Lo “schiaffo” del voto Onu sul cessate il fuoco a Gaza inflitto a Benjamin Netanyahu avvicina o allontana la prospettiva di una tregua nel conflitto tra Israele e Hamas? Nonostante lo smacco, è possibile che almeno nel breve periodo la retorica dell’assedio e dell’abbandono prenda piede in Israele, contribuendo a consolidare la posizione di Benjamin Netanyahu. E che in fin dei conti il voto Onu finisca nei fatti per radicalizzare le posizioni, allontanando in un breve orizzonte temporale l’ipotesi di un cessate il fuoco effettivo. Sul tema InsideOver presenta oggi una voce da Israele, quella di Gabriele Segre, direttore della Fondazione Vittorio Dan Segre, esperto di temi di identità e convivenza, attento osservatore delle dinamiche geopolitiche del Medio Oriente. Con Segre parliamo delle prospettive aperte dal voto del 25 marzo, a partire dal ruolo degli Usa, che sembrano meno solidamente vicini al governo di Netanyahu rispetto al passato.
Il voto al Consiglio di Sicurezza Onu del 25 marzo ha segnato un punto di svolta, perlomeno nel rapporto pubblico tra i governi di Usa e Israele. Come vede questo scenario?
“Quella che prima era una faglia si è sempre di più avvicinata a diventare una frattura conclamata. La scelta degli Usa di astenersi, facendo così passare la risoluzione, è stata ferocemente contestata da Netanyahu. Si tratta del più clamoroso segnale di tensione tra Israele e Washington nei quasi sei mesi di guerra. Un dato di fatto politico su cui è necessario riflettere”.
Quale sarà il futuro della cooperazione tra Usa e Israele dopo questo strappo?
“La cooperazione resterà attiva e solida a livello di strutture dello Stato. Così come attivi rimangono confronti e cooperazione a livello di intelligence militare, nella sfera del monitoraggio delle comuni minacce alla sicurezza e a livello diplomatico. Tutti questi ambiti restano intatti. Ma ad essersi guastato, forse irrimediabilmente, è il rapporto personale tra Joe Biden e Benjamin Netanyahu a livello strettamente politico”.
Per quale motivo Biden ha scelto per questa svolta?
“La scelta di Biden e degli Usa è comprensibile alla luce di una profonda pressione mediatica per un cessate il fuoco che ha messo Biden di fronte al rischio di perdere consensi nella società civile americana e nel suo stesso Partito Democratico, specie nelle componenti più a sinistra e giovanili. Una situazione fortemente condizionata dall’avvicinarsi delle elezioni negli Usa. Ma in questo calcolo non rientra un dato di fatto: e cioè che chi sul breve periodo si avvantaggerà più di tutti da questa situazione sarà proprio Netanyahu”.
Come mai crede che Netanyahu possa avvantaggiarsi dal caos suscitato dal voto Onu?
“All’interno di Israele, la scelta americana fa il suo gioco. Mi spiego. La narrativa politica interna ora giocherà in modo insistente sul concetto di un Paese abbandonato dai suoi stessi alleati, quasi tradito: in un contesto teso e impaurito come quello israeliano, potrebbe portare una parte dell’opinione pubblica a ricompattassi attorno alla figura del Primo Ministro. Israele ha parzialmente congelato le missioni diplomatiche e negoziali delle sue delegazioni in Usa e Qatar, fatto che raffredda il processo diplomatico. Allo stesso tempo, la società israeliana è divisa e molto spesso critica sul metodo di comando di Netanyahu e sulle scelte del suo governo di coalizione, molto schierato a destra. Ma è generalmente compatta sull’idea della necessità di eliminare la minaccia di Hamas, anche in quelle fasce della popolazione più attente alla crisi umanitaria a Gaza. Per questo motivo, questo voto Onu non avvicinerà, in questo contesto, la fine delle ostilità, almeno nel breve periodo”.
Vede problemi per le negoziazioni effettive dal voto all’Onu?
