trump, ciò avrebbe gravi ripercussioni sulle nostre future relazioni e renderebbe inaccettabile questa proposta di pace”.

Come si può notare, l’invito ad aderire agli Accordi di Abramo, da concretizzarsi una volta raggiunta la pace con l’Iran, nel post di Graham è diventato di stretta attualità e parte integrante dell’accordo con Teheran, altrimenti impossibile.

Evidentemente pressato, il giorno successivo Trump, su Truth social, descrivendo la riunione con i Paesi arabi di sabato scorso usava un registro analogo: “Dovrebbe essere obbligatorio che tutti questi Paesi [arabi], come minimo, firmino simultaneamente gli Accordi di Abramo […] Pertanto, richiedo categoricamente che tutti i Paesi firmino immediatamente gli Accordi di Abramo”.

Insomma, un geniale escamotage per sabotare i negoziati. Un sabotaggio a cui Trump ha prestato la penna e forse anche la mente. Abbiamo scritto “forse” perché su un altro post pubblicato su Truth, sempre di ieri, Trump comunicava che l’uranio arricchito attualmente nella disponibilità di Teheran, uno dei focus delle trattative insieme al destino dello Stretto di Hormuz, dovrà essere consegnato agli Stati Uniti, come chiesto più volte, “oppure, preferibilmente, in collaborazione e in coordinamento con la Repubblica Islamica dell’Iran, distrutto in loco o in un altro luogo accettabile, con la Commissione per l’Energia Atomica, o un suo equivalente, presente come testimone di questo processo”.

È la prima volta che Trump apre alla seconda opzione, che anzi dice di “preferire”. L’Iran potrebbe facilmente accettare la richiesta. Peraltro, secondo diversi media l’Iran sta valutando l’idea di consegnare l’uranio alla Cina… Contraddizioni insanabili quelle di Trump, ci limitiamo a darne conto incrociando le dita.

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