Contributi alla de-escalation? Serie trattative diplomatiche? Attività febbrili per tutelare i propri interessi? Niente di tutto questo. L’Europa si ferma sul conflitto Iran-Israele, schiacciata tra il timore di smentire la posizione statunitense e il riflesso condizionato dell’interventismo.
Ne risulta una posizione difficilmente comprensibile: gli stessi Paesi che da diverse settimane hanno preso posizioni sempre più critiche contro Tel Aviv per l’escalation dei bombardamenti su Gaza e le privazioni imposte da Israele ai civili nella Striscia, ora sostanzialmente benedicono gli attacchi unilaterali sferrati dallo Stato Ebraico contro l’Iran, a cui anche Washington strizza l’occhio. Risultando ininfluenti su entrambi i fronti.
Una breve carrellata di dichiarazioni aiuta a capirlo. Emmanuel Macron, presidente francese: “La Francia riafferma il diritto di Israele a difendersi e a garantire la sua sicurezza”. Friedrich Merz, cancelliere tedesco: “L’obiettivo deve restare quello di impedire all’Iran di sviluppare armi nucleari”. Parole simili dai portavoce della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen. En passant, David Lammy e Antonio Tajani, ministri degli Esteri di Regno Unito e Italia, hanno invitato alla moderazione…. l’Iran!
Dire che queste dichiarazioni lasciano il tempo che trovano non significa certamente fare l’interesse del regime iraniano ma piuttosto mostrare un principio politico chiaro: l’Europa è totalmente afona, irrilevante e prevedibile nelle sue dichiarazioni. Semplicemente una nota a margine delle relazioni internazionali.
Risulta paradossale come Macron possa parlare di diritto alla difesa di Israele e allo stesso tempo farsi promotore del riconoscimento francese della Palestina; risultano afoni gli inviti europei alla moderazione e alla de-nuclearizzazione dell’Iran mentre le bombe cadono su Natanz, Fordow, Isfahan e gli altri centri dopo che nessun Paese europeo ha colto l’amo di Abbas Aragchi, ministro degli Esteri iraniano, che dopo l’inizio delle negoziazioni con gli Usa sul nucleare ad aprile ha sottolineato la totale freddezza diplomatica del Vecchio Continente e in particolare dei Paesi del gruppo E3 (Germania, Francia, Regno Unito) firmatari del Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), l’accordo del 2015 negoziato da Barack Obama e Hassan Rouhani, assieme a Unione Europea, Cina, Russia e Usa.
Aragchi, diplomatico compassato e certamente non estremista, chiedeva alle diplomazie europee udienza: ambasciator non porta pena. Non gli è stata concessa dai Paesi dell’E3 e urge sottolineare che anche l’unico Stato di punta del Vecchio Continente che aveva provato ad agire da pontiere, l’Italia, si è trovata parimenti priva di margine negoziale.
Perlomeno Giorgia Meloni ha in una nota di Palazzo Chigi “riaffermato il pieno sostegno ai negoziati tra Stati Uniti e Iran per un accordo sul programma nucleare iraniano”, ma è tuttora incerto che quei negoziati, previsti per domani in Oman, si svolgeranno come previsto. E la scelta di Benjamin Netanyahu di lasciare all’oscuro molti Paesi europei, tra cui l’Italia, dell’imminenza dei raid, mostra la ridotta considerazione dell’esecutivo nazionalista per Stati amici di Tel Aviv.
“I governi europei dovrebbero intensificare il coordinamento con l’amministrazione Trump e gli stati del Consiglio di cooperazione del Golfo per preservare il canale diplomatico con l’Iran, mantenendo aperto, nel breve termine, un canale secondario per la risoluzione dei conflitti con Teheran”, ha dichiarato a Euractiv Ellie Geranmayed del Consiglio europeo per le relazioni estere (Ecfr). Una visione orientata a presupporre un’Europa potenza dialogante che ad oggi cozza però con una realtà molto più desolante e che parla, invece, di un Vecchio Continente imbelle e pusillanime, privo di capacità di influenza sul suo estero vicino, costretto a subire gli eventi su ogni dossier: vale per Gaza, vale per la crisi in Libia, vale per il Mar Rosso e la sfida tra Usa e Houthi, vale ovviamente per la guerra in Ucraina e vale, a quanto sembra emergere, per la guerra Iran-Israele.
Alla fine, forse l’opinione dell’Europa è semplicemente irrilevante. Per gli scenari mondiali contano più la posizione di una Turchia, di un’Arabia Saudita, di un’India e di un Pakistan su una crisi come quella apertasi tra Iran e Israele di quella dell’intera Europa, comunitaria e non. Siamo prevedibili, marginali e periferici. E non facciamo nulla per invertire la situazione. Il declino del ruolo nel mondo del Vecchio Continente è la logica, inevitabile conseguenza.
Noi di InsideOver ci mettiamo cuore, esperienza e curiosità per raccontare un mondo complesso e in continua evoluzione. Per farlo al meglio, però, abbiamo bisogno di te: dei tuoi suggerimenti, delle tue idee e del tuo supporto. Unisciti a noi, abbonati oggi!

