“Le probabilità che un Paese vicino o una delle organizzazioni terroristiche che operano al suo interno, lanci una guerra contro Israele quest’anno sono quasi inesistenti”. Questo è quanto confermato ad Haaretz, quotidiano israeliano dall’intelligence di Tel Aviv. Il motivo sarebbe da ricercare nella coincidenza di diversi fattori che rendono di fatto impossibile che uno Stato vicino attacchi Israele, e che vanno dalla divisione dei Paesi mediorientali potenzialmente avversari dello Stato ebraico, ai problemi interni che essi devono risolvere, specialmente il terrorismo islamico che li corrode da dentro. Ma nonostante l’esistenza di questa coincidenza di fattori, che rende di fatto senza senso per altri Paesi attaccare il territorio israeliano, l’intelligence israeliana ha lanciato l’allarme proprio sulle attività del loro stesso Paese, che potrebbero provocare una reazione inaspettata o incontrollata da parte di organizzazioni terroristiche, politiche o dagli Stati vicini.
Il capo di stato maggiore delle forze di difesa israeliane, il generale Gadi Eisenkot, ha lanciato l’allarme ad Haaretz sul rischio di “deterioramento”, con una forte preoccupazione per due possibili scenari. Il primo sarebbe quello di una reazione di uno Stato vicino a una prova di forza eccessiva da parte di Israele. Il secondo scenario, invece, deriverebbe da una riacutizzazione del fronte palestinese. Il primo scenario è quello che preoccupa in maniera molto più insistente l’intelligence militare israeliana, ma è anche quello che Israele rischia di scatenare con più facilità. Le forze israeliane da anni eseguono operazioni in territorio nemico, mai entrando formalmente in guerra, e autorizza gli altri Paesi in cui queste operazioni avvengono a considerarlo un Paese aggressore. L’attacco in Siria dell’ultima settimana, con la base a nordest di Damasco attaccata da aerei e missili terra-terra, è un simbolo di questo tipo di episodi che rischiano di ingenerare un effetto-domino con reazioni che purtroppo lo stesso Stato di Israele giustifica. Secondo Eisenkot, questo scenario può avvenire “quando Israele cerca di impedire ai rivali di ottenere armi avanzate che potrebbero usare durante una guerra futura”. Cosa che avviene spesso, anche più di quanto i media possano sapere, dal momento che il generale Amir Eshel già ad agosto rivelò che, durante la guerra di Siria, e sotto il suo comando, vi sarebbero stati circa 100 attacchi sul fronte settentrionale contro convogli di Hezbollah e siriani. Questi attacchi diventano sempre più sofisticati e pesanti, ma ognuno di essi rischia di essere la goccia che fa traboccare il vaso mediorientale. Un vaso per ora tenuto al limite soltanto dalla presenza delle forze internazionali, in particolare russe, che hanno di fatto reso impossibile a Israele, attraverso le de-escalation zones, di raggiungere le truppe sciite libanesi e quelle iraniane e di evitare il confronto più duro con l’esercito di Damasco. Il problema non è poi soltanto il fronte siriano, ma anche quello libanese. L’esercito israeliano continua a esercitarsi in maniera massiccia al confine con il Libano. L’obiettivo è rafforzare la propria capacità di confronto con Hezbollah, ma il rischio è che queste dimostrazioni di forza arrivino a un punto di non ritorno. Ed è un pericolo che l’intelligence israeliana conosce molto bene.
Una cosa simile, cioè di operazioni sempre più sofisticate ma anche più a rischio di reazione molto violenta, sta accadendo al confine con la Striscia di Gaza, dove Israele sta distruggendo i tunnel che collegano la Striscia con i territori circostanti. Qui, proseguono i lavori per la costruzione di una nuova barriera di difesa, che, andando in profondità per decine di metri, ha l’obiettivo di distruggere le gallerie transfrontaliere che servono ai palestinesi della Striscia per mantenere i contatti con l’esterno, soprattutto per spostare materie prime e merci vietate dall’embargo israeliano. Negli ultimi mesi sono stati localizzati e distrutti almeno tre tunnel. Un successo secondo le forze di sicurezza israeliane, ma che potrebbe anche indurre le frange più estremiste di Gaza a decidere di colpire in maniera più forte e incisiva Israele. Con i fondi per i rifugiati tagliati, l’embargo da parte di Israele, la distruzione delle gallerie e la virata di Trump e Netanyahu su Gerusalemme, Hamas e i movimenti più estremisti potrebbero decidere di rompere l’accerchiamento con una dimostrazione di forza. Un rischio che sembra potersi acuire anche a causa dello scarso potere politico di Abbas a Ramallah e dopo le notizie sul cosiddetto “accordo del secolo” fra sauditi e americani per la Palestina, che molti ritengono vada nella direzione della rinuncia di Gerusalemme da parte dello Stato di Palestina per avere come capitale Abu Dis.