Una conferma che suona come un nuovo avvertimento all’Iran. E così, dopo dieci anni di silenzio, Israele toglie la censura che pesava sul bombardamento del reattore nucleare siriano di al-Kibar.  L’operazione è stata condotta su ordine dell’allora premier Ehoud Olmert, nella notte tra il cinque e il sei settembre del 2007, come del resto è stato a lungo ipotizzato dall’amministrazione americana.

Il rifiuto di Washington ad agire

Il Mossad ha la conferma dell’esistenza del reattore già a marzo di quell’anno. E il tutto mentre la Siria continua negare la sua costruzione.  “Avevamo le informazioni d’Intelligence ma a quel punto arrivarono i dilemmi militari e diplomatici”, rivela l’allora ministro della Diefsa, Amir Peretz.

Israele vuole agire, e così decide di preparare tutte le opzioni per distruggere la struttura. Il primo ministro Ehud Olmert comincia allora una forte pressione diplomatica sul presidente americano, George W. Bush, senza però ottenere alcun successo. Il presidente americano, infatti, che vede da quattro anni il proprio Paese nella controversa guerra in Iraq, esita. Ma il rifiuto di Washington non ferma lo Stato ebraico e a luglio Olmert riunisce il gabinetto di sicurezza: il reattore va distrutto.

Un messaggio per l’Iran?

“Era una minaccia con la quale non potevamo convivere: una Siria con armi nucleari avrebbe posto una minaccia esistenziale allo Stato d’Israele”. È questo quanto riferisce all’epoca uno dei partecipanti alla riunione. E alla fine, con tutti i voti a favore dei ministri – e con la sola astensione del ministero della Pubblica Sicurezza Avi Dichter – il gabinetto vota per l’offensiva.

L’ammissione di Israele, circa l’attacco nel deserto di Deir Ezzor, nella Siria orientale, arriva proprio in un momento in cui il Paese sta intensificando i suoi avvertimenti sulla presenza del suo principale nemico: l’Iran.

Tel Aviv ha infatti dichiarato formalmente che “il messaggio di attacco è che lo Stato di Israele non consentirà lo sviluppo di capacità militari che minacciano l’esistenza di Israele. Era il nostro messaggio nel 2007, rimane il nostro messaggio e continuerà a essere il nostro messaggio nel vicino e lontano futuro”. 

L’operazione verità di Israele

La sera del 5 settembre, quattro F-16 decollano dalle basi di Ramon e Hatzerim e sorvolano il Mediterraneo verso il confine turco-siriano, prima di dirigersi verso est. Come riporta il New Yorker, è passata da poco la mezzanotte quando 17 tonnellate di esplosivo vengono sganciate sul sito di al-Kibar.

Poche ore dopo, i media siriani ufficiali dichiareranno di aver dirottato aerei israeliani entrati nel loro spazio aereo, ma non diranno nulla sul danno inflitto alla struttura.

Finora, il regime di Bashar al-Assad continua ad affermare che non ha mai sviluppato un programma nucleare, anche se prove incriminanti sarebbero state scoperte durante le visite guidate dagli ispettori del Agenzia internazionale per l’energia atomica.
“I servizi di Intelligence hanno stimato che il reattore fosse completamente neutralizzato e che il danno inflitto fosse irreversibile”, afferma l’esercito israeliano, che precisa: “Si è poi deciso di non confermare l’attacco per conto di una situazione di sicurezza altamente sensibile”.

È da diversi mesi che lo Stato ebraico dichiara che non accetterà l’insediamento di forze iraniane o siti per la produzione di millili di precisione sulla frontiera Nord. La tensione tra i due Paese ha poi raggiunto l’apice quando a febbraio un drone iraniano è stato abbattuto da Tel aviv. 

Che l’ammissione da parte di Israele di essere responsabile dell’attacco sia un messaggio per i nemici dello Stato ebraico è confermata dallo stesso ministro della Difesa, Avigodor Lieberman: “La motivazione dei nostri nemici è aumentata negli ultimi anni, ma la potenza del nostro esercito, della nostra forza aerea e le capacità della nostra Intelligence sono aumentate anch’esse rispetto a quello che eravamo nel 2007”.

Il ministro, giudicato da molti un falco nazionalista nell’esecutivo di Benjamin Netanyahu, ha poi concluso: “Questa equazione dovrebbe essere tenuta in considerazione da tutti in Medio Oriente”.

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