Israele, la crisi nascosta dell’IDF: i riservisti non volevano più partire per Gaza

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C’è stata un’inversione di rotta tra le fila dell’esercito israeliano a Gaza. Un aspetto sottaciuto dall’IDF, per ovvie ragioni, ed emerso grazie alle numerose testimonianze dei riservisti di ritorno dalla Striscia. Haaretz traccia un quadro ben preciso che, all’indomani del cessate il fuoco, vede l’Israel Defense Forces nel bel mezzo di una profonda crisi: “Sempre meno israeliani si presentavano a combattere a Gaza”. Lo scorso giugno, difatti, alcune unità hanno riportato un tasso di partecipazione dei riservisti pari al 60%. A novembre, fonti anonime delle forze di difesa israeliane hanno riferito ai media un calo compreso tra il 15% e il 25%.

Le motivazioni includono una serie di problemi ricorrenti, “come famiglia, finanze, esaurimento e paura”, ovvero esiti naturali della guerra, ovunque accada. A questi fattori però, se ne sono aggiunti altri, “specificamente legati a questa guerra, in questo Paese, in questa situazione”.

La salute mentale e gli haredim

Per cominciare, “i soldati sono esausti”. “La guerra più lunga di Israele ha logorato l’animo dei militari”, sotto diversi punti di vista. La salute mentale di alcuni soldati appare compromessa. Difficoltà che probabilmente si manifesterebbe in qualsiasi guerra, ma in questo specifico caso è destinata a persistere, perché “i soldati vengono regolarmente derisi, minacciati o scoraggiati dal cercare supporto all’interno del sistema”, come riferisce una lunga inchiesta di Haaretz. Tant’è che alcuni testimoni riferiscono che “i comandanti hanno negato le cure psicologiche durante il conflitto ai soldati che le richiedevano”.

C’è poi un’altra motivazione dietro la crisi dell’IDF. Molti riservisti sono logorati “dall’ingiustizia di sacrificarsi, mentre la stragrande maggioranza degli ultraortodossi, idonei al servizio militare, praticamente non viene arruolata”. A tal proposito, lo scorso anno, dopo decenni di rinvii, la Corte Suprema di Giustizia israeliana ha stabilito che lo Stato deve iniziare a reclutare gli haredim. Tuttavia, su circa 80 mila idonei, “solo poche centinaia sono stati effettivamente chiamati alle armi”. Nel frattempo, l’attuale governo Netanyahu sta febbrilmente elaborando una “legge per rendere l’esenzione di massa permanente per il maggior numero possibile di haredim”.

“Non sappiamo perché combattiamo”

Un ulteriore motivo contribuisce alla crisi delle forze israeliane. Per tracciare le ragioni sulla netta diminuzione “del numero di riservisti che rispondono agli avvisi di leva”, Haaretz ha raccolto le testimonianze di venti soldati, che si aggiungono a quelle precedentemente ascoltate nei mesi passati. 

Tutti i riservisti hanno confermato di “essersi arruolati volontariamente nell’immediato post 7 ottobre”, per combattere con fermezza quella che loro stessi definivano “una guerra per la sopravvivenza”. Tuttavia, una volta di stanza a Gaza, tale motivazione si è affievolita, fino a scomparire del tutto. “Abbiamo avuto la sensazione di non fare nulla di buono”, ha raccontato un riservista con tre turni di servizio: “Poi abbiamo partecipato a operazioni che non comprendevamo. Le persone morivano e noi non capivamo neppure lo scopo delle tattiche messe in atto”.

Un altro testimone ha raccontato un sentimento comune tra i suoi compagni: “Si ha una sensazione generale che la struttura non stia reggendo. Non c’è una disciplina rigorosa. Non è molto chiaro cosa stiamo facendo, sembra che ogni comandante di divisione faccia ciò che ritiene opportuno, perché c’è una sorta di vuoto”. Fatto noto e, difatti, già in un precedente articolo avevamo ripreso le dichiarazioni di alcuni riservisti, che ben descrivevano la feroce arbitrarietà al fronte, specialmente nella zona a Nord del corridoio di Netzarim (dove i singoli soldati decidevano chi viveva e chi moriva, anche tra i civili).

Un ufficiale di grado più elevato ha sottolineato quanto sia stato difficile convincere i riservisti a tornare a Gaza, rispetto al fronte settentrionale. Arruolare i riservisti per l’invasione del Libano è “risultato più semplice, perché lì i soldati avevano l’obiettivo di aiutare gli israeliani a tornare nelle loro case”, ha dichiarato la fonte. Nella Striscia, invece, “non c’è la sensazione di un punto finale, di una missione reale”.

“Israele deve ricostruire il proprio contratto sociale”

Ed ecco, evidenzia Dahlia Scheindlin nel suo articolo, che “la ragione più evidente del calo di partecipazione dei riservisti, strettamente legata a questa guerra, risiede nella diminuzione della motivazione“. Molti soldati a Gaza “non sanno semplicemente per cosa stiano combattendo”.

La perdita di fiducia negli obiettivi della guerra si è ripercossa sulla società israeliana e sull’esercito. Il mese scorso, difatti, l’INSS (istituto di ricerca e think tank israeliano) ha rilevato che solo il 56% degli ebrei incoraggerebbe un familiare che ha già servito nei riservisti a tornare.  Per Haaretz, i venti contrari della guerra stanno erodendo il morale della popolazione e, in primis, quello dei riservisti, considerati nel Paese “una componente fondamentale della sicurezza e della resilienza nazionale”. Se la tregua dovesse reggere, come si auspica, e la guerra finisse realmente domani, “Israele avrebbe bisogno di anni per ricostruire il proprio contratto sociale e militare”.