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Israele è tornata a colpire violentemente Gaza nella notte tra l’8 e il 9 gennaio, quando in più località dell’enclave costiera palestinese sono stati registrati pesanti attacchi aerei e missilistici che, secondo fonti mediche consultate da Al Jazeera, avrebbero provocato almeno 14 morti.

14 morti sotto le bombe di Tel Aviv

Si tratta di una delle giornate più sanguinose da quando, a ottobre, è stato concluso il cessate il fuoco tra Israele e Hamas mediato da Qatar, Turchia, Egitto e Stati Uniti, e di un serio colpo alle prospettive di una sua espansione con la “Fase 2” che il presidente americano Donald Trump dichiara essere pronta a partire presto ma che sulla carta appare sempre più distante.

L’Israel Defense Force sottolinea che a suo avviso l’attacco si è reso necessario in risposta al “fallito lancio di un razzo” da parte Hamas che rappresenterebbe una violazione del cessate il fuoco. Una dichiarazione presa con le pinze dalla stessa stampa israeliana, a giudicare dal circospetto articolo di ripresa di una testata moderata come il Times of Israel, e che si è concretizzata in un’operazione su più teatri.

Dove ha colpito Israele a Gaza

Israele ha colpito Zeitoun, quartiere di Gaza City, i centri di Bureij e Nuseirat al centro della Striscia, il campo profughi di al-Mawasi a Sud in operazioni distinte. Queste manovre manifestano una crescente assertività militare dell’Idf a Gaza dopo un inizio di 2026 segnato dalla stretta contro 37 organizzazioni umanitarie a cui è interdetto l’ingresso nei territori palestinesi, dalla chiusura dei valichi per l’accesso di aiuti umanitari e alimentari, dall’invito del primo ministro Benjamin Netanyahu a “demilitarizzare” e “deradicalizzare” Gaza.

L’assertività militare di Israele ha portato neg.i ultimi mesi a diversi sconfinamenti oltre la “Linea Gialla” che separa il territorio controllato dall’Idf dal resto della Striscia, alla morte di almeno 425 palestinesi sotto i colpi dell’aviazione e dell’esercito di Tel Aviv, a un problematico stato di tensione. Al contempo, ad oggi, non sembrano emergere da parte di Hamas prese di posizione favorevoli a qualsivoglia forma di disarmo.

Le incertezze sulla Fase 2

Il graduale ritiro di Tel Aviv dalla Striscia e il passaggio del testimone sul controllo di Gaza da Hamas alla Forza Internazionale di Stabilizzazione sono due paralleli processi che dovrebbero contraddistinguere la “Fase 2” del cessate il fuoco, comprendente anche l’entrata in vigore del “Peace Board” destinato a supervisionare la ricostruzione di Gaza, presieduto da Trump e i cui componenti il presidente Usa potrebbe, secondo Axios, annunciare già settimana prossima.

Appare difficile però pensare che, in un clima di tanto generalizzata sfiducia, un concreto passaggio verso la pace possa prendere piede. Del resto, il contesto securitario mediorientale si è più volte deteriorato dall’accordo firmato a Sharm-el-Sheikh a ottobre, Paesi come Israele e gli Emirati Arabi Uniti si sono scontrati a distanza, rispettivamente, con Turchia e Arabia Saudita in teatri che vanno dalla Siria allo Yemen, Tel Aviv ha colpito più volte il Libano, il Qatar ha più volte preso esplicitamente posizione parlando dei passati finanziamenti pervenuti a Hamas proprio tramite lo Stato Ebraico. Si recrimina sul passato e ci si scontra nel presente mentre il futuro è nebuloso e nel freddo dell’inverno a Gaza si continua a morire. Unica, triste, tendenza in cui rispetto al 2025 nulla è cambiato.

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