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Lo chiamano l’Al-Jolani della Striscia di Gaza: il suo nome è Yasser Abu Shabab e riemerge, da pochi giorni, con forza nella narrazione della crisi umanitaria in corso. Yasser è associato non solo ai saccheggi degli aiuti, ma anche a presunti legami con lo Stato Islamico (ISIS) e con Israele. Dove tutto è macerie e i cecchini sparano anche alle pietre, Abu Shabab opera indisturbato, sia di giorno che di notte. Il suo rifugio è un grande palazzo sfarzoso a Rafah. Queste informazioni sono confermate da fonti sul campo, diversi account su X che andremo ad analizzare in questo articolo, da diverse inchieste giornalistiche e almeno una nota delle Nazioni Unite.
Chi è Yasser Abu Shabab?
Yasser Abu Shabab è un uomo noto nella Striscia. Lo conoscono i civili, lo conoscono i fotogiornalisti, lo conoscono le autorità palestinesi. È lui l’uomo a capo delle bande armate che operano nella Striscia di Gaza. Quelle coinvolte nel saccheggio degli aiuti umanitari di cui abbiamo visto decine di video negli scorsi mesi.

Un’indagine di The New Arab lo descrive come un ex detenuto, trafficante di droga, e figura centrale in una rete criminale legata all’ISIS. Durante l’invasione di Israele a Gaza dopo ottobre 2023, Abu Shabab è evaso da un carcere palestinese e ha ripreso immediatamente le sue attività di saccheggio, consolidando il potere con una milizia armata che opera nella zona orientale di Rafah. In un’operazione di sicurezza palestinese che aveva come obiettivo quello di smantellare le gang che distruggevano il cibo a Gaza, suo fratello e braccio destro, Fathi, è stato ucciso, mentre Yasser è fuggito.

The New Arab ha tracciato le origini di Shabab nella Striscia: “fonti locali a Gaza dicono che Abu Shabab, che proviene dalla tribù beduina di Tarabin, sia la principale figura influente dietro il sacco diffuso e organizzato”.
Un ulteriore dettaglio significativo riguarda la presenza online di Abu Shabab. I suoi profili social — finora silenti o cancellati — sono stati riattivati a maggio 2025, proprio in concomitanza con l’annuncio ufficiale di Israele di riaprire i corridoi umanitari per gli aiuti. Infatti, proprio Shabab ha pubblicato su Facebook un’immagine che lo ritrae con un’arma automatica e con un abbigliamento militare mentre controlla i convogli di aiuti umanitari, nonchè l’ingresso delle Nazioni Unite a Gaza. Chi ha dato ad Abu Shabab questo potere, in un momento in cui la Striscia di Gaza è assediata per più dell’80% dall’IDF?

In una seconda fotografia diffusa online, si vede Abu Shabab mentre intrattiene una conversazione con un convoglio delle Nazioni Unite. La donna nell’autoveicolo accenna ad un sorriso. Anche qui torna lo stesso interrogativo: chi ha conferito a Shabab le armi e l’abbigliamento che ha permesso lui di passare da ex predatore degli aiuti umanitari a controllore di questi ultimi? Ma sopratutto, come mai Abu Shabab ha assunto il ruolo di controllore degli aiuti umanitari, proprio quando Israele ha riaperto all’ingresso dei camion?

