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Negli ultimi mesi Israele ha lanciato una serie di allarmi riguardo ai possibili attacchi via mare da parte dei suoi nemici, soprattutto riguardo a eventuali raid di Hezbollah. Allarmi che fino a qualche tempo fa erano rarissimi e che invece, adesso, sono divenuti una costante della politica militare israeliana. L’ultima dichiarazione in tal senso è arrivata lunedì da un alto ufficiale della Marina che, come riporta il Jerusalem Post, ha puntato il dito contro le possibili operazioni subacquee da parte di Hamas.

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L’organizzazione palestinese che controlla la Striscia di Gaza ha, negli ultimi anni, costruito decine di commando composti da esperti sommozzatori in grado di colpire Israele via mare. Una scelta che fu già evidente nel 2014 durante l’operazione “Margine Protettivo” quando le forze israeliane uccisero cinque sommozzatori arruolati tra le fila di Hamas che avevano tentato di assalire la spiaggia di Zikim, a pochi chilometri dal confine con la Striscia. Secondo le fonti dell’intelligence israeliana, Hamas avrebbe oggi circa 1.500 sommozzatori pronti a combattere e in grado di assaltare obiettivi sensibili israeliani. Non solo se spiagge, come tentò il commando nel 2014, ma soprattutto le piattaforme off-shore israeliane del bacino del Levante, una delle grandi ricchezze di Israele e da cui estrae circa il 75% dell’energia che giunge sul suo territorio.

Nel 2015 la marina militare israeliana ha iniziato a installare decine di sonar subacquei per un nuovo sistema di difesa chiamato “AquaShield“. Il sistema è in grado di rilevare ogni tipo di movimento subacqueo sospetto e di avvertire rapidamente le centrali di controllo della marina. I sensori sono stati collocati sul fondale marini davanti e vicino Gaza e lungo il confine marittimo fra Libano e Israele. I punti più “caldi” per la sicurezza israeliana. A questi, se ne aggiungono alcuni posti nelle vicinanze delle infrastrutture strategiche israeliane, come per le piattaforme petrolifere e per l’estrazione del gas. A questa campagna di protezione si è poi aggiunto di recente l’Iron Dome navale, il sistema di difesa per intercettare missili, che ricalca quello terrestre ed e è posto a protezione delle piattaforme off-shore di Israele. La marina ha poi deciso in questi ultimi anni di aumentare l’addestramento dei suoi uomini per contrastare eventuali infiltrazioni subacquee. Ad agosto, la “Salvage and Underwater Missions Unit” di Israele ha condotto una vasta esercitazione di due settimane ad Haifa, denominata “Nobel Melinda”, insieme ai reparti delle forze della marina degli Stati Uniti e della Francia.

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“L’importanza del mare per Israele è molto chiara. Nel Paese tutto arriva via mare. Israele non può essere in alcun caso nella situazione per cui i suoi mari non siano protetti”, ha detto l’alto ufficiale della marina citato dal Jerusalem Post. E in effetti, i dati non fanno che confermare questa visione di assoluta priorità della difesa del mare da parte di Israele, che, con oltre il 90% delle importazioni che arrivano tramite rotte marittime, dipende quasi totalmente dalla libertà dei cargo di accedere ai suoi porti. Questa importanza del mare, sia per motivi commerciali che per motivi energetici, ha fatto sì che Tel Aviv modificasse la sua strategia militare, storicamente più legata a esercito e aviazione, e che convogliasse più risorse e uomini per l’ottimizzazione e l’ammodernamento della marina. Infatti, mentre la flotta del Paese è relativamente piccola rispetto ad altri corpi delle Idf, protegge un’area molto estesa, soprattutto dopo che Israele, nel 2010, ha esteso la propria Zona economica esclusiva (Zee) a 150 miglia nautiche dalla costa.  L’importanza del mare per Israele contrasta però con gli interessi degli altri attori fondamentali dell’area, in particolare con quelli del Libano. Il governo di Beirut ha dato il via libera alle trivellazioni nelle proprie acque territoriali che comprendono anche un’area disputata con Israele. Il governo israeliano ha detto al governo libanese di considerare come un gesto di sfida l’assegnazione di quell’area alle compagnie petrolifere, ma il Libano sembra andare avanti per la sua strada.

Per la Palestina, il problema è diverso. Il governo di Ramallah non ha evidentemente la capacità di avanzare pretese sui mari di fronte le coste di Gaza e lì il controllo della Striscia è ancora nelle mani di Hamas. Negli ultimi mesi, l’organizzazione palestinese ha subito colpi pesantissimi sotto vari punti di vista. Dal punto di vista politico, Hamas sta lentamente scivolando verso l’isolamento politico. Isolamento che è divenuto anche finanziario dopo il blocco imposto al Qatar che ha interessato anche i flussi economici verso la Striscia. Israele, nel frattempo, sta completando la costruzione di una barriera intorno al territorio di Gaza che sta distruggendo molte delle gallerie usate dai palestinesi per rompere l’isolamento. Questa situazione di stallo e di deterioramento delle condizioni di vita potrebbe anche condurre alla ripresa delle attività di Hamas e di altre frange radicali. E le piattaforme off-shore nelle acque vicino Gaza potrebbero essere un bersaglio in caso di escalation militare con Israele.