Due giorni fa l’ennesimo attacco aereo israeliano su un campo profughi nel Sud del Libano, 13 i morti; ieri l’ennesimo bombardamento su Gaza, 23 i morti, 17 dei quali donne e bambini. Tutto ciò nonostante su entrambi i fronti viga la tregua.
Le ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte dell’IDF non hanno suscitato nessuna reazione da parte dei leader occidentali, come se la parola tregua abbia tacitato tutto, come se i morti e i feriti, che a Gaza non possono neanche accedere a cure vere e proprie date le restrizioni e la devastazione del sistema sanitario, siano qualcosa che non meriti nessuna attenzione. Israele ha accettato il cessate il fuoco e questo basta. Sotto questo ombrello tutto si può derubricare a quisquilia.
Questo prolungato silenzio, inaccettabile come le bombe israeliane, fa sì che Tel Aviv continui a percepire che tutto gli è permesso esattamente come accadeva durante i due anni di genocidio conclamato. Da cui anche la possibilità di alzare la posta come sta accadendo in questi ultimi giorni nei quali gli attacchi dell’IDF sono diventati più massivi. Senza un freno, si tornerà ai ritmi della macelleria pregressa, che mieteva cento vittime al giorno.
Le motivazioni di questa duplice escalation sono diverse, anche se con un punto di convergenza. La strage nel Paese dei cedri serve a far pressione su Beirut perché accolga il diktat israelo-americano a disarmare Hezbollah, pressione esercitata con brutalità dall’inviato di Washington per il Medio oriente Tom Barrak, ancora al suo posto nonostante i rapporti inquietanti con il referente dei pedofili dell’establishemnt Usa Jeffrey Epstein.

Le bombe israeliane sul Libano danno forma concreta al concetto della massima pressione su un antagonista geopolitico perché ceda alle pretese altrui. Nello specifico, se Beirut non cederà, il Terrore e la destabilizzazione continueranno il loro corso. Declinazione in chiave geopolitica della strategia propria dalle organizzazioni terroristiche.
Quanto a Gaza, la strage di ieri giunge subito dopo che Israele aveva sventato il tentativo di Steve Witkoff di incontrare il capo di Hamas Khalil al-Hayya a Istanbul per dirimere la vexata quaestio del disarmo di Hamas, eliminando una pietra d’inciampo sulla via del consolidamento del cessate il fuoco.
L’eccidio di Gaza, cioè, serviva a ribadire che Tel Aviv non intende acconsentire alle pressioni americane volte a consolidare la tregua e che la sua determinazione a procedere sulla via della soluzione finale dei palestinesi resta invariata.
Da questo punto di vista, il tema del disarmo di Hamas offre una leva per riprendere le ostilità in grande stile, tanto che Netanyahu lo brandisce in ogni dichiarazione. Urge una soluzione, che Tel cercherà in tutti i modi di evitare, sia attraverso pressioni debite e indebite che a suon di bombe.
Punto in comune delle due criticità è la richiesta israeliana che l’antagonista geopolitico sia disarmato. Una pretesa che ha conosciuto in Siria una declinazione più incisiva, con l’IDF che, subito dopo la caduta di Assad, ha distrutto l’intero arsenale militare siriano.
Israele vuol rimanere l’unico Paese armato, e armato fino ai denti, del circondario, l’unico detentore della Forza. Una condizione che ritiene necessaria alla propria sicurezza, ma che soprattutto gli consente di ergersi a dominus assoluto di un’area nella quale tutto gli è consentito, come sta accadendo nella Siria meridionale che vede una progressiva espansione israeliana.
Damasco può solo invocare, a difesa della sua integrità nazionale, l’aiuto estero, in particolare della Turchia, l’unico Paese disposto a proteggerla e sul quale hanno puntato sia Putin che Trump per contrastare la destabilizzante espansione israeliana. Putin per antichi vincoli col Paese mediorientale, nel quale conserva le sue uniche basi all’estero, Trump perché non può inimicarsi un alleato prezioso come Erdogan, che ha lanciato un’Opa sulla Siria fin dall’inizio del regime-change che l’ha devastata.
Fin qui le stragi. Resta da accennare all’approccio americano al genocidio dei palestinesi. Più o meno tutti ritengono che Trump ne sia un ardente fautore, dati i suoi vincoli indissolubili con Netanyahu. Non è proprio così.
Tanto che Gideon Levy, che ha denunciato il genocidio dei palestinesi come nessuno in Israele, ha lodato l’iniziativa di Trump che ha imposto un freno alla soluzione finale dei gazawi.
Non si tratta di elogiare il puzzone, quanto di ribadire che anche se ci fosse stato un presidente democratico avrebbe avallato come, e forse più, di Trump le bombe israeliane.
A conferma di ciò l’intervento di Sarah Hurwitz, già ghostwriter di Barak Obama, presidente che molti considerano cool e simil-pacifista, a un convegno ebraico. Lamentando che le nuove generazioni sono scettiche riguardo le narrazioni israeliane sul genocidio, da cui il loro asserito antisemitismo, aggiungeva una lamentela più addolorata per tanti giovani ebrei, anch’essi eccessivamente critici per la “carneficina” dei palestinesi.

Rimarchevole, nella sua follia, questo passaggio: “Purtroppo penso che la scommessa molto intelligente che abbiamo fatto sull’educazione all’Olocausto perché servisse per educare all’antisemitismo […] stia iniziando a sgretolarsi un po’ perché, sapete, l’educazione all’Olocausto è assolutamente essenziale, ma credo che possa confondere alcuni dei nostri giovani sull’antisemitismo”.
“Ciò perché imparano di nazisti grandi e forti che fanno del male a ebrei deboli ed emaciati, e pensano: ‘oh, l’antisemitismo è come il razzismo contro i neri, giusto? Bianchi potenti contro neri impotenti’. Quindi, quando su TikTok tutto il giorno vedono israeliani potenti che fanno del male a palestinesi deboli e magri, non sorprende che pensino: ‘Oh, so che la lezione dell’Olocausto è che bisogna combattere Israele. Bisogna combattere i grandi e potenti che fanno del male ai deboli'”.
Tale addolorata constatazione fa sperare che in seno alle nuove generazioni ebraiche stia germogliando un nuovo approccio alle questione palestinese. Di conforto.