Le forze armate stanno proteggendo le bande armate capeggiate dall’ISIS?
Le milizie di Abu Shabab sono state filmate diverse volte durante il 2024 mentre bloccavano e saccheggiano convogli di aiuti umanitari in zone sotto controllo israeliano, come documentato da Mondoweiss.
Depredare un convoglio in pieno giorno, lungo i confini sud di Gaza è un’impresa non facile. L’IDF ha una presenza costante con personale di terra, cecchini, droni e caccia. Nonostante la sorveglianza intensiva dell’esercito israeliano lungo il confine però, i gruppi armati di Abu Shabab hanno operato indisturbati secondo l’inchiesta di Mondoweiss. I saccheggi, durante tutto il 2024 non sono stati sporadici ma sistematici. Un meccanismo preciso che mirava a depredare – con lo scopo di rivendere sul mercato nero – ma anche distruggere gli aiuti umanitari. In molti casi documentati online le gang non rubano, ma distruggono: tagliano i sacchi di farina e la spargano per terra, bucano i sacchi di riso, rompono le fiale di medicine. Proprio queste gang, secondo una ricostruzione di Quds News Network, hanno agito sotto la protezione delle forze israeliane.
Ma Quds Network, un hub di giovani giornalisti palestinesi, non è il solo a giungere a questa conclusione. Fonti citate dal Financial Times e un promemoria delle Nazioni Unite visionato internamente dal Wasington Post, confermano l’ombra di Israele sulle bande affiliate all’ISIS. Il Washington Post parla di “benevolenza passiva” da parte delle IDF, che sembrano permettere — se non agevolare — l’attività di queste bande. Un rapporto approfondito di Press TV ha riportato dettagli specifici sulla presunta collaborazione tra le IDF e Yasser Abu Shabab, indicandolo come affiliato al Daesh (ISIS) e come figura protetta dalle truppe israeliane durante le operazioni sui convogli umanitari.
Un collaboratore di Drop Site, Abubaker Abed ha anche citato rapporti locali che indicano l’esistenza di agenti israeliani sotto copertura che si spacciano per abitanti di Gaza con l’unico scopo di fornire armi alle bande locali per compiere rapine. “La tempistica dei loro crimini è esattamente in linea con i tracciati degli aerei da guerra israeliani che volano nel cielo. Gli aerei li proteggono” ha raccontato Abed.
Secondo il Financial Times, è proprio l’assenza di un’autorità governativa funzionante e l’indebolimento delle strutture civili locali a creare il vuoto in cui, nei mesi, si sono inserite le bande criminali affiliate all’ISIS. Un funzionario delle Nazioni Unite ha dichiarato: “L’assenza di ordine gioca a favore di chi è armato e disposto a usare la forza per gestire le risorse, anche sotto gli occhi dell’IDF”.
Una fonte dal campo, ha raccontato al The New Arab che: “A Gaza le forze dell’esercito israeliano che dirigono le unità, forniscono copertura e sicurezza a queste bande amate”. A novembre, Haaretz ha pubblicato testimonianze provenienti da fonti di organizzazioni di aiuto internazionale che operano a Gaza. Secondo queste fonti l’esercito israeliano consente alle bande armate di saccheggiare e di riscuotere un pedaggio sui camion di aiuto umanitaro che passano dal valico di Rafah ed entrano nella Striscia di Gaza. Una fotografia che circola in rete almeno da maggio 2025, mostra Abu Shabab e la sua banda mentre posano in un palazzo a Gaza, uno dei pochi rimasti in piedi – e mai colpito dall’IDF – che secondo alcuni fotoreporter da Gaza è il Jargun Palace in Rafah utilizzato come base dal gruppo.

Distruzione sistematica degli aiuti e l’inazione israeliana
I saccheggi non si limitano al furto: numerosi video e testimonianze indicano una distruzione sistematica degli aiuti. Scorte di cibo, medicinali e beni di prima necessità sono state bruciate, disperse o lasciate a marcire. In più occasioni, miliziani guidati da Abu Shabab hanno bloccato l’accesso ai convogli umanitari, li hanno depredati e poi distrutti pubblicamente come atto dimostrativo.
Quindi possiamo affermare che decine di fonti locali dalla Striscia di Gaza, diverse testate internazionali, nonchè una nota interna delle Nazioni Unite fin da novembre 2024 avevano già lanciato l’allarme sulla complicità dell’esercito israeliano con bande armate responsabili del saccheggio degli aiuti.
Impatto sulla popolazione civile
Le inchieste di Mondoweiss, The Washington Post, il Financial Times, Press TV, Al Jazeera e altri media indipendenti convergono su un punto: Gaza è oggi un laboratorio di destabilizzazione dove attori armati marginali stanno assumendo un ruolo centrale sotto l’ombrello di una potenza occupante, che è quella di Israele. La figura di Yasser Abu Shabab è simbolo di questa trasformazione pericolosa, dove la linea tra criminalità e strategia militare si fa sempre più fumosa.
In attesa di chiarimenti ufficiali, resta un interrogativo pesante: in che misura Israele sta proteggendo le milizie affiliate all’ISIS per manipolare la distribuzione degli aiuti e frammentare ulteriormente la società palestinese?
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