Guerra /

Il dossier Iran è in cima all’agenda dell’amministrazione Biden. Il predecessore, Donald Trump, ha lasciato diverse questioni aperte nei rapporti con Teheran. E se è vero che Joe Biden ha dimostrato di voler pensare a un possibile rientro degli Stati Uniti nell’accordo sul programma nucleare iraniano, da cui Trump ne era uscito furente con il plauso di Benjamin Netanyahu, è altrettanto evidente che la pressione sulla Repubblica islamica rimane. Anzi, come segnalato anche dai media israeliani, è proprio in virtù di una ripresa dei negoziati tra Iran e Stati Uniti che lo Stato ebraico ha deciso di blindarsi e di confermare la linea dura nei confronti dell’avversario mediorientale.

Ne ha parlato in maniera molto chiara Yaakov Amidror, ex capo del Consiglio di sicurezza nazionale, e fedelissimo di Netanyahu. Come riporta Amos Harel su Haaretz, il generale, in un incontro al Jerusalem Institute for Strategy and Security, ha dichiarato: “In una situazione in cui gli Stati Uniti tornano al vecchio accordo nucleare con l’Iran, Israele non avrà altra scelta che agire militarmente contro l’Iran per impedirgli di fabbricare un’arma nucleare”. Il concetto è quindi molto semplice: se l’America tratta per un accordo che Netanyahu ha sempre considerato foriero di minacce per Israele, le forze di Israele attaccheranno prima che l’Iran abbia la possibilità di dotarsi di un ordigno nucleare. Non una novità per la strategia israeliana: uno dei suoi pilastri, la dottrina Begin, prevede proprio il colpire l’avversario prima ancora che sia possibile che esso si doti di un’arma in grado di riequilibrare la supremazia militare sulla regione. Una strategia che è stata confermata dagli attacchi che i comandi di Gerusalemme hanno ordinato negli anni sia contro l’Iraq che contro la Siria ben prima che scoppiassero le attuali guerre, ma che non è stata applicata in maniera decisiva nei confronti dell’Iran. Un Paese non solo complesso, ma anche militarmente in grado di reagire a un attacco israeliano colpendo il Paese in uno dei suoi centri vitali.

È chiaro che l’Iran di oggi non è quello che trattava nel 2015. Il Paese è fiaccato dalle sanzioni economiche, dagli effetti devastanti del coronavirus e da una netta perdita di influenza in Medio Oriente a causa delle dinamiche belliche e diplomatiche. In ogni caso è un Paese strategicamente molto avanzato che ha saputo creare delle ramificazioni in grado di destare ancora preoccupazione sia a Gerusalemme che a Washington. Gli strateghi israeliani sembrano abbastanza convinti che dietro le parole dure di Teheran vi sia in realtà una forte preoccupazione che le costrizioni economiche inducano a un collasso del sistema politico. Ma il timore della destra di Israele è soprattutto legata alla nuova amministrazione Biden, che pur di cancellare quanto fatto dal predecessore potrebbe tornare su un accordo che invece Netanyahu voleva che fosse a tutti i costi stracciato. L’assenza di grandi amici di Bibi nella nuova Casa Bianca è un problema che il suo governo non può sottovalutare.

Proprio per questo motivo, Netanyahu si è già messo all’opera. L’idea è quella di inviare il capo del Mossad, Yossi Cohen, a Washington, per discutere delle richieste dello Stato ebraico nei confronti di un eventuale negoziato per il rientro degli Stati Uniti nel 5+1. Secondo Channel 12, Cohen sarà il primo nome di alto profilo israeliano a incontrare Biden in veste di presidente degli Stati Uniti. Mentre sabato sera, il consigliere per la sicurezza nazionale, Meir Ben-Shabbat, ha telefonato all’omologo Usa Jake Sullivan. L’obiettivo di Israele è quello di presentare a Biden e alla sua amministrazione un dossier sul programma nucleare iraniano che renda impossibile al presidente americano il rientro negli accordi come previsti nel 2015. Israele potrebbe accettare questa eventualità soltanto qualora Teheran confermasse lo stop all’arricchimento dell’uranio, alla produzione di nuove centrifughe avanzate, la fine della presenza militare dell’Iran in Siria, Yemen e Iraq e cessare i rapporti di alleanza con Hezbollah. Tutto questo dando poi pieno accesso ai funzionari dell’Agenzia atomica internazionale per controllare i siti del programma nucleare.

Le richieste israeliane sono evidentemente molto radicali. Proprio per questo motivo sono in tanti a credere che l’Iran non accetterà mai questo tipo di ultimatum soprattutto con il rischio che il governo perda consensi e rischi di nuovo il caos. Ed è perciò che Israele ha deciso di rimettere sul piatto l’ipotesi militare. Un’idea che non è mai stata abbandonata e per la quale Israele e Stati Uniti operano da tempo. L’ultima mossa, in ordine di tempo, è l’accordo sullo schieramento del sistema israeliano Iron Dome per proteggere le basi americane. Ufficialmente non si sa dove saranno schierati. Ma il fatto che la notizia arrivi in concomitanza con l’escalation diplomatica con l’Iran e dopo gli Accordi di Abramo rende plausibile che le batterie missilistiche israeliane arriveranno direttamente nel Golfo Persico, ponendo sotto il loro ombrello i centri nevralgici dell’America più vicini all’Iran.