Il rapporto presentato da Francesca Albanese al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite non aggiunge soltanto nuovi elementi alla lunga lista delle violazioni commesse nei Territori palestinesi occupati. Compie un salto ulteriore, molto più grave sul piano politico e giuridico: afferma che la tortura non è una degenerazione occasionale della guerra, ma una componente strutturale del progetto di dominio israeliano sulla popolazione palestinese. Non più, dunque, episodi estremi o deviazioni di apparati fuori controllo, ma una tecnica coerente di distruzione fisica, psichica e collettiva. Il rapporto lo dice in modo netto: dall’ottobre 2023 la tortura custodiale e non custodiale ha raggiunto una scala tale da integrarsi nella dinamica genocidaria e nel più ampio sistema di apartheid coloniale.
La tesi di fondo: non abuso, ma architettura del potere
Il documento si apre con un’affermazione che ne chiarisce subito la portata: la tortura viene descritta come una “caratteristica strutturale” del genocidio in corso e del più ampio impianto coloniale israeliano. Non si parla soltanto di percosse, scariche elettriche, stupri o fame imposta nelle prigioni. Si parla di un ambiente complessivo costruito per annientare una popolazione: sfollamenti forzati, uccisioni di massa, privazione dei mezzi di sussistenza, distruzione delle case, terrore psicologico continuo. Albanese sostiene che tutto questo produca un regime territoriale pervasivo, pensato per spezzare i corpi, umiliare un popolo e costringerlo a lasciare la propria terra. È una formula che sposta radicalmente il linguaggio del dibattito internazionale: dalla violazione dei diritti umani alla distruzione intenzionale di una comunità.
Un rapporto costruito contro l’ostruzione israeliana
Israele ha ostacolato la missione della relatrice, ma il rapporto non si fonda su impressioni o slogan. Albanese dichiara di aver raccolto materiale scritto, oltre 300 testimonianze raccolte da numerose organizzazioni, consultazioni a distanza con esperti legali e sopravvissuti alla tortura, oltre a un’ampia revisione di fonti primarie e pubbliche, comprese testimonianze di informatori israeliani. Questo dettaglio è importante perché mostra la solidità dell’impianto. Il documento non nasce come manifesto politico, ma come ricostruzione analitica di un sistema di violenza che, proprio perché negato o occultato, viene ricomposto pezzo per pezzo.
La radice storica della brutalità
Uno dei punti più forti del rapporto è che non tratta il 7 ottobre 2023 come un inizio assoluto. Al contrario, ricostruisce una genealogia lunga della tortura nei confronti dei palestinesi. La presenta come elemento centrale della loro spoliazione fin dall’epoca mandataria britannica, poi assorbito e sviluppato dall’apparato israeliano. Nel tempo, il sistema si è consolidato grazie a un ecosistema normativo discriminatorio e a pratiche operative abusive, alimentate da una pressoché totale impunità. Le leggi già in contrasto con il giusto processo, come quella del 2002 sui cosiddetti “combattenti illegali”, applicabile ai palestinesi di Gaza, sono state ulteriormente modificate per consentire trattamenti ancora più duri. La conclusione implicita è chiara: l’impunità non è il difetto del sistema, ma uno dei suoi motori.
L’escalation dopo ottobre 2023
Dopo il 7 ottobre il rapporto registra un salto di scala e di intenzione. La tortura, scrive Albanese, viene usata su una scala senza precedenti come vendetta collettiva, chiaro tratto del genocidio. Tutti i palestinesi sono trattati in blocco come terroristi e minacce alla sicurezza. I numeri contenuti nel rapporto sono impressionanti: oltre 18.500 palestinesi arrestati dall’ottobre 2023, di cui almeno 1.500 minori. A febbraio 2026 Israele deteneva ancora 9.245 palestinesi: 1.330 condannati, 3.308 in custodia cautelare, 3.358 detenuti amministrativi senza processo e altri 1.249 classificati come “combattenti illegali”. A ciò si aggiungono più di 4.000 casi di sparizione forzata, con la stessa relatrice che osserva come molti possano non essere più in vita. Per mesi le autorità israeliane hanno rifiutato di riconoscere le detenzioni o di indicare i luoghi di custodia; il meccanismo di tracciamento dei detenuti, introdotto soltanto nel maggio 2024 sotto pressione legale, può essere attivato solo dopo 45 giorni di prigionia. Nel frattempo famiglie e avvocati restano spesso senza informazioni affidabili e alla Croce Rossa internazionale viene negato l’accesso alle strutture.
