Israele spara per non fare i conti con la storia

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Potevamo farlo. Potevamo pubblicare il video in cui si vede il bambino palestinese decapitato dalle bombe israeliane, stretto tra le braccia di un padre disperato. Si sarebbe vista, se non altro, la differenza enorme che corre tra un bambino davvero decapitato (e carbonizzato) e i 40 bambini non decapitati da Hamas ma ampiamente raccontati dalla stampa di propaganda dello Stato ebraico e dai suoi omologhi nostrani. Ma non l’abbiamo fatto. Per il naturale rispetto verso il dolore degli altri e anche per non somigliare, all’altro lato dello spettro, a certa “informazione di qualità” che oggi non titola sull’ennesima strage compiuta a Gaza ma sul fatto che in Israele è stata aperta un’inchiesta (come se non sapessimo che quel tipo d’inchiesta finisce in nulla nel 95% dei casi) o che i terroristi di Hamas hanno lanciato qualche razzo verso Tel Aviv.


L’IDF fa strage di civili a Rafah, 40 morti tra le fiamme di un campo profughi
40 bambini decapitati da Hamas. Era un falso e si poteva saperlo



Non possiamo aspettarci che lo faccia la politica. Ma noi persone normali dobbiamo dire basta. Basta alla montagna di parole che ci viene riversata addosso per nascondere un’unica, evidente verità: la guerra non porta da nessuna parte. Afghanistan, Libia, Siria, Iraq, l’Ucraina stessa sono lì a dimostrarlo. E per quanto riguarda Israele e i palestinesi: lo Stato ebraico, con tutta la potenza militare di cui dispone e di cui viene rifornito gratis da fuori (poche settimane fa, altri 26 miliardi di armi dagli Usa), dal 1948 a oggi non è mai riuscito a sentirsi del tutto al sicuro; e i palestinesi, dal 1948 a oggi, a ogni scontro armato hanno perso un’ulteriore porzione di territorio e un’ulteriore quota di agibilità politica.

Dobbiamo dire basta anche sapendo che potrebbe non servire, come le enormi marce per la pace non servirono a impedire l’invasione anglo-americana dell’Iraq nel 2003, come le proteste degli studenti di mezzo mondo forse non basteranno a fermare la strage di Gaza. Dobbiamo farlo per salvare noi stessi, la nostra umanità, la nostra capacità di ragionare.

È chiaro a ogni coscienza e a ogni mente senziente, infatti, che il massacro di civili israeliani organizzato da Hamas il 7 ottobre del 2023 non ha nulla che fare con la “resistenza palestinese”. Con la rabbia dei palestinesi, forse. Ma non con l’obiettivo di restituire loro i territori che dal 1967 a oggi Israele ha occupato e continua a occupare. È stato un crimine d’odio. Un atto insensato di terrorismo. Senza scopo, senza giustificazione che non fosse la mera pulsione a uccidere.

Allo stesso modo, è chiaro che la spedizione militare lanciata da Benjamin Netanyahu contro Gaza non ha nulla a che fare con gli obiettivi dichiarati, primo fra tutti sradicare Hamas. I servizi segreti Usa ci hanno già spiegato che dei miliziani di Hamas due terzi sono ancora attivi, come pure la gran parte dei tunnel che fanno loro da base e rifugio. Nel frattempo, però, sono morti 35 mila civili, nella maggioranza donne e bambini. Perché il vero obiettivo non è neutralizzare i terroristi ma decimare i palestinesi di Gaza, spingerli a fuggire in Egitto, cacciarli da quel lembo di terra. Al resto provvede la propaganda di un Governo, quello di Netanyahu, che con la censura militare mente al suo stesso Paese. Come per il bombardamento sul campo profughi, basterà dire che è stato ucciso tra gli altri un capo di Hamas e nei giornali e nelle Tv di tutto il mondo ci sarà certamente qualcuno che ripeterà la lezioncina. Come se ammazzare 40 persone per uccidere uno, due, anche dieci miliziani, e reiterare questa pratica fino alle decine di migliaia, non fosse terrorismo. Bene ha fatto, dunque, il procuratore del Tribunale Penale Internazionale dell’Aja a chiedere l’arresto sia per il capo di Hamas Sinwar sia per il capo di Israele Netanyahu: a crimini uguali, trattamenti uguali.

Basta, anche, con l’ipocrisia e la stupidità dell’Occidente. L’ipocrisia perché, mentre con una mano distribuiamo parole di pietà per i morti, con l’altra armiamo chi spara. Prendiamo l’Italia: è bastato che il Governo di Israele accusasse l’Unrwa (l’agenzia delle Nazioni Unite per l’aiuto ai palestinesi) di collaborare con Hamas, senza produrre lo straccio di una prova, e subito il nostro Governo ha sospeso i finanziamenti all’Agenzia, salvo riprenderli nei giorni scorsi dopo mesi di “buco”. Anche questo comportamento, che ha privato donne, vecchi e bambini di aiuti vitali, è in qualche modo “sparare” sui palestinesi. La stupidità perché anche quello di Israele, come tutti i regimi coloniali, come quelli che agivano in Africa o in Asia, prima o poi andrà incontro alla sua fine. Collaborare con la soluzione dei “due popoli, due Stati” era anche nel suo interesse. I suoi dirigenti hanno preferito trasformare il glorioso e dignitoso Stato ebraico dei fondatori in uno “Stato canaglia” per i due terzi del mondo. E avviarlo verso la fine ingloriosa e poco dignitosa di tutti i colonialismi. La Francia, che or non è molto bombardava la Libia e oggi è presa a sberle da metà dei Paesi africani che un tempo dominava, avrebbe dovuto insegnare qualcosa.


Gaza: quando all’intellettuale va bene la strage
Usa, Russia, Cina… Il Muro è caduto, il Novecento è finito, è ora di cambiare


Il Sudafrica che trascina Israele in Tribunale e i due terzi dei Paesi Onu che votano perché la Palestina entri tra le Nazioni Unite ci dicono che, piano piano ma inesorabilmente, ciò che era permesso ieri lo è sempre meno oggi e non lo sarà più domani. Che un altro mondo sta emergendo dalle rovine del Novecento. Ci sono due modi per andare incontro al mondo che cambia: con coscienza e ragione, aiutandolo a cambiare per il meglio; o con le armi in mano, aiutandolo ad andare sempre peggio. La Storia, come ha sempre fatto, ci chiederà da che parte stavamo.