All’alba del 7 gennaio 2026, i bulldozer israeliani entrano nella cittadina di Anata, a est di Gerusalemme. Nel quartiere di Wadi al-Beik viene demolita una fattoria gestita da contadini palestinesi. Il motivo ufficiale è quello che accompagna la maggior parte delle demolizioni in Cisgiordania: costruzione senza permesso israeliano.
Nello stesso giorno, le stesse ruspe avevano distrutto una fabbrica di ferro, descritta dalle autorità locali come fonte di sostentamento per decine di famiglie.
Negli ultimi due anni, in tutta la Cisgiordania, fabbriche, officine, laboratori, cave, aziende agricole e negozi sono sempre più spesso finiti nel mirino di raid militari, demolizioni o sequestri. A Hebron, nel luglio 2025, un’incursione dell’esercito in una fabbrica ha lasciato 12 lavoratori feriti, picchiati durante l’operazione, e due persone sono state arreste. L’attività è rimasta paralizzata per mesi e i lavoratori senza impiego.
Parallelamente, secondo numerose testimonianze raccolte negli ultimi mesi, i raid non si limitano a perquisizioni o arresti. Soldati israeliani, durante le operazioni, saccheggiano abitazioni e negozi, portando via contanti, gioielli, veicoli, documenti. A Kafr Malik, durante l’Eid al-Adha del luglio 2025, sarebbero stati confiscati circa 500.000 shekel in contanti e oro. A Ya’bad, nello stesso periodo, oltre 100 famiglie avrebbero denunciato furti sistematici in una sola giornata.
Le autorità militari classificano quasi sempre il denaro sequestrato come “fondi del terrorismo”, senza fornire prove pubbliche. Le unità israeliane coinvolte non vengono chiamate a rispondere delle confische. Il risultato è un messaggio chiaro per chi lavora o fa impresa: ogni incursione può trasformarsi in una perdita totale.
Il punto, qui, non è solo la distruzione materiale. È l’effetto cumulativo: investire diventa irrazionale, assumere persone è rischioso, aprire un’attività è una scelta azzardata. La paura si insinua nei processi economici quotidiani, fino a diventare essa stessa uno strumento di controllo.
Distruggere i posti di lavoro come sistema per sfollare
Quello che oggi accade ad Anata era già visibile dieci anni fa a Beit Fajar, uno dei principali centri di estrazione e lavorazione della pietra in Cisgiordania.

Dal 2008, le cave palestinesi di Beit Fajar subiscono incursioni regolari dell’esercito e dell’amministrazione civile israeliana. Le operazioni seguono uno schema ricorrente: interruzione forzata del lavoro, aggressioni ai lavoratori, confisca di macchinari essenziali — escavatori, trattori, compressori, sistemi di sorveglianza. Recuperare le attrezzature significa pagare multe elevate, costi di stoccaggio e spese legali, e attendere mesi. Nel frattempo, la produzione si ferma o riparte solo parzialmente.
La conseguenza più significativa non è nemmeno la perdita immediata, ma la deterrenza. Dopo ogni raid, le altre cave della zona sospendono spontaneamente le attività per timore di essere le prossime. Bastano poche incursioni mirate per paralizzare un intero distretto.
E Beit Fajar non è un centro marginale: le sue cave alimentano circa 150 fabbriche di lavorazione della pietra, che danno lavoro diretto o indiretto a gran parte dei 13.500 abitanti. Quando l’estrazione si interrompe, saltano le forniture, i contratti con l’estero, i pagamenti anticipati diventano perdite. Le penali commerciali si accumulano. Il danno si propaga ben oltre il luogo del raid.
Il risultato, già nel 2016, era descritto con chiarezza dagli stessi lavoratori: “Non si tratta solo di fermare un’attività, ma di renderla economicamente impossibile nel tempo” raccontava un lavoratore della cava.
Un’analisi pubblicata dalla rivista statunitense Foreign Policy descrive una Cisgiordania sull’orlo del collasso: nel settembre 2024 il tasso di disoccupazione ha superato il 30%, avvicinandosi ai massimi storici. La causa principale è la drastica riduzione dei permessi di lavoro in Israele, che per anni hanno rappresentato una delle principali fonti di reddito per le famiglie palestinesi.
Secondo uno studio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel primo anno di genocidio oltre il 50% dei lavoratori ha visto ridursi le ore di lavoro e il 65% delle imprese ha ridotto il personale. La povertà, secondo gli economisti palestinesi citati, è raddoppiata in un solo anno.
Infine, la violenza dei coloni israeliani completa il quadro.
Nel novembre 2025, attacchi coordinati contro aree industriali e agricole vicino Nablus e Tulkarm hanno portato all’incendio di fabbriche, camion e strutture beduine, con feriti tra i palestinesi. Secondo le autorità locali, le forze israeliane avrebbero protetto gli aggressori. È una violenza che ha un effetto costante: rendere il lavoro un pericolo fisico, fino a far destistere e andare via.

