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Guerra

Israele, i dilemmi di una guerra che si preannuncia lunga

Israele ha tutto l'interesse a rendere ingovernabile la regione, Washington meno. Una divergenza che alla lunga può emergere.

La madre di tutte le battaglie di Israele è in corso e Benjamin Netanyahu e il suo governo pesano le opzioni per condurre l’offensiva contro l’Iran in maniera più strategica e con esito vincente. Questa volta non c’è ambiguità, come a giugno 2025, quando l’attacco all’Iran era stato giustificato con la lotta al programma nucleare.

Ora l’obiettivo è chiaro è semplice: smantellare la Repubblica Islamica, rovesciarne il regime, cambiare per sempre l’Iran. In prospettiva, ma questo ufficialmente non viene detto, magari scomporne il territorio su faglie etniche o provocare una guerra civile capace di togliere di mezzo un rivale esistenziale. Lo dice Netanyahu, seguito a ruota dai capi dell’opposizione Yair Lapid e Naftali Bennett, lo ripete anche Israel Katz, ministro della Difesa, che ha indicato in ogni vertice del regime iraniano un bersaglio legittimo, paragonandolo a quello dei gruppi militanti e terroristici affrontati da Tel Aviv nella regione.

L’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti sta conoscendo per ora una sostanziale divisione del lavoro, con Tel Aviv che martella Teheran e i centri di comando e controllo dei Guardiani della Rivoluzione (Irgc), oltre alle difese aeree e missilistiche, e Washington che si concentra su infrastrutture strategiche, porti, snodi logistici, depositi di missili, navi della flotta iraniana e obiettivi difficili da snidare senza l’uso dei bombardieri strategici a lungo raggio. I caccia F-15, F-16 e F-35 dell’Israel Air Force hanno condotto in quattro giorni 1.600 sortite, più delle 1.500 compiute nella guerra dei dodici giorni.

Dall’eliminazione della Guida Suprema Ali Khamenei alla decapitazione dei vertici militari della Repubblica Islamica, per arrivare al pesante deterioramento della capacità di combattimento e lancio disponibile in superficie per le forze missilistiche (dal 28 febbraio al 4 marzo i lanci di missili sono calati del’86%) i successi tattici sono stati notevoli, perlomeno nelle rivendicazioni israeliane. Tel Aviv, inoltre, sembra un passo avanti agli Usa nel dettare le linee strategiche della guerra, ma proprio qui rischia un cortocircuito.

Danny Citrinowicz, esperto di Iran e ricercatore senior presso l’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale di Tel Aviv, ha dichiarato al Financial Times che Israele mira alla “distruzione totale di questo regime, dei suoi pilastri, di tutto ciò che lo tiene insieme, dall’Irgc alle milizie Basij”, aggiungendo che questo dovrebbe “creare le condizioni del rovesciamento del regime”, nella consapevolezza che a Israele “non importa nulla del futuro e della stabilità dell’Iran” e non farebbe differenza tra una protesta di massa, una guerra civile o un colpo di Stato come strumento di smantellamento della Repubblica Islamica.

Israele mira a distruggere anche le infrastrutture e i luoghi fisici simbolo del regime degli Ayatollah, dall’abitazione di Khamenei costruita sull’antico palazzo imperiale alla sede dell’Assemblea degli Esperti (che avrebbero dovuto scegliere la nuova Guida) nella città santa di Qom, abbattuta martedì. A ciò si aggiunge la scelta di soffiare sul fuoco dei separatismi interni, dai curdi ai balochi. Ma non è detto che Tel Aviv sappia governare questa strategia. Teheran sembra aver accettato la sfida della regionalizzazione del conflitto, conscia che disperdere gli attacchi su aree più vaste ridurrà, nel breve periodo, la disponibilità di sostegno antiaereo, soprattutto americano, a Israele, mentre Hezbollah tiene impegnate dal Libano le strutture difensive di Tel Aviv. Inoltre, Foreign Affairs nota che questo può erodere la sinergia israelo-americana:

L’Iran sta prendendo di mira aeroporti civili, hotel, infrastrutture portuali e impianti energetici negli stati arabi produttori di petrolio, i cui leader Trump considera alleati chiave. Ciò mette a repentaglio non solo le truppe e la popolazione civile statunitensi, ma anche l’intero modello di business del Golfo, basato sull’assenza di conflitti nei loro territori, e i mercati energetici globali.

Israele può non guardare al futuro interno dell’Iran, gli Usa devono farlo. Tel Aviv combatte una battaglia esistenziale contro un nemico ritenuto irriducibile, e ha tutto l’interesse a rendere ingovernabile la regione, Washington meno, perlomeno non oltre la volontà di interdire alla Cina la presenza in loco. Israele si pone solo obiettivi, Washington dei tempi: la visita a fine mese di Donald Trump in Cina è un buon proxy della durata prevista.

Sul lungo periodo, questa divergenza può emergere, specie in un contesto in cui Israele ha bisogno degli Usa per fare la guerra, sotto forma di assistenza militare e sostegno operativo. Altrimenti, il conto salato del conflitto (si stimano spese da 3 miliardi di dollari la settimana per Tel Aviv), quello indiretto legato al blocco delle attività ordinarie interne, la necessità di confrontarsi con l’attrito iraniano possono porre dilemmi cruciali per Israele. Insomma, Tel Aviv potrebbe vincere tutte le battaglie tattiche senza conseguire risultati strategici, se non declinerà un endgame diverso dall’attuale piano incendiario e mirante all’all-in. Qualora Donald Trump ritenesse troppo oneroso proseguire la guerra, Netanyahu rischierebbe di trovarsi col cerino in mano di fronte alla guerra d’attrito iraniana.

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