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Israele guarda sempre più verso il mare. La Marina israeliana ha assunto in questi anni un’importanza via via maggiore con l’espandersi degli interessi marittimi dello Stato ebraico. Una scelta dettata dalle scoperte del gas nel Mediterraneo orientale ma anche da altre esigenze vitali del Paese. Israele vive grazie al commercio marittimo, visto che quello terrestre è stato per anni praticamente impossibile per via dei rapporti con i vicini. Il porto di Haifa movimenta circa la metà delle importazioni israeliane, il 43% passa per Ashdod e poco meno del 4% dell’import dello Stato ebraico giunge a Eilat. In più, gli impianti di desalinizzazione hanno un ruolo centrale nell’approvvigionamento di acqua, il che rende l’accesso e la sicurezza del mare praticamente un pilastro esistenza dello Stato di Israele.

A questa espansione degli interessi di Israele verso il mare corrisponde, inoltre, una crescita dei pericolo provenienti proprio dalle acque che bagnano il Paese. Minacce che coinvolgono non solo le piattaforme del gas nel Levante, ma anche i gasdotti, i cavi sottomarini e le principali vie di comunicazioni acquatiche, fino alla possibilità che proprio dal mare arrivino attacchi dai rivali storici di Israele. Il Medio Oriente, che in questi decenni sembrava orientato verso una guerra tendenzialmente terrestre o aerea, ha così scoperto anche il mondo navale, le sue immense risorse, e, inevitabilmente, il rischio di conflitti nelle acque del Mediterraneo, del Mar Rosso e del Golfo Persico.

Se questa l’evoluzione del Medio Oriente, non sorprende dunque che Israele abbia puntato proprio al mare. E il segnale arrivato in questi ultime settimane dallo Stato ebraico è chiarissimo: con l’arrivo ad Haifa della nuova corvetta della classe Sa’ar 6, Ins Magen, Israele ha infatti dato l’inizio a un rafforzamento della flotta che ha lo scopo di evitare qualsiasi attacco o dal mare o alle infrastrutture presenti in mare, ma che ha anche un ulteriore obiettivo, ovvero quello di migliorare le capacità di attacco dal mare verso terra. In sostanza, come spiegato dal uno studio del Besa Center, le nuove classe Sa’ar 6 sono il simbolo di una nuova dottrina strategica di Israele.

Israele opta così per due binari. Da una parte gli F-35, che nella versione israeliana hanno l’obiettivo di consegnare a Gerusalemme la supremazia area sul Medio Oriente. Dall’altra parte, l’obiettivo israeliano è anche quello di permettere alla Marina di difendere gli interessi strategici in mare, entrare nella corsa al riarmo che coinvolge tutto il Mediterraneo e essere capace di colpire gli avamposti nemici sulle coste. Una scelta dettata anche da esigenze tattiche: Hezbollah, la Jihad islamica, Hamas ma gli stessi iraniani presenti in Siria si trovano tutti o sulla coste del Levante, dal Libano alla Striscia di Gaza, o poco più all’interno del territorio siriano. Tutti obiettivi che Israele sarebbe così in grado di colpire via mare, evitando l’escalation sulla terra.

Se colpire gli obiettivi in territorio nemico resta un pilastro della strategia militare israeliana – dimostrato dai continui raid nei cieli siriani e libanesi, ma anche da alcuni voli condotti fino all’Iraq – il nodo della strategia israeliana è adesso proteggere anche quello che può avvenire sul suo territorio. E nelle sue acque. Per questo motivo, le corvette della classe Sa’ar 6 sono state dotate anche di due sistemi di difesa aerea di particolare importanza, l’Iron Dome e il Barak 8, sistemi per la guerra elettronica tra i più moderni al mondo, radar per controllare qualsiasi tipo di movimento sospetto e intercettare i missili partiti contro le piattaforme offshore ma anche contro obiettivi a terra. Tutto con sistemi israeliani: “solo” la nave è di intera fabbricazione tedesca.

In sostanza, la nuova dottrina israeliana prevede che la nave non sia più un mezzo per combattere un’altra nave, ma un complesso sistema d’arma che può colpire e proteggere sia in mare che a terra. Un tema che non è solo operativo, ma che cambia radicalmente la strategia di un Paese. Ne modifica gli investimenti bellici, gli obiettivi diplomatici, le scelte in campo economico e industriale e orienta anche le nuove scelte strategica di Israele. L’impegno verso il mare equivale a un rinnovato impegnato non solo nel Mediterraneo, ma anche nel Mar Rosso e nel Golfo Persico. La guerra che prima era rappresentata da attacchi aerei e terrestri ora può essere condotta anche dal mare coinvolgendo quindi più aree di conflitto, più obiettivi e più nemici. E dimostra anche una nuova visione dello stesso Medio Oriente da parte di Israele, che a questo punto guarda al mare come un nuovo terreno di scontro.

Questo chiaramente significa anche rivedere i piani strategici per le altre forze coinvolte nella regione, che non a caso stanno già cambiando i propri obiettivi e le proprie capacità operative. La nuova dottrina israeliana impone soprattutto una riflessione all’Iran, che fino a questo momento ha avuto una continua attenzione verso le acque del Golfo Persico, di Hormuz e del Golfo di Aden, ma con uno sguardo di protezione da grandi navi o di controllo del traffico mercantile e petrolifero. La Difesa di Teheran in mare era soprattutto orientata verso gli “sciami” delle piccole e numerose imbarcazioni dei Pasdaran, da capacità missilistiche e dallo sfruttamento delle forze speciali. Il tutto con il corollario di poter controllare Hormuz e il traffico verso lo Yemen. Un discorso che vale anche per Hezbollah, che dovrà rivedere i piani di difesa dei siti missilistici qualora fossero troppo vicini alle coste, scoperti quindi di fronte a un attacco dal Mediterraneo. E il discorso vale anche per Egitto e Turchia, che, pur avendo flotte superiori per numero e esperienza a quella israeliane, ora sanno che dovranno fare i conti anche con un elemento in più nelle già bollenti acque del Levante. Mare che interessa Israele, visto che il progetto del gasdotto East-Med passa per quei fondali, così come i cavi sottomarini della rete internet che sono ormai uno dei cardini principali di qualsiasi strategia nazionale.