La cattura di una società intera
Il rapporto insiste molto sulle modalità degli arresti. Non si tratta di operazioni mirate contro soggetti specifici, ma di vere e proprie retate che travolgono comunità intere. Vengono sequestrati anziani, persone con disabilità, donne incinte, bambini. Gli arresti avvengono ovunque: nelle case, nei rifugi, negli ospedali, ai posti di blocco, per strada, persino nei corridoi “sicuri” indicati dalle forze israeliane e nei siti di distribuzione degli aiuti. È qui che emerge il significato politico del dossier: la detenzione non appare come uno strumento per neutralizzare combattenti, ma come un dispositivo di frammentazione sociale e di disarticolazione della vita collettiva palestinese.
Campi, prigioni, sotterranei
Dal ottobre 2023 il sistema detentivo si struttura su due livelli principali: i campi militari gestiti ad hoc, tra cui Sde Teiman, Anatot e Ofer, e le prigioni del servizio penitenziario israeliano. Il rapporto richiama anche il caso di Rakefet, struttura sotterranea del carcere di Ayalon già chiusa nel 1985 per le sue condizioni disumane e poi riaperta. L’insieme di questi luoghi compone una geografia della sparizione e della degradazione, nella quale la segretezza non è un incidente amministrativo ma una parte integrante del metodo. Non è soltanto importante dove siano tenuti i detenuti, ma che spesso nessuno possa saperlo.
Ben-Gvir e la politica della crudeltà
Il documento attribuisce un ruolo politico di primo piano al ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir. Non viene descritto come un semplice responsabile amministrativo, ma come uno dei promotori ideologici dell’inasprimento carcerario. Il rapporto ricorda che Ben-Gvir ha pubblicamente indicato il peggioramento delle condizioni dei detenuti come uno dei suoi principali obiettivi, ordinando drastiche riduzioni dell’apporto calorico, difendendo questa politica di fame davanti alla Corte suprema e promettendo ai prigionieri soltanto “il minimo del minimo”. Questo passaggio è essenziale: la crudeltà non appare come un eccesso taciuto, ma come un indirizzo politico rivendicato.
Il repertorio della tortura
La descrizione delle pratiche è minuziosa e devastante. I detenuti, spesso fin dal momento della cattura, vengono bendati, violentemente immobilizzati, denudati ed esibiti. I trasferimenti vengono usati per moltiplicare stress e disorientamento: i prigionieri sono ammanettati dolorosamente, insultati in modo degradante con attacchi identitari e religiosi, talvolta urinati addosso, spostati ripetutamente tra luoghi sconosciuti. Le condizioni di detenzione comprendono esposizione al freddo, mancanza di coperte e abiti, scarsità di cibo e acqua, privazione del sonno, dell’igiene, della preghiera e delle cure mediche. Alcuni detenuti vengono tenuti in gabbie, altri in spazi sotterranei, altri ancora legati ai letti d’ospedale. Il rapporto richiama pestaggi sistematici, posizioni di stress, scosse elettriche, ustioni di sigaretta, spray urticanti, gas lacrimogeni, annegamento simulato, sospensione prolungata per le manette, uso di cani e sostanze allucinogene. Cita anche le cosiddette “stanze da discoteca”, nelle quali musica assordante viene diffusa senza sosta per provocare collasso sensoriale e psichico. Si racconta di detenuti costretti ad agire come animali, con il cibo lanciato a terra come ai cani, e persino di torture trasformate in spettacolo per spettatori israeliani.
La violenza sessuale come tecnica di annientamento
Una delle sezioni più pesanti del rapporto riguarda la violenza sessuale. Il documento parla di stupri, anche di gruppo, di aggressioni sessuali con oggetti, di percosse e scariche ai genitali e all’ano, di nudità forzata, perquisizioni invasive e umilianti, minacce sessuali contro i detenuti e contro i loro familiari. Le donne e le ragazze vengono costrette a togliersi il velo davanti agli uomini. Il significato di queste pratiche non è solo fisico. Sul piano strategico, la violenza sessuale viene presentata come un mezzo per distruggere il senso di sé, la reputazione sociale, la possibilità di reinserimento familiare e comunitario. Non si colpisce soltanto il corpo individuale, ma la trama simbolica della società.
Colpire chi cura, chi racconta, chi organizza
Non meno importante è la selezione dei bersagli. Il rapporto segnala che gruppi specifici sono stati presi di mira con maggiore intensità: attivisti, medici, figure politiche, difensori dei diritti umani, giornalisti. Centinaia di operatori sanitari e soccorritori sono stati arrestati arbitrariamente mentre svolgevano le loro funzioni. Tra i morti in custodia figurano tre medici, Adnan al-Bursh, Iyad al-Rantisi e Ziad al-Dalou, oltre al paramedico Hamdan Abu Anaba. Più di 50 dipendenti dell’UNRWA sarebbero stati arrestati, interrogati proprio sul lavoro dell’agenzia e torturati. Questo non è un dettaglio marginale: rivela una logica precisa. Non si colpiscono solo persone, ma i nodi tecnici, sanitari, informativi e amministrativi che permettono a una società di resistere.
L’infanzia come bersaglio
Particolarmente duri sono i passaggi sui minori. Il rapporto parla di un processo di “disinfanziazione estrema”. I bambini palestinesi vengono detenuti sempre più spesso, quasi la metà in via amministrativa, dunque senza accusa né processo. Sono privati del contatto con le famiglie e di un accesso reale agli avvocati, anche durante gli interrogatori. A Megiddo e Ofer, si legge, subiscono lo stesso regime punitivo riservato agli adulti: catene fino al sanguinamento, percosse, trascinamenti, fame, freddo, negazione delle cure, attacchi di cani, isolamento, abusi sessuali, spoliazione forzata, minacce di stupro e di uccisione dei familiari. Il rapporto non usa i minori per suscitare emotività; li utilizza come prova del fatto che l’obiettivo non è il combattente, ma il corpo collettivo palestinese fin dalla sua età più vulnerabile.
La morte in custodia e la liberazione come prosecuzione della tortura
Le condizioni detentive hanno prodotto un numero senza precedenti di morti in custodia. Il rapporto sottolinea che questo dato, già di per sé allarmante, va letto insieme al sistema di sparizione e di occultamento. Anche la liberazione, però, viene descritta come una continuazione della tortura con altri mezzi. I detenuti, compresi i bambini, vengono spesso rilasciati senza preavviso, in luoghi casuali, senza che le famiglie siano informate. Alcuni vengono trovati in strada nel cuore della notte, feriti, mutilati, talvolta in pannolino o in sola biancheria intima, ciechi, incapaci di parlare o psicologicamente devastati. In questo modo la tortura esce dal carcere e continua a irradiarsi nelle famiglie e nelle comunità.
La tortura come strategia
A questo punto il rapporto formula una delle sue tesi più forti: la tortura in detenzione non è soltanto punitiva, è strategica. Colpire medici, studiosi, scienziati e altre figure professionali significa intaccare le capacità tecniche necessarie alla sopravvivenza di un gruppo. Anche la detenzione breve produce effetti fisici e psicologici che si propagano oltre l’individuo, ferendo famiglie e intere comunità in modo duraturo e spesso irreparabile. È qui che il dossier si fa davvero geopolitico, perché mostra che la violenza non serve solo a dominare il presente, ma a svuotare il futuro di una collettività.
Gaza come immenso spazio concentrazionario
Il rapporto compie poi il passaggio più delicato: sposta l’attenzione dalla prigione al territorio intero. Dopo ottobre 2023, scrive Albanese, il regime carcerario a cielo aperto imposto da decenni a tutto il territorio palestinese è stato ulteriormente intensificato, creando un ambiente torturante. Sfollamento di massa, assedio, fame, violenza dei coloni, umiliazione costante e sorveglianza pervasiva hanno deliberatamente inflitto sofferenza collettiva. Gaza viene definita un vasto campo di tortura, dove nulla è sicuro: né ospedali, né case, né scuole, né campi profughi. La relazione tra tortura e genocidio è, secondo il rapporto, duplice: da un lato la tortura viene usata come strumento del genocidio; dall’altro gli stessi atti genocidari sono concepiti in modo da infliggere sofferenza all’intero gruppo.
Il cuore dell’accusa
Ed è qui che il documento cambia davvero il quadro. Non si limita più a dire che Israele avrebbe commesso torture su larga scala. Dice che la tortura custodiale e territoriale è un tassello del progetto di distruzione del popolo palestinese come gruppo. In termini più semplici: la sofferenza non è un effetto collaterale della guerra, ma una tecnica deliberata di annientamento politico, sociale e demografico. Questo rende il rapporto esplosivo sul piano internazionale. Perché, se una simile impostazione dovesse radicarsi nel lessico diplomatico e giudiziario, non basterebbe più discutere di eccessi, sproporzione o errori operativi. Bisognerebbe fare i conti con l’idea che il problema non sia una condotta, ma un sistema.
La vera posta in gioco
Il valore del rapporto, in fondo, sta proprio qui. Albanese prova a strappare la questione palestinese al linguaggio della contingenza bellica e a riportarla dentro una logica più ampia: quella di un potere coloniale che usa la tortura come strumento ordinario di governo e il genocidio come esito politico della disumanizzazione. Non più soltanto bombardamenti, prigionia, fame e umiliazione, ma un’unica macchina destinata a spezzare la permanenza stessa dei palestinesi sulla loro terra. Se questo lessico entrerà stabilmente nelle sedi internazionali, la questione non sarà più spiegare qualche abuso. Sarà difendere, o smontare, l’intera architettura di un dominio.