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Ci voleva un rapporto ufficiale degli esperti ONU, datato 12 marzo 2025, per far emergere ciò che Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, denuncia da tempo. Eppure, anche adesso, con un documento internazionale che parla di atti genocidari commessi da Israele a Gaza, i nostri giornaloni e le diplomazie occidentali si esercitano nell’arte suprema dell’ipocrisia. Fingono di non vedere, di non sapere, di non capire. Si rifugiano dietro le solite formule prefabbricate: “equilibrio”, “proporzionalità”, “diritto alla difesa”. Difesa da chi, esattamente? Dai neonati? Dalle partorienti bloccate negli ospedali rasi al suolo?

L’arte della negazione: il mantra israeliano

Di fronte a un documento che accusa lo Stato ebraico di aver distrutto deliberatamente strutture sanitarie, cliniche di fertilità e centri neonatali, Israele risponde con il solito disco rotto: “Accuse infondate, di parte, antisemite”. Perché, si sa, il miglior modo per svicolare da una condanna è trasformarsi in vittime. Non importa che la Commissione d’inchiesta internazionale indipendente abbia raccolto prove concrete, testimonianze, dati certificati. Il copione è sempre lo stesso: negare tutto, sviare l’attenzione, accusare chiunque osi mettere in discussione la narrazione ufficiale.

Eppure, basterebbe leggere due righe del rapporto per capire di cosa stiamo parlando: “Israele ha imposto misure intese a prevenire le nascite tra i palestinesi di Gaza, distruggendo in modo sistematico le strutture sanitarie essenziali e bloccando gli aiuti umanitari”. Ora, gli esperti dell’ONU non sono precisamente un gruppo di attivisti barricaderi. Sono funzionari, giuristi, analisti con un linguaggio istituzionale che più neutro non si può. Eppure hanno dovuto scrivere nero su bianco che quanto sta avvenendo a Gaza rientra nella definizione stessa di genocidio prevista dalla Convenzione di Ginevra. E se lo dice l’ONU, che di solito ci mette anni a prendere una posizione netta, significa che la situazione ha raggiunto livelli di brutalità inimmaginabili.

Violenza sessuale come arma di guerra

Capitolo ancora più terrificante: la violenza sessuale sistematica usata come strumento di guerra. Secondo gli esperti dell’ONU, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) avrebbero ordinato spogliazioni forzate e violenze su civili palestinesi dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Ma certo, come no. E infatti Israele replica con la solita dichiarazione da ufficio stampa: “Abbiamo direttive concrete che proibiscono tali pratiche”. Peccato che non sia la prima volta che l’esercito israeliano viene accusato di trattamenti disumani sui palestinesi. Peccato che le testimonianze raccolte raccontino di abusi che non sembrano certo il frutto di qualche mela marcia, ma di un sistema di punizione collettiva istituzionalizzato.

E qui sorge la solita domanda: se lo avessero fatto i russi in Ucraina o i siriani ad Aleppo, quanto ci avrebbe messo l’Occidente a gridare allo scandalo? Perché quando si parla di Israele scatta immediatamente il riflesso condizionato della protezione a oltranza? Francesca Albanese, che ha denunciato queste stesse cose per anni, è stata trattata come una reietta, bollata come faziosa, accusata di antisemitismo. Ora che i fatti confermano le sue parole, il silenzio imbarazzato delle istituzioni europee è assordante.

La giustizia internazionale dipende dall’accusato

Intanto la Corte Internazionale di Giustizia ha già chiesto a Israele di interrompere qualsiasi atto genocidario. Risultato? Nessuno. Il 26 gennaio 2024 la CIG ha ordinato a Tel Aviv di rispettare la Convenzione sul Genocidio. Ma Israele continua a rifiutare qualsiasi indagine, a non riconoscere lo Statuto di Roma, a fare spallucce mentre Gaza viene trasformata in un cimitero a cielo aperto. Nel frattempo, il Sudafrica ha portato Israele davanti alla stessa Corte accusandolo di apartheid, ma i nostri media mainstream liquidano la questione con due righe di cronaca, come fosse una bega burocratica e non il processo più rilevante degli ultimi decenni.

E mentre il Sudafrica viene accusato di essere il “braccio legale di Hamas”, nessuno si domanda come mai Israele possa continuare a ignorare qualsiasi decisione delle istituzioni internazionali senza pagare conseguenze. Un doppio standard così evidente che perfino gli ipocriti di professione faticano a trovare giustificazioni plausibili. La verità è che tutto questo era noto da mesi, se non da anni. Ma è servito un rapporto dell’ONU per far emergere qualcosa che chiunque guardi la realtà senza paraocchi poteva già vedere. Israele sta commettendo un genocidio a Gaza. E chi nega l’evidenza è, nella migliore delle ipotesi, un ipocrita. Nella peggiore, un complice.

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