“Purtroppo sì. Partiamo da un dato di fatto: il voto all’Onu rafforza Hamas, questo è indubbio. Il gruppo che controlla Gaza si sente rafforzato. Il consenso internazionale è ai minimi storici per Israele. C’è il tema, di cui ho detto, del senso di accerchiamento internazionale in Israele. Allo stesso tempo, la pressione politica del voto ONU non è sufficiente: gli stessi Usa hanno detto che la risoluzione non è vincolante e che non impone un cambio di politica. Il risultato? La tregua si allontana. In un contesto in cui le parti non sono disposte, almeno per ora, ad ammorbidire le proprie posizioni”.
Resta il nodo dell’idea politica di Israele per il dopo-guerra, che nei discorsi di Netanyahu spesso sembra mancare…
Netanyahu guida un governo profondamente diviso. E i problemi politici sono palesi. Non c’è un’idea di cosa fare nel “giorno dopo”, una pars construens per Israele e Gaza nel dopoguerra, una visione prospettica di ciò che attende il Paese in futuro. Ed è indubbio che Netanyahu abbia compiuto una serie di errori in questi mesi di guerra che ne hanno minato la capacità d’azione e la credibilità”.
Quali ritiene siano stati gli errori di Netanyahu nel conflitto?
“Gli errori, ma forse in certi casi sarebbe meglio parlare di mancanze legate a una precisa volontà del Primo Ministro, spaziano su più fronti. In tutti questi mesi Netanyahu avrebbe potuto avanzare iniziative per andare incontro alle esigenze degli americani, per esempio sulla risposta umanitaria. Si poteva pensare a un piano per l’intervento militare a Rafah in modo che fosse condiviso e congegnato con gli americani: questo, a detta degli Usa, non è stato ancora fatto”.
E sul fronte di possibili cessate il fuoco funzionali a liberare gli ostaggi israeliani ancora prigionieri a Gaza?
“Netanyahu avrebbe potuto dare un segnale di apertura maggiore rispetto al negoziato, magari immaginando la possibilità di un cessate il fuoco unilaterale temporaneo per il Ramadan. Questo non avrebbe inficiato i risultati di guerra contro Hamas, ma avrebbe dato un segnale importante e necessario agli alleati di cui Israele ha assoluto bisogno. Insomma, avrebbe potuto nei fatti anticipare la risoluzione Onu che non fa dipendere la questione del cessate il fuoco dalla liberazione degli ostaggi, ma chiede entrambe le fattispecie senza precondizioni. Passi di apertura come questi sarebbero stati considerati dal nemico come segnali di debolezza minori rispetto a quello a cui oggi assistiamo di un’Israele indebolito e isolato anche dall’alleato americano. Insomma, Netanyahu avrebbe potuto assecondare di più un’amministrazione americana che non ha mancato di supportare il suo alleato fin dove possibile. Forse non quanto sperato dal governo, ma nei limiti di un condizionamento legato a fattori esterni a Israele. Netanyahu ha invece scelto scientemente di fare tutto ciò”.
Per che motivo a suo avviso?
“Che l’abbia fatto per alimentare una spaccatura o per impossibilità data la sua coalizione interna o, ancora, per miopia strategica non lo possiamo dire, non si può leggere nella mente di Netanyahu in questa fase critica. Ma quel che sappiamo è che rimangono i punti fondamentali: Israele è più isolato; non c’è un piano per il dopoguerra; non c’è chiarezza su come procederà la campagna di Rafah e come evolverà la situazione sempre più incandescente al confine con il Libano; la liberazione degli ostaggi appare sempre più lontana dal realizzarsi perché i colloqui sembrano non procedere e l’esercito non in grado di liberarli da solo. E la crisi umanitaria a Gaza non fa che peggiorare. I segnali del fallimento nella gestione di una situazione oggettivamente molto complessa sono sempre più evidenti anche all’interno della società israeliana”.

