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L’attacco israeliano in Siria è un segnale importante. Arrivato la scorsa notte dopo mesi di pace armata in cui lo Stato ebraico ha fermato i raid in territorio siriano, il bombardamento che ha colpito il sud di Damasco rappresenta un messaggio chiaro rivolto non solo da Israele ai suoi avversari, ma anche a tutti i partner della guerra di Siria. Ed è un campanello d’allarme per tutta la regione: in particolare a pochi giorni dall’annuncio di Donald Trump di ritirarsi dalla Siria.

Come scritto su questa testata, il ritiro degli Stati Uniti, presenti in Siria con circa 2mila uomini, non va tradotto con la fine della guerra. Il sangue che scorre da sette anni nel Paese mediorientale non si fermerà con l’eventuale ritiro delle truppe Usa. Al contrario, il vuoto lasciato dal Pentagono rischia (paradossalmente) di complicare ancora di più l a strada per la pace. Washington ha rappresentato per anni la superpotenza leader della coalizione internazionale anti-Isis. Ma ha soprattutto avuto il ruolo di interlocutore della Russia rispetto alle altre potenze regionali coinvolte nella guerra. Potenze che, come Israele e Turchia, adesso potrebbero avere di nuovo campo libero.

Il bombardamento dell’aviazione israeliana su Damasco è un esempio abbastanza eloquente. Subito dopo l’annuncio di Trump, da parte di Israele erano arrivate parole chiarissime sul fatto che l’aeronautica della Stella di Davide avrebbe continuato i raid in Siria contro i suoi nemici, ovvero contro Hezbollah e Iran. E Benjamin Netanyahu, fresco di annuncio di elezioni anticipate, è passato immediatamente dalle parole ai fatti, facendo decollare gli F-16. Un’azione dimostrativa importante, ma anche pericolosa.

La Russia, dopo l’attacco di settembre su Latakia, aveva fatto capire a Israele che non avrebbe tollerato nuovi raid che potessero minacciare la sua strategia e la sicurezza dei suoi uomini. E anche questa volta, come comunicato dal ministero della Difesa russo, gli aerei israeliani che hanno agito sui cieli del Libano hanno messo a rischio l’incolumità di due aerei di Mosca. E il portavoce della Difesa russa non ha esitato a definire “provocatorie” le mosse dell’aeronautica di Netanyahu.

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L’ira di Mosca è anche sintomo di preoccupazione. Questo raid arriva dopo che per settimane sembrava che la sua strategia stesse finalmente prendendo una strada verso una prima pacificazione. Invece, dopo il raid, le lancette dell’orologio sembrano essere tornate indietro di mesi, quando da Israele i caccia partivano con una certa regolarità per bombardare siti iraniani e di Hezbollah in tutta la Siria. Con il rischio di mettere a repentaglio l’avanzata dell’esercito di Damasco contro i ribelli.

Ma la calma è spesso apparente in Medio Oriente. E le ultime manovre israeliane contro Hezbollah dovevano far prevedere un riacutizzarsi delle tensioni anche in Siria. Le operazione militari contro i tunnel della milizia sciita libanese erano state un segnale eloquente. Hezbollah è il primo obiettivo strategico israeliano nella regione. E non potendo colpire direttamente l’Iran senza scatenare una guerra devastante per entrambi gli schieramenti, l’unico strumento di Israele per colpire Teheran e la strategia iraniana nella regione è mettere nel mirino il suo alleato in Libano. È la milizia libanese il vero terminale dell’Iran nel Mediterraneo orientale. Ed è la mezzaluna sciita il vero obiettivo delle forze dello Stato ebraico.

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Per Vladimir Putin, impegnato a districarsi fra la tradizionale amicizia con Israele, l’alleanza con l’Iran e i rapporti ricuciti con la Turchia, quello siriano rischia di trasformarsi in un rebus ancora più complicato. Con gli Stati Uniti che si sono tirati fuori dal ginepraio siriano, ora è Mosca a guidare il gioco. Ma l’uscita di scena americana, come ricordato anche da Il Corriere della Sera, rischia di aver scombinato i piani del presidente russo. La presenza delle truppe Usa era infatti la carta da giocare nelle trattative con l’Iran per convincere i leader della Repubblica islamica ad abbandonare la Siria. L’accordo sarebbe stato: “riducete la presenza in Siria – o almeno allontanate Hezbollah e i gruppi paramilitari sciiti dal confine israeliano – in cambio del ritiro americano”.

Ma adesso che il Pentagono vuole lasciare il campo e Israele ha ricominciato a bombardare,sarà difficile convincere gli iraniani a ritirarsi. Con il rischio che la guerra possa protrarsi per altri mesi, se non anni. E la causa scatenante, potrebbe essere proprio lo scontro fra Israele ed Hezbollah.

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