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Guerra

Israele. L’apartheid: solo un passaggio per la pulizia etnica

“Il quartiere di Silwan a Gerusalemme viene svuotato dei suoi abitanti. Con pretesti bizzarri e oltraggiosi, le famiglie vengono sfrattate dalle case in cui hanno vissuto per decenni. Nella Striscia di Gaza centinaia di migliaia di sfollati sono ammassati in...

“Il quartiere di Silwan a Gerusalemme viene svuotato dei suoi abitanti. Con pretesti bizzarri e oltraggiosi, le famiglie vengono sfrattate dalle case in cui hanno vissuto per decenni. Nella Striscia di Gaza centinaia di migliaia di sfollati sono ammassati in campi profughi inabitabili” e martedì il Consigliere per la Sicurezza nazionale israeliano Shmuel Ben-Ezra ha tenuto una riunione per rilanciare i piani “sull’emigrazione volontaria” dei gazawi.

È “la Pulizia Etnica 3.0”, scrive su Haaretz Gideon Levy. “Dopo le riuscite pulizie etniche del 1948 e del 1967 è giunta la fase successiva dell’impresa sionista che costituisce il fondamento dello Stato ebraico. Tutto procede secondo il piano a fasi”.

“[…] La destra ha un piano ben definito e una strategia chiara, e si sta adoperando per metterla in atto. Mentre la sinistra ha smarrito la strada, impantanata in vuoti cliché e praticamente in coma dall’assassinio di Yitzhak Rabin, la destra continua a plasmare una realtà irreversibile”.

“Israele è diventato uno Stato di espulsione, per il quale la pulizia etnica è un pilastro fondamentale della politica. Tale pulizia etnica assume nomi e volti diversi; a volte è palese, a volte occulta e repressa, ma si sta trasformando in un fenomeno storico in pieno svolgimento, lontano dagli occhi di tutti. Dopo la creazione dell’apartheid, che non è mai stato l’obiettivo del sionismo né dello Stato, è giunto il momento dell’espulsione, l’unico scopo per cui l’apartheid fu creato”.

“In realtà, Israele non è uno Stato di apartheid. È qualcosa di peggio: è uno Stato di espulsione. L’apartheid in Sudafrica non ha mai avuto lo scopo di espropriare il paese dei suoi abitanti indigeni. L’apartheid israeliano sì”.

“Negli ultimi mesi ho scritto quasi esclusivamente sulla violenza dei coloni in Cisgiordania. Settimana dopo settimana, villaggio dopo villaggio, famiglia dopo famiglia fanno tutto il possibile per conservare le proprie case e le proprie terre, finché alla fine devono arrendersi”. Certo, continua Levy, “c’è ancora molto lavoro da fare, ma la tendenza è chiara e il suo carattere sistematico è spaventoso”.

“[…] Le espulsioni a Gaza e quelle a Silwan hanno un legame evidente: una visione del mondo che afferma che in questa terra c’è posto solo per un popolo, noi o loro. Questa visione è apparentemente condivisa dalla maggioranza degli israeliani, persino da coloro che si sentono a disagio quando, dalle loro poltrone, assistono a ciò che sta accadendo, che peraltro nella migliore delle ipotesi non viene quasi mai riportato dai media israeliani” [e tanto poco da quelli nostrani, interessati più alla cronaca nera che a un genocidio in atto…].

“Sappiate che, mentre dormivate, un popolo è stato espropriato della sua terra, passo dopo passo”. Non vale solo per gli israeliani.

Non solo la pulizia etnica, che potrebbe essere attuata anche solo attraverso la deportazione forzata di una popolazione. In parallelo, contro i palestinesi si sta consumando anche un genocidio. È noto, palese, nonostante Israele e i suoi sostenitori si stiano adoperando per negarlo, eliminarlo dalla narrazione mediatica e intimidire e reprimere quanti lo denunciano.

Ma la denuncia discendente dall’ennesima inchiesta di una Commissione d’inchiesta dell’Onu mette un ulteriore sigillo alla condanna. E un sigillo pesante, dal momento che ha ribadito in modalità autorevole che l’assassinio di tutti quei bambini, il 30% delle vittime di Gaza, è stato “deliberato”.

E conclude: “Il deliberato attacco ai bambini è uno degli elementi chiave che dimostra l’intento genocida delle autorità e delle forze di sicurezza israeliane di distruggere il gruppo palestinese, in tutto o in parte, a Gaza”. Nulla da aggiungere.